Archivi categoria: Poesia

Indagini sulla luce :: 4

di Emanuele Kraushaar

c’è qualcuno lassù oltre il cielo stellato
un nemico invisibile e armato

c’è qualcuno quaggiù
sotto le foglie marce
e tutto il sottofogliame
di vermi e terra umida
un amico di pochi millimetri
che scava sotto
verso la scritta continua

(la parte iniziale coincide con le parole di apertura della sigla di “Trider G7” di Franca Evangelisti)

(frottola del cainita)

Se intravedo la luna ed il castello,
ricordo pure il luogo del coltello.

Lo gettai tra roccia e spino, senza cura:
dopo il sangue e il suo grido c’è premura

di cancellare ogni traccia di ferita
e girare un nuovo foglio della vita.

E’ un libro chiuso la casa nella piazza:
del mio nemico cancellai la razza.

Ora, a chi passa innanzi, tutto tace
su quella sera da bestia rapace.

Più non ricordo per cosa alzai la mano
e la premetti con la lama da lontano

sul padre, sulla madre e sulla figlia,
purgando il borgo da quella famiglia.

Ora ritorno, con l’accento straniero,
e ritrovo il paese vuoto e nero:

se ne parlò, nel bar, di quel delitto –
ora è silenzio, anzi, il locale è sfitto.

Reliqua realia, di Massimo Orgiazzi

reliqua realiadi Stefano Guglielmin

Le poesie di questo libro sono state scritte tra il 2005 e il 2007, nel pieno della vita reticolare di LiberInVersi, il blog messo in piedi da Massimo Orgiazzi per mappare scientemente il panorama poetico italiano, anche quello del sottobosco. Proprio nel 2005, egli postò un breve saggio di Marco Giovenale, già uscito sull'”Almanacco del Ramo D’oro”, intitolato Freddezza e persistenza del senso, nel quale il poeta romano rifletteva sulla contaminazione delle arti e sulla scrittura «a freddo», quale «forma di senso-non-senso, ossia come eco familiare dell’enigma che chiamiamo “oggetto estetico”». Continua a leggere→

Luigia Sorrentino: “La nascita, solo la nascita”

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di Rita Pacifici

Ho conosciuto Luigia Sorrentino, ancora prima di leggere i suoi versi, lungo le strade della poesia. Quegli spazi reali, piazze vie di città italiane, che diventano in alcuni periodi dell’anno festosi cenacoli letterali. Non si può restituire l’emozione di quegli incontri dove le voci dei poeti, da invisibili compagni di vita si incarnano in presenze concrete e vicine. Oppure dove, all’inverso, un incontro fortuito si trasforma in una nuova esperienza conoscitiva, e ci si muove dal poeta ai suoi testi trovando, come in questo caso con la Sorrentino, consonanze profonde, forse perché tutti “siamo di questa terra, la terra dei gerani e dei cento canarini gialli”, come recita un verso della scrittrice napoletana.

Difficile non sentirsi inscritti in questo orizzonte poetico, così ricco di materia e di colori, così drammaticamente abitato da una stirpe macchiata dal peccato originale della “nascita” e gettata a metà strada tra la luce e l’ombra. Continua a leggere→

Immigrata

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Novembre del ’63: a Londra da otto mesi.

Mi fermo giù al ponte per osservare i pellicani:

Galleggiano come cigni, inarcando il collo bianco

Su un fascio d’ali appena arruffate,

Seppellendo il becco goffo dentro l’acqua del lago.

Stringo pugni infreddoliti nella giacca presa da Mark and Spencer

E di nascosto, ancora una volta, metto alla prova il mio accento:

St James’s Park; St James’s Park; St James’s Park.

Fleur Adcock

Francesca Baviera, “Lo stupefare dei sangui”

Perdona l’acero, scambiato per te
in questa estate senza collane, in questa estate       
                                                 che non ha i suoi piedi nel mare.
Perdona l’uva gialla, contrabbandata con te per pochi baci.
Perdona le mie mani stanche e i miei occhi.
Prenditi i miei capelli, prenditi invece la mia voce e il mio nome,
che questo trascinarsi dei tuoi e dei miei giorni,
che questo sangue inventato e vano,
che questi miei occhi larghi
non riescono a sbattermi meno del vento.
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(R)eplica: “Lost and found”- di Marco Giovenale

di Marco Giovenale

1

non c’è niente di ‘normativo’ o autoritario nel chiedere attenzione per alcuni linguaggi, niente di prescrittivo. niente di insensato nel fare uso di più linee di ricerca. di sperimentazione. (attestate o meno, frequentate o meno).

in certi casi si tratta di linguaggi o direzioni o fronti semplicemente avviati dalle avanguardie. e solidi ormai in lingue e culture. (specie poi nell’immaginario visivo).

