– Evviva Dio!!!!!!!!!!! – la carovana dei Discepoli, la carrozza della croce del Cristo che con un occhio si è visto morire // & con un altro è risorto!!!! !!!!! !!!!! – Salve allo SPIRITO SANTO (+ floreale)! Quasi in penombra, dove l’inferno dei / morti / è / il / vivo / nella tomba!!! !!!! !!!! – a Nazaret nessuno in casa non aveva un legno del falegname nel grembo! Lì si può dire si!!!!!! SIGNORE (***), avanti l’uomo adottato nel Vangelo e di lì allattato di là dal si nella Pisside. qui!!!!! (—————).
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Intervista a Tamara Vitan
1) Come e da dove nasce l’idea di questo libro? E potresti dirci qualcosa sul titolo?
L’idea di questo libro nasce sulla scia di alcune sensazioni che hanno preso vita sotto forma di prose, una sera di febbraio. L’idea della malattia e della nostra certa e ovvia finitudine mi hanno travolto nell’incontro con questa persona che aveva ricevuto questo verdetto terribile, impossibile da accettare e da comprendere mentalmente, perché la ” nostra” di morte è sempre al di fuori di noi, sembra che non ci riguardi mai. Ecco perché è avvenuto forse un movimento interno spontaneo oserei dire, nel voler camminare insieme a lei dentro a questa “consapevolezza”, un tentativo di incollarsi alla sua condizione che è in realtà anche mia e di tutti noi, con la volontà di disperdere le tenebre e mi tenerla in qualche modo per mano, accompagnarla. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 61
La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Angela Caccia
Capita e lasci la preda - o preda lanci segnali di soccorso è allora che t’accorgi di quanti tuttavia sei ricolmo e come è morbido e remissivo il veleno di alcuni fiori ma la poesia civile è sangue - indelebile nell’affronto/confronto bianco e nero Yin e Yang. Avventurarsi nella tana del lupo esplorare il più forte nel territorio del pericolo dormire magari il suo stesso sonno e poi quello dell’agnello svelarne la vulnerabilità l’innocenza la calma degli indifesi sarebbe un prezzo congruo perché l’umano ci modelli peccato che il sofista di turno faccia il giro del mondo mentre la verità viaggia su auto di seconda mano
Tentativo di questi versi, evidenziare come, alcune dinamiche intrinseche – potere e vulnerabilità, sfruttamento e resistenza, preda e predatore – siano nel nostro tessuto sociale dove, oggi più che mai, il forte schiaccia il debole. L’immagine dell’“avventurarsi nella tana del lupo e poi in quello dell’agnello” evidenzia spazi di conflitto che devono sfociare necessariamente in dialogo: solo una valida comunicazione abbatte muri, trasforma le dinamiche predatorie in opportunità per la coesistenza e la solidarietà.
La poesia civile in genere, sottolinea come la scrittura, e l’arte nel suo complesso, siano validi strumenti di denuncia e, al contempo, atto di resistenza nella misura in cui si propongono come veicolo di cambiamento e consapevolezza.
Non esistono “proprietari di questa terra”, solo usufruttuari:
[…] siano benedetti
quanti -estranei a quel sole e a quella notte –
in una marcia sonnolenta
si aggirano tra i vicoli dei nostri sogni
a ribadire che tutti siamo fame
e tutti bisogno
[Di lentissimo azzurro ed. Campanotto, 2025]
Come velame che cade. Viaggio lirico nella terra di Molise
Leggo, in questi giorni, il bel libro di versi e di immagini che Valentino Campo e Pino Bertelli hanno voluto pubblicare per le edizioni Volturnia con il titolo Come velame che cade. Viaggio lirico nella terra di Molise. Ed è un mondo nuovo che sorge in me, ben diverso da quello – pure amatissimo – di Francesco Jovine, anche se certi racconti di Ladro di Galline e del Pastore sepolto, come Malfuta o della fondazione di un villaggio o Il cavallo del diluvio o Le lacrime degli eredi e altri ancora, sembrano condividere qualcosa delle immagini aspre e potenti di queste pagine. Ma qui è a un Molise eterno che ci volgiamo, a una petramater remota e arcaica, sannita e poi cristiana, ma che sembra ogni volta mantenere l’impronta del suo territorio: e non solo i sentieri, le montagne, i boschi, i tratturi, ma i paesi stessi, e perfino le voci che salgono da quelle terre danno la sensazione di far parte di una natura impervia