
‘Koan, la parola che ci interroga’
Breve introduzione-saggio sulla parola come linguaggio del divino
In genere i saggi sulla fenomenologia della religione e del sacro, anche i più consapevoli e scientificamente avanzati, si fermano alle soglie della domanda: cos’è il sacro e quale sia la sua lingua. In realtà già questo ci dice molto sul rito e sui linguaggi semiogenetici che ‘il sacro’ (categoria recentemente riaffrontata dalla scuola di santa Giustina in Padova e in particolare da Roberto Tagliaferri) attiva. In qualsiasi tempo e luogo si comprende proprio come la ritualità, a volte il linguaggio magico rituale, disegni una vera e propria mappa di Thom, ovverossia il teatro/luogo dell’umano che ‘recita’ l’omelia del sacro a volte ritualmente silente, a volte parlando ai più una lingua estranea,nel senso di misteriosa. Ma a veder bene non è così. Dai canti sciamanici siberiani, a quelli indo vedici, ai sutra, alle preghiere recitate in ebraico con la loro struttura musicale. Bellissimo ad esempio il canto musicato de ‘Il cantico dei cantici’ attribuito a seconda della tradizione a re Salomone o a suo padre, Davide, che essendo anche citaredo e guaritore col canto quale novello Apollo, probabilmente è il vero autore. Il canto poetico e ‘mieloso’(pieno di miele sono le tue labbra o mia gazzella dei monti…) è connesso ad una pratica della semiogenesi espressiva che non ha eguali al mondo. Tranne che ad osservare bene come i mantrajari indù siano esattamente questo, poemi in versi, ritmati, battuti sui metri di nove, dieci e dodici misure. Come acutamente osservarono Mauss e Granet, il metro di Anna virai fa degli inni vedici, dei poemi in canto e musica di una strana forza e persuasione poetica. Ricollegabili questa tradizione ai poemi omerici e alla successiva riscrittura sintattica e metrica dei poemi latini come l’Eneide e persino del De Rerum Natura di Lucrezio.’ Continua a leggere→