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Ripostigli. (Inventario delle cose perdute)

Laggiù, a millequattrocento miglia
da quassù, noi abbiamo una casa
(il solenne plurale di mia madre
abbraccia anche il buonanima,
oltre che i quattro figli). In quella casa
possediamo, noialtri – si badi
e se ne prenda scrupolosa nota –
quarantadue cassapanche
e trentanove armadi,
per non dire di una ventina
di bui, catacombali ripostigli.
Le stanze in cui entra un po’ di luce,
quelle che danno sulla strada,
sono solo un paio. Più una terza,
cieca, che però ha un lucernario.
Il resto è un succedersi intricato
di retrostanze cripte sottoscala. Continua a leggere→

La ragione della poesia

di Anna Maria Curci

Un moto di insofferenza è spesso la molla delle mie letture, mia personale e indubbiamente opinabile reazione a vulgate diffuse ad arte, a ossimori forzati, a “salvation a la mode and a cup of tea”, come cantavano i Jethro Tull in Aqualung, a bieche – queste sì veramente bieche – forzature della parola. L’estate che sta imperversando mi ha regalato una tanto singolare quanto insopportabile coincidenza di tutti questi fattori, ma è stato un episodio apparentemente insignificante a scatenare il furore della mia ricerca. Durante il breve viaggio di ritorno da Heidelberg a Mannheim, l’autista, improvvisata guida turistica, prova a lusingare il gruppetto di turisti italiani con l’ascolto di un motivetto popolare Ich hab’ mein Herz in Heidelberg verloren (Ho perso il mio cuore a Heidelberg). Il gruppetto italiano sghignazza irridente. Mentre penso all’ennesima occasione perduta di “un bel tacer”, mi ripropongo fermamente di leggere, al mio ritorno in Italia, Vai troppo spesso a Heidelberg, di Heinrich Böll. Continua a leggere→

Filastrocca dei giorni. Di Nadia Agustoni

calendario
(Calendario. Disegno)

Filastrocca dei giorni.

di Nadia Agustoni

 

I giorni allegri sono in festa

e per casa hanno il cielo

ogni giorno non per dire

han qualcosa da gioire.

 

Chi ha avuto forse intero

un giorno triste o solo nero

pensa invece da scontento:

“tutto è storto e molto incerto”.

 

I giorni tristi sono uccelli

in un disegno ad acquarelli

hanno ali nere e uguali

come al fondo sono i mari.

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“Entierro” di Daniela RAIMONDI

entierro
Tra mito e tragedia moderna, Entierro è la storia in forma poematica di un infanticidio. A raccontarla, in prima persona, è la rea del delitto, una giovane donna vittima di uno stupro – uno dei tanti consumati in ogni tempo e luogo. Il poema procede per scene, digressioni e flashback in un alternarsi di ricordi e stati d’animo che rompono la linearità diacronica della vicenda: dall’innocenza al delirio, dalla follia al pentimento, dal dolore all’accusa, in un flusso ininterrotto di coscienza. Vi è il ripudio della carne, della vita cresciutale dentro, suo malgrado; e, per contro, l’istinto di madre tradito, nella forma di un lacerante pentimento. L’interiorità monologante s’alterna con immagini vivide e metafore efficaci, dentro una scrittura capace di fondere bellezza e forza introspettiva. (gn)

*

Un giorno ho visto una bambina
in riva la mare.
Aveva gambe nude.
il vento muoveva i suoi capelli
e fra le mani
portava gabbie vuote.
Era felice.
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da: Il sonno della ruggine di Marina Pizzi

69.

la noia del mare sullo sfondo

ingoia il gomitolo dell’aria

le risse che frantumano gli stagni.

nella tua mano s’ingaggia il primo amore

con il paltò triste degli attori

che riposano dopo le riprese.

amor sconfisse l’argine divieto

e dietro il vento che uccide ben comunque

si mise il torto che i nidi abbatte.

permesso di ventura avrò dall’angelo

che mi sonnecchia accanto.

con le muse sotto la tavolozza

vaga senza fiato la libertà dell’ozio.

