Archivi categoria: Diari

Il seminatore

di Fabrizio Centofanti

Certi seminatori sono folli. Gettano il seme sulla strada, sulle pietre, tra le spine. Verrebbe da dirgli: non vedi che ti stai sbagliando? Qualcuno si faccia coraggio, lo tiri per la giacca e lo costringa a cambiare. Va bene, vado io. Rifaccio il suo percorso, con una specie di rabbia, il furore dei momenti in cui sei certo di avere ragione, e che l’altro ha torto marcio. Cammini, senti i tuoi passi sul duro della strada, e ti ricorda qualcosa; prosegui sulle pietre, e ti ricorda qualcosa; ti trovi in mezzo ai rovi, e cominci a capire. È come se il cuore si specchiasse in quel cammino, come se pensasse: perché mi ci ritrovo? Il seminatore è a un passo: che aspetti? Perché non gli sciorini ciò che ti eri preparato? Ti guarda sorridendo: i suoi piedi sono fissi sul terreno, dov’è il seme che ha appena gettato. Ti gira la testa, non puoi credere ai tuoi occhi: eri strada, pietra, rovo; hai provato tutte le sfumature del rifiuto; e adesso sei qui, terreno buono, come mai ti era accaduto, fino ad ora.

[immagine: “Il seminatore” di Vincent Van Gogh]

L’appeso (da “Salva L’Anima)

Ti chiedi se un romanzo possa servire mai a qualcuno. Ti senti stupido, nella stanza con quaranta gradi, le pale del ventilatore sempre sul punto di cadere in pezzi, il poster di Taormina a ricordarti di uno spazio e un tempo in cui hai creduto di essere felice. Oggi metti tutto in discussione, dopo l’ennesima giornata storta: sei un illuso con la gente, immagini ancora che il vangelo possa cambiare la vita alle persone. A cosa serviranno le righe nere che tessi ormai a fatica, col mal di testa che ti opprime, le dita in cui pare condensarsi la pesantezza insostenibile di un agosto che non vuol finire? Salva L’Anima: ci credi ancora nel titolo che si è quasi imposto nel momento in cui hai pensato che il destino dell’amico, immobile nel letto, potesse rivelarsi il tuo? Non sarebbe più bello Chiaraluna, il filo fragile di una speranza che non accetta di morire? Continua a leggere→

L’officina (da “Salva L’Anima)

È quasi un’ora che sei qui; segno che cominci a invecchiare, che forse stai perdendo il vizio di inanellare un impegno dopo l’altro, anche dopo pranzo, quando tutti cedono al momento di stanchezza, si regalano una pausa rilassante, mentre tu, ostinatamente, accendi il computer e ti rimetti a scrivere: che ci trovi nell’appuntamento che diventa una tortura, per gli occhi che si chiudono, il collegamento che salta all’improvviso, il telefono che squilla, e tu che insegui le immagini che sfuggono, sfuggono, come una chimera? Continua a leggere→

Salva L’Anima

Salva L’Anima è un libro spartiacque: segna il passaggio da una fase all’altra della vita, un passaggio che accade all’interno stesso del libro. C’è la mia anima nel momento del massimo pericolo e della massima salvezza. Ancora oggi, quando lo rileggo, piango. È un libro difficile, che richiede attenzione, o forse cuore, perché solo il cuore è veramente attento.

Una delegazione lucchese in Giappone

di Fabiano D’Arrigo

Ci sono legami speciali tra la città di Lucca e il Giappone, in particolare con la città di Nagasaki: la figura del beato Angelo Orsucci e… l’opera lirica “Madama Butterfly” del maestro Giacomo Puccini.
Grazie al progetto “Thesaurum Fidei”, portato avanti dall’Arcidiocesi di Lucca in seguito all’incontro – veicolato dal Centro studi Puccini di Lucca – tra la professoressa Olimpia Niglio e l’arcivescovo Paolo Giulietti, tali legami sono stati e continuano ad essere valorizzati. Così dopo la mostra “Thesaurum Fidei” allestita a Lucca nel 2023 e poi in altre città italiane, l’intero progetto è approdato all’Expo di Osaka dove, ad inizio settembre 2025, è stato presentato il libro “Tenso. Diario di un pellegrinaggio giapponese alla curia romana” alla presenza di alcuni pellegrini lucchesi, che dopo hanno visitato la città di Nagasaki e le isole di Amakusa. Luoghi nei quali i missionari cristiani stranieri, guidati da Francesco Saverio, arrivarono per la prima volta nel 1549, iniziando da lì un’attività evangelizzatrice missionaria nei territori giapponesi.
Nelle varie tappe del viaggio-pellegrinaggio, svoltosi dal 1° al 10 settembre, i partecipanti hanno ricordato i momenti dell’evoluzione del cristianesimo nell’impero del Sol Levante. Inizialmente, come del resto sempre, le motivazioni religiose si intrecciavano con quelle economico-commerciali e questo favoriva la diffusione della nuova religione soprattutto nel sud del Paese. Continua a leggere→