e immutabile. La lingua di Valentino Campo testimonia di una ricerca personale che va verso l’asprezza dei suoni e la tensione dura delle immagini, a volte anche verso la litania, come nella seconda sezione del libro, dove l’incipit, ripetuto ogni volta, sembra dire di qualcosa di sacro e inalterabile, e fissato una volta per sempre: Fatum, se è vero che questa parola, in latino, esprimeva un ordine fatale stabilito dall’eterna legge di natura. E colpiscono, in questa sezione, certe formule interrogative o certe inserzioni sentenziose (come nel distico finale di XIII) che portano in sé la lingua apocalittica di Eliot. E poi ci sono i morti, che invadono il sonno e le acque, e sembrano intrufolarsi in ogni pensiero, così come negli occhi degli animali. E gli animali stessi, i buoi che impregnano di sé la mente del narratore nella prima sezione del libro. Niente di addomesticato, in questi versi, solo verità. E verità a volte inquietanti, minacciose, che stridono, e tagliano la pagina come qualcosa di rauco e di crudo, di indomato. E con una lapidarietà che è della lingua come del pensiero di chi parla. E penso ancora alla prima sezione, quella sannita, e a poesie come Così come è stato, quasi epigrafica nella sua essenzialità: «Così come è stato. / Il padre di mio padre, / il padre, vigilia / di mia madre, scroto. / Sia figlio di mio figlio, / il padre, ed io / semenza di mio figlio, fiato. / Io sono il bue, / mi dicono sacro / agli dei degli inferi, a questa lama, / alla fenditura / del cielo che s’assottiglia e che dirada. / Il bue inghiotte fili, / impregna l’aria / di là dal campo dove i romani / con croci e spini celano gli altari». Bellissimi i versi, come le immagini di Bertelli: due mondi e due linguaggi che s’intersecano e si potenziano reciprocamente, ma conservando intatta la propria autonomia espressiva.
Sergio Zavoli
Cielo fermo, fredda luce posata
sopra di noi lasciati soli
a vagare con gli occhi su di te, di stella
in stella, quelle che hai scelto
per le nostre notti, nel velato dominio
dove hai voluto averci con l’immagine tua.
Poi più nulla, deserta maestà,
eppure siamo, in un grano per volta,
la tua prova.
Elsewhere, di Alida Airaghi
C’è un fondo al cielo,
in fondo al cielo: e prima luce,
e primo buio. Fine di tutto,
innanzi a tutto.
Velo che tieni il mondo,
ripara il fiore, il frutto.
**
Tu che non puoi non essere,
non puoi finire.
Costretto a vivere
il futuro nell’adesso:
condannato a te stesso. Continua a leggere
Giorgio Stella. Una poesia
LE CARROZZE DI BURRO – (…) ad ogni astro si dedica il cielo, fascia retta nell’ onda orizzontale barocca dove la fiamma // è lo spessore della scherma! La postura ha / un rigore… Come sparare (…) // n
nella creta la suggestione per la ceramica ventaglio di un antico patriarca petto di rondine col becco nelle foglie.
Rendez vous. Poeti che si parlano. Gianni Palumbo e Vito Davoli
Da Exit Imago Mundi di Michele Ziviani (QuiEdit, 2024)

La poesia di Michele Zuviani più che sperimentale è inusitata. Egli spezza la tradizione nello stesso momento in cui la recupera. E’ un scrittura post-impressionista che attinge alle neuroscienze come la pittura si faceva ispirare dalla fotografia.
(Pasquale Vitagliano)
SALA GIOCHI
Di sibili elettronici
l’avventore udia i rombi
che i vetri luminosi
producean insistentemente.
Tra il trillo d’un trabiccolo
e il tintinnio costante
d’un gettone gettato
il lume abituato scintillava.
Dinoccolato impazza
l’uomo adiacente al bercio
delle trombe vittoriose
dei cherubini festanti.
Squillino le trombette,
mentre il giovine abbassa
il cane per sparare.
La canna, però, non emette guaito.
Si sfoga così, batte
i pugni e stronca vite.
Con aggraziato movimento
colpisce il bimbo chino a contare.
*
Luigi Maria Corsanico legge Vincenzo Cardarelli. 10
La poesia prima della fine del (o di un ) mondo, a cura di Rita Pacilio. Agostina Spagnuolo
Mi era parso di aver dimenticato
la tua presenza leggiadra
sulle orme dei miei passi
lungo le scorciatoie del tempo.
Non avvertivo il soffio
del tuo respiro sommesso
nei singhiozzi quando contavi
la mia erranza tronfia e sazia
accecata dall’effimero del mondo.
Ma ho aperto gli occhi al risveglio
del cuore che era soltanto assopito.