intorno alla deriva del martìre

s’inventi la bella faccia di far sogno

questo veleno che legifera la sfera. Continua a leggere→

…quando si progettano i modi di uccidere… Di Ryszard Kapu?ci?ski

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(Taccuino)

…quando si progettano i modi di uccidere…

di Ryszard Kapu?ci?ski

 

in memoriam J.P

 

1

 

…quando si progettano i modi di uccidere

vengono considerate svariate tecniche

 

2

 

eppure si tornerà ai metodi più semplici

(alla faccia dei seguaci dell’elettronica

convinti che esista solo la loro dea)

e si userà il manganello –

un ramo nodoso

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La corolla del ricordo

Chiara De Luca, La corolla del ricordo, Kolibris Edizioni, 2009, € 10

di Narda Fattori

Un poeta oggi ha alcune consapevolezze piuttosto amarognole: non saranno i suoi versi a salvare il mondo, neppure potranno fornirgli risposte esaustive alle domande di sempre, non hanno poteri taumaturgici né garantiscono la sua sopravvivenza intellettuale. Inoltre gli complicano la vita con reading, presentazioni, contatti non sempre stimolanti e … vuotano le tasche.

Nulla è più impopolare della poesia. Ma i poeti, testardamente, continuano a scrivere, pubblicano, spendono “la parte migliore di sé” a limare, a ricercare una parola, quella sola che aderisce al senso del verso e al suo ritmo.

I poeti sono testardi ma non vivono al di fuori della comunità, dei suoi valori o disvalori, delle chiamate imperiose del mercato, dei mille problemi quotidiani che assillano qualunque persona. Continua a leggere→

La tigre

 

– Guilherme Marcondes & Trattoria, William Blake, Renata Morresi & un pizzico di Dino Campana

 

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Tigre! Tigre! Bruci bestia,

nella notte, nella foresta,

quale occhio disumano

fu capace di forgiare

la tua simmetria fatale?

 

In che cieli o abissi persi

s’infocarono i tuoi occhi?

Su che ali osò aspirare?

E che mano osò attizzarti?

 

E che spalla, che sapere

torse i tendini del cuore?

Quando il cuore si è contratto

quale piede spaventoso,

quale spaventoso braccio?

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ROSAE RUGOSE

rosae rugosa

INTRODUZIONE

Nella selva umanata o nell’umanità inselvatichita è raro trovare un’immagine di bellezza, ordine e consolazione. Un dono dal cielo, un quaggiù di lassù. Come una rosa. Non una rosa qualsiasi, una rosa rugosa: una rosa, cioè, che ha dovuto sviluppare scorza coriacea e spine; rughe appunto, le rughe accumulate nel tempo per difendersi dall’aridità di un deserto rumoroso, popolato solo da uomini belligeranti. Difendersi, resistere. La Rosa indica la via della resistenza a noi viandanti in questa umanità inselvatichita. Bisogna però riuscire ad ascoltarne il canto segreto, la Musica. È la Musica, infatti, sonora e non sonora, che azzittisce il rumore senza senso e porta la consolazione dell’ordine e del significato, finalmente alla vittoria. Sotto un cielo minaccioso di bombe, è l’unica vera guida immediatamente comprensibile, per trasformare nuovamente l’umanità inselvatichita, in preda solo al Timore e al Tremore, in umanità civilizzata. Perché la bellezza della Rosa, e del suo canto, Musica e Poesia, sono l’unica vera ragione per sopravvivere.

Annamaria Costalonga Continua a leggere→

Lalli. Brigata partigiana Alphaville

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Testo della canzone: Brigata partigiana Alphaville di Lalli. 1999 Il Manifesto cd

 

Brigata partigiana Alphaville.

 

Scesi dall’auto a toccare il mondo,

come venuti dalle stelle,

ci guardavamo attorno senza fretta.

 

I colletti alzati delle giacche erano rondini senza vento,

nella testa solo un richiamo,

rumore sordo di mare, un uragano.

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Stomaco a terra

di Laura Corraducci

Stomaco a terra
occhi di polvere
striscio
non lascio orme dietro
solo segni e cerchi
di ventre
avanzo
c’è filo spinato sui fianchi
odore di sabbia intorno
mi giro
basso il cuore respira
veleno d’estate che
danza In questo deserto
la morte si scioglie
nel rame
il male si sbianca
nel sonno
io so
che il destino dei serpi
a me cari
è gioia e speranza beata Continua a leggere→