Archivi categoria: Poesia

Filastrocca del giro-girare. Di Nadia Agustoni

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(giostra con aerei)

Filastrocca del giro-girare.
di Nadia Agustoni

 

Ma non so se a nascere ritorno

se occhi bruni voglio a guardare alti i rami

a circoscrivere il cielo con luce di terra nel cuore

e piantarci i sogni e piantarci parole.

 

Ma non so se a nascere si è nuovi

o se è un giro che gira sempre uguale

e ti perdi e ti sembra di parlare

ed è com’era stato com’era già sbagliato.

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Carmine Vitale – Inediti per LPELS

foglie di ficus

*Ragù

Agli angoli delle cose

Pensavi mentre giravi il sugo

Un po’ alla volta se ne andava la memoria

Come un geco all’alba nella tana

Ti ricorderò come oggi in vita

E domani vento e fiori di gerani rossi

Impazza la solitudine verso quelle foto

Come quel profumo che fa male ogni domenica mattina

Sono parole in anticipo sulla morte

Che mi vengono da un luogo angusto come il cuore

Da un dolore prematuro da un odore

Con cura asciughi le macchie silenziose

Sul bordo del lavello immacolato

Con cura riponi le stoviglie e

Aggiungi un po’ d’amore

Sai che non mi basterà questa porzione

I pugni stretti nella notte

Di una tachicardia da fumo

Di un cane abbandonato nel giardino

Di come quando ero un ragazzino

Di quando le mosche mangiavano il cortile

E il pallone correva in diagonale verso il sole

Ad ogni pasto profumato

Ad ogni età che se ne è andata

Verso casa ritorno con lo sguardo

E un ultima girata a fuoco lento

Mi dice di sperare che è lontano

Il tempo delle more e degli addii Continua a leggere→

I morti

 

 di Billy Collins

 

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=iuTNdHadwbk]

 

 

 

I morti stanno sempre a guardarci da lassù, si dice,

quando infiliamo le scarpe o facciamo uno spuntino

ci guardano dal fondo trasparente delle loro barche in cielo

mentre remano se stessi lentamente attraverso l’eternità.

 

Osservano le teste muoversi lì sotto sulla terra

e quando ci sdraiamo su di un campo o sul divano

storditi forse dal ronzare di un pomeriggio afoso

concludono che anche noi guardiamo loro

per questo tirano sù i remi e rimangono in silenzio

aspettano, come genitori, che noi chiudiamo gli occhi.

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da: Il sonno della ruggine di Marina Pizzi

52.

or che d’affanno salirò le staffe

fango estremo la favola del mondo

al mio museo imbiancherò il sarcofago

per farne gradita la promessa.

in pieno scempio non conosco l’erba

bagnata di rugiada d’innamoramento.

le fiaccole morenti del letame

immune costo della fine.

e per domani il soccorso è scialbo

bagliore senza bulbo di rinascita

né sito con il nome della sfinge.

ancora si farà l’aria antica gola

ospitale del rantolo e la favella chiusa

sul muro senza l’asino l’attesa.

nulla. ma il dolore alquanto

senza uguali la dismisura.

53.

Giobbe

di Gianmario Lucini

«Ecco, sono ben piccino, che cosa posso replicare?

Mi porto la mano alla bocca.

Ho parlato una volta, non insisterò;

una seconda volta, non aggiungerò nulla»

Gb. 40, 4-5

Io sono Giobbe e parlo dal passato.

Icona e mito,

àfono

chiamo per nome la Giustizia.

Troppi uomini saggi hanno svuotato gli oceani

e non abbiamo che baratri.