C’è un solo modo per essere felici

C’è un libro a cui tengo più degli altri. Il titolo salta sùbito agli occhi, e non necessita di sottolineature; è il sottotitolo che va valorizzato: “C’è un solo modo per essere felici”. Fu una sorta di illuminazione, d’intuizione profetica. Ho sperimentato lo spirito in un modo molto intenso, e ho scoperto, in séguito a questo, la mia vera identità. È lì che trovo la mia vita, nel ricordare progredendo, come ha detto qualcuno. Tutto il resto è sviamento, dispersione. Cerchiamo sempre la via. In Calabria, vicino a un faro,  c’è un santuario dedicato a Santa Maria Odigitria, Colei che indica il cammino. E il cammino è unico per ogni singola persona. C’è un solo modo per essere felici. Mi raccomando: non perderlo per strada.

Raúl Carlos Maícas:”La marea del tempo”

Testo introduttivo di Giovanni Agnoloni

Ecco un estratto della mia nuova traduzione, La marea del tempo (uscita a luglio per Ortica Editrice con la curatela di Alessandro Gianetti), il diario intellettuale – un notevole esempio di saggio narrativo – dello scrittore spagnolo Raúl Carlos Maícas, nato nel 1962 nella cittadina aragonese di Teruel, e fondatore e direttore della Rivista Culturale “Turia”, che ha raggiunto fama internazionale occupandosi di letteratura, arti visive, filosofia e cinema) e raccogliendo scritti di autori come Ignacio Martínez de Pisón, Luis Buñuel, Fernando Savater, Octavio Paz, Günter Grass, Claudio Magris, Antonio Tabucchi ed Erri De Luca. Maícas è anche autore di altre due opere in prosa, Días sin huella e La nieve sobre el agua.

La marea del tempo è un libro molto intenso, capace di introdurci nei segreti più intimi della quotidianità e della vita culturale di un angolo di entroterra iberico che è in sé un piccolo universo, e si affaccia sull’orizzonte e sulle complicate e spesso frustranti dinamiche di un mundillo di intellettuali innamorati di se stessi più che dell’arte che praticano.

La scrittura è densa, sinuosa e brillante, e accompagna di capitolo in capitolo con mano invitante e confidenziale, calandoci nel punto di vista e di sentire dell’autore.

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Il punto della situazione

di Fabrizio Centofanti

Fare il punto della situazione: in che senso? La quantità di prospettive è pari al numero degli osservatori. Ma è necessario tentare una sintesi di un momento di grandi tensioni personali e collettive, che ciascuno sente agitarsi in sé e nei contesti che frequenta. Ogni opinione viene espressa “contro”, come fosse indispensabile un nemico da combattere e da abbattere. Ciò radicalizza i poli e accentua le distanze, fino a far emergere il sentimento meno costruttivo in assoluto: l’odio. Vivere di odio non elimina il nemico, ma distrugge sé stessi. È una storia antica;  non a caso Gesù inaugura con un invito la Sua predicazione: cambiate (metanoèite). Decidere di non odiare significa aprire le porte a possibilità diverse, che renderebbero obsoleta un’alta percentuale di comunicazioni più o meno “social”. L’alternativa all’odio è la bellezza. Noi siamo bellezza. Se nella comunicazione interumana circolasse questa vera sostanza della nostra identità, si comincerebbe a dialogare nel senso etimologico del termine: una parola che viaggia dall’uno all’altro senza più violenza, nella certezza di essere accolta. E i soprusi, le oppressioni, le ingiustizie inaccettabili presenti nel mondo? Il male non si vince col male, ma col bene. Se ognuno cominciasse da sé stesso, si innescherebbe una catena di parole e azioni che darebbe vita, in potenza, a un mondo nuovo. Gesù chiede questo: cambiate. Non posso cambiare l’altro, ma posso cominciare da me stesso. Se il mondo si riempisse di bellezza, apparirebbe il ponte che collega il giardino delle origini al giardino della Risurrezione. Giardino, paradiso, «pardes» (in persiano), l’antidoto al tutti contro tutti, all’odio universale; il giardino delle origini sublimato dal giardino del Gesù risorto e dal Suo appello: cambiate, credete in mondo diverso, che è già qui.