Sento lo sguardo

padrone scrutarmi animale

inerme lo fisso, gli lecco la mano. Continua a leggere→

Viviana Scarinci

il nome

puoi parafrasare

questo comma

con agio sulfureo

ctonia meraviglia

crescere lievito

come un loto, fiore

che trafigge l’enigma

perché sia del nome

marca irredenta

perché sai il ritmo

di una sentenza

morte, il numero

dell’ora che rinviene

l’olocausto, tu sai

che il corpo è solo grafia

di questo arbitrio, testo

colmo dei nomi

dell’avvento, disturbo

della fede che

evacua dal confine

della carne un ossimoro Continua a leggere→

Il difensore dei cani

di Emanuele Kraushaar

inverno

Il difensore dei cani
ha il mantello lungo
delle notti lunghe
d’inverno, porta ciotole
d’acqua per le strade
ghiacciate dell’abbandono,
ha le chiavi di tutti i canili.
Cammina stanco, ma forte,
forte e fiero, sui bordi
della città là
dove c’è un guaito oscuro
di dolore che nessuno ascolta.
Piega le gambe per arrivare
alla terra dove i cani
hanno gli occhi languidi
della paura. Il difensore dei cani
non conosce i nomi delle razze
e non capisce il principio
di distacco. Era sulla strada
che porta al moletto,
ieri dove nel fango c’era un cane
senza coda e senza cuore,
alle porte del freddo, tremante. Continua a leggere→

quello che noi diciamo mondo

quello che noi diciamo mondo,
e adesso per me è una nonna col nipote
seduta al balcone di fronte
di una casa verde pisello,
è come se perdesse luce e spazio e tempo
e si accartocciasse come una macchina
che sbanda e si capovolge nella mente.
tu attraversalo insieme a me
quello che noi diciamo mondo,
attraversiamolo lentamente,
guardiamo ogni paese e ogni persona
con clemenza.
sono come noi, sono spine
e frutti della terra.

Angela Passarello, Ananta delle voci bianche

La mucca
L’enormità degli occhi esprimeva la mansuetudine del suo sguardo così come la sua mole ancorata al terrestre. Il muggito pacifico sembrava il richiamo di una sorda campana. Appariva mastodontica anche la sua lingua, le cui leccate cospargevano d’umido la pelle del vitello appena partorito. Quando veniva munta, immobile, continuava a ruminare. Di giorno si lasciava montare, muovendo il vello liscio e dorato. Continua a leggere→

A Pirra

di Quinto Orazio Flacco

Tra le più conosciute delle Odi di Orazio, quella dedicata a Pirra (Lib. I, 5). Pirra me la immagino un po’ come Charlize Theron. Pirra è una delle creature che hanno fatto sognare, e terrorizzato, schiere di impacciati liceali, una donna sensuale, voluttuosa, non una fatalona. È capace di trasporti infantili e capricciosisimi e micidiali rifiuti. Questo tocca corde anche extra-testuali, se vogliamo… il tema della donna infedele… ouch! un’esperienza difficilmente evitabile, se si vive almeno un po’ (la cosa vale anche in senso figurato). Orazio canta gesti di fulminante erotismo: il riannodare della chioma (evidentemente dopo essere stata sciolta), l’unica azione compiuta da Pirra, forse solo immaginata, vale mille immagini.
La forza di questa lirica sta per me nel trattamento dei temi relativi agli elementi. Terra, acqua, aria: gli elementi sono infidi: il corpo della donna è figurativamente l’omphalos dell’orbe. Il potere della donna è quello della natura: la grotta, la tempesta di mare, venti neri e arie traditrici. Ogni verso abbonda di dispositivi retorici. Colpisce l’espressione aspera nigris aequora ventis, quattro parole per descrivere in ogni senso senso la bufera, col forte valore metonimico di nigris e l’indeterminatezza di aspera riferita alla distesa d’acque. Me ne ricordo ogni volta che metto piede su qualcosa di galleggiante. E ogni volta che leggo cose del genere.
L’ultima stanza allude alla consueta offerta votiva dei marinai antichi scampati al naufragio.

Ad Pyrrham

Quis multa gracilis te puer in rosa
perfusus liquidis urget odoribus
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«Passando, per la strada…», quattro poesie di Simone Rossi

Simone Rossi, Passando, per la strada…, pref. di M. Meneghelli, con una nota di G. Armani, Editrice Vicolo del Pavone, Piacenza 2009, pp. 151.

***

Il giglio

Sul ciglio della strada,
alcuni fiori.

Lì dove
altri crescevano
spontanei.

Erano freschi
tutti e due.

Lì dove
un fiore, un giglio
– una vita umana –
era stato reciso.

Lì dove ora
sboccia un ricordo.

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L’azzurro. Di Nadia Agustoni

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(Luigi Ghirri: Ultima foto)

l’azzurro

di Nadia Agustoni

 

l’azzurro

 

l’azzurro è lo stesso

ma nessuno ti chiama

e luce di settembre

è il ricordo

scale che abitavi

porte che aprivi

e quieto il cortile

dove il cane abbaiava al passante

e tu in mezzo alla vita

senza chiedere

con fiori e polvere

e un ridere

come si ride alla morte

senza pensarci.

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Dichiarazione d’amore

la persona che cerchi non è raggiungibile.
invece di sentire la tua voce
scrivo
e sento il rumore che fa il portatile
per sentirsi vivo.

*

la tua faccia
quando compare nel film della vita
viene voglia di entrare dentro la pellicola
e stare lì come una nuvola
una sedia, una matita.

Del perduto senso – C’era una volta un indiano – di Natàlia Castaldi

la peinture à la maison

Se si fosse almeno un indiano, subito pronto e sul cavallo in corsa, torto nell’aria, si tremasse sempre un poco sul terreno tremante, sinché si lasciavano gli sproni, perché non c’erano sproni, si gettavano via le briglie, perché non c’erano briglie, e si vedeva la terra appena innanzi a sé come una brughiera falciata, ormai senza il collo e la testa del cavallo!

Franz Kafka, Desiderio di diventare un indiano

C’era un sogno,
una stella, sapeva
di mare, reti,
fabbriche e sudore.
E c’era un ragazzo
che voleva lottare
con pochi soldi
ed una chitarra di cartone. Continua a leggere→

Guido Catalano e l’importanza della recitazione nella costruzione della poesia

di: Guido Tedoldi

Recensione di «I cani hanno sempre ragione 3.0», poesie di Guido Catalano, SEEd, 2007, pp. 137, € 10

Alcune delle poesie di questo libro le avevo lette mesi fa – d’altronde è facile quando si bazzica il web e l’autore ha un account in Facebook (le forme sempre più normali del marketing letterario contemporaneo). E non mi avevano impressionato.
Poi il 4 giugno sono andato all’Arci del quartiere Turro di Milano, dove Guido Catalano ha tenuto un recital delle sue poesie. E lì si è accesa la luce. Catalano riporta la poesia indietro di qualche secolo, e contemporaneamente la proietta avanti nel tempo garantendole un futuro. Indietro, quando la poesia era recitata e magari anche cantata su accompagnamenti musicali, e avanti, prendendo atto che il XXI secolo è quello della performance. Continua a leggere→

I contadini non amano i fiori (sulla passione per l’antiquariato)

Non ha finestre, quasi non ha porta
il ripostiglio, la grotta
nel recesso più buio, più segreto
della casa dove sono nato.
La muffa nera alle pareti
è soffice come muschio e ha un odore
di salnitro e ammoniaca.
Da nere travi pendono corde secche,
qualche paniere sfondato e ragnatele
disabitate. Neanche più gli insetti
vivono in questa tomba.
La chiave viene perduta
e ritrovata ogni sette anni.
M’invitano a indossare abiti vecchi,
tute scafandri caschi,
se voglio entrarvi a cercare con la candela
cose che altri dicono preziose
senza conoscerne i nomi francesi o arabi.
Appena trent’anni fa erano vive,
ancora in uso. Niente di speciale:
contenitori per olio e conserve,
attrezzi per lavorare la terra.
Cose che non hanno ancora un nome
nella straniera lingua in cui scrivo.
E non vorrei, del resto, per rispetto,
scriverne i nomi in corsivo,
evocarle in dialetto.
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