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A un passo. 1

Tutto cominciò lungo la Riva degli Schiavoni, in un locale in cui parevano darsi appuntamento la creatività e la potenza narrativa di cui ancora disponeva. Quella sera realizzò che, volente o nolente, si sarebbe dedicato alla scrittura. Parlava con il prete, ma il suo sguardo cadeva su San Giorgio, il campanile che svettava su una massa compatta di edifici di cui non poteva distinguere i colori, fino all’angusto porticciolo in cui le barche rullavano l’una contro l’altra, mentre diverse imbarcazioni – gondole, vaporetti, motoscafi – attraversavano il braccio di laguna antistante. Era qui per un concorso accademico che pensava fosse per titoli, e invece era una prova scritta sul Boccaccio. Si era impegnato per principio, pur sapendo che l’esito era deciso da tempo. La sua vita era così: un fare secondo il mondo che in realtà serviva a un altro mondo, innestato nel primo in modi misteriosi. Gli tornava in mente il suo quadro preferito, in cui Gesù, nell’angolo estremo di una stanza, allungava il braccio destro puntando il dito verso una delle figure sistemate intorno a un tavolo. In molti pensavano che interpellasse l’uomo con la barba, il quale, piuttosto, indicava un giovane seduto in fondo, con l’abito dai colori vivaci, la faccia sui soldi, Matteo il pubblicano, colto nell’attimo prima che alzasse lo sguardo e e si accorgesse del Maestro che chiamava lui – sì, proprio lui, che nella vita non aveva fatto altro che estorcere denaro, odiato equamente da romani e ebrei, lui, rassegnato a vivere contando le monete, con puntiglio, con rabbia, come se l’operazione servisse a rimuovere un desiderio sconosciuto, la ricerca di qualcosa di cui non riusciva a indovinare il nome, una specie di felicità che ora – chissà come – sentiva stranamente vicina, incalzante, proprio lì, davanti a lui. A un passo.

Logica pratica a lezione di filosofia

di Antonio Sparzani e Kika Bohr

[La nostra cara amica francese Marie Ange, dopo aver letto il recente post di Kika Bohr e il meno recente post di Antonio Sparzani, ci ha inviato questo testo come una specie di risposta, a.s. e k.b.]

È già passato un mese da quando, grazie a Internet, ho ritrovato Chantal, un’amica della mia adolescenza con cui ho condiviso alcune avventure di quei tempi. Da allora ci scambiamo e-mail, mescolando ricordi, immagini, idee, sensazioni, gusti e colori del passato con quelli di oggi: presente e passato si intrecciano, l’invisibile emerge nel visibile.
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disegno di Kika Bohr


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Il vintage mortuario del Corriere della Sera

di Fabrizio Centofanti

Ormai da tempo il Corriere della Sera dedica uno spazio a un memoriale sui generis: la rievocazione del passato di personaggi, più o meno famosi, che presentano episodi salienti legati al loro vero o presunto successo. L’operazione è piuttosto deprimente, perché fa capo a figure  semisconosciute, il cui passato vincente interessa forse solo loro, e si risolve nel ricordo di un contatto fuggitivo con la star di turno. Altre volte, nel caso di “famosi di fatto”, mette in luce la natura effimera del successo stesso, che più è presentato come vivo più si percepisce come funebre: un necrologio di azioni e reazioni corrispondenti a ciò che nella Bibbia è definito havel, ossia vuoto. Vanità delle vanità, dice Qoelet, havel havelim, vuoto dei vuoti. Continua a leggere→