Lo so che Tu ci sei,
Signore del cammino,
compagno dei percorsi
sulle latitudini del mondo.
Ci sei quando ti affido i dubbi
che fendono la strada
che pensavo facile
l’aver scelto di percorrere.
Sei la mia stella nella notte oscura
quando brancolo a un approdo
nel mare del dolore.
Ci sei nel varco dei silenzi,
oasi di respiro nel chiasso
delle vanità del mondo.
E nella risalita, l’ultima,
più ardua, non mi abbandonerai.
Dinanzi all’Infinita Tua Presenza,
stretta alla tua mano, per le vie del cielo
con Te dovrò restare.
***
Aurore
Ci sono aurore
che lasciano alla notte
il buio del sentire
e rischiarano di luce
e guidano il cammino.
E basta anche un raggio
a risplendere di Dio,
che ci induca a rifuggire
vanità e ciò che è effimero,
a ricondurci al senso
che spesso si smarrisce.
Com’è semplice la voce
che chiama all’Infinito!
[23 maggio 2010 (per la Beata Teresa Manganiello)]
Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 7. Antonio Spagnuolo

Antonio Spagnuolo, Futili arpeggi, La Valle del Tempo, 2024
Il libro Futili arpeggi di Antonio Spagnuolo viene dato alle stampe nel gennaio 2024 per i tipi della casa editrice la Valle del Tempo, Napoli.
Nel frattempo, sempre nel medesimo anno, nel mese di novembre, Spagnuolo ha pubblicato con lo stesso editore una nuova plaquette dal titolo Più volte sciolto, del quale però non terrò conto in queste postille, soffermandomi esclusivamente su Futili arpeggi. Continua a leggere
Sergej Stratanovskij
La prefica
Intonando un pianto funebre sul suo uomo ubriaco,
intrecciando il merletto Di parole antiche,
sull'ubriaco perso intrecciandole
Per il figlio-mostro, per le percosse quasi quotidiane
Pianto e singhiozzi intrecciando,
parole d'ira
Sul vivo come fosse morto,
perché crepi in un istante, non si svegli.
Morí il mattino dopo,
strozzato nel suo stesso vomito
Lo seppellí senza piangere,
ma da allora non riuscí piú a cantare
Fabrizio Bajec, Tanka per le quattro stagioni (e altre poesie brevi)
Fabrizio Bajec, Tanka per le quattro stagioni (e altre poesie brevi), nota di Jérémy Tabani.
I poeti hanno un rapporto travagliato con le parole: accettano di usarle, ma non per far dire loro ciò che dicono. Alcuni cercano di esprimere l’indicibile, altre di far confessare alle parole ciò che non hanno mai detto, qualcuno tenta di parlare contro le parole, qualcun altro di nominare ciò che sfugge alla rappresentazione dell’arte… Ma non appena accettiamo di parlare, sentiamo di aver già detto troppo, anche se siamo stati parsimoniosi con le parole. E allora che fare: parlare per non dire nulla, o tacere per lasciare che le cose siano eloquenti a loro modo, col rischio di restare muti?
In questa raccolta, Fabrizio Bajec ci invita a volgerci verso il vasto cielo che ci circonda, quello sopra di noi, ma anche e soprattutto quello dentro di noi. Perché qui la presenza non si oppone all’assenza, né lo spaventapasseri alla persona, o l’esistenza alla non esistenza. Né la parola contrasta il silenzio.
Così il poeta sceglie di parlare non in vista della “fine del linguaggio”, per usare il titolo della terza parte del libro, ma piuttosto dalla fine del linguaggio. Come Châteaubriand, che nelle sue Memorie dall’oltretomba si rivolgeva a noi lettori dalla sua presunta tomba, qui il poeta ci apostrofa dall’aldilà di ogni concetto inerente al linguaggio, compreso quello della sua persona.
uscendo dal carcere
libero dagli oggetti
di un nocciolo sognato
La persona che esce davvero di prigione non si rende forse conto che ciò che la imprigionava era proprio questo nocciolo sognato, da intendersi qui come un nodo, ad esempio quello del linguaggio, che tiene insieme tutta una serie di altri nodi intorno a quello della persona?
Quindi parlare dalla fine del linguaggio non significa la fine di ogni discorso. Né del silenzio. Qui la parola e il silenzio sono ancora vorticosi, ancora abbracciati, perché sono sempre stati già uniti.
Dove? Nel fuggevole istante.
(Jérémy Tabani)
Fabrizio Bajec
Tanka per le quattro stagioni (e altre poesie brevi)
Prefazione di Fabio Pusterla
Vydia edizioni d’arte, 2025
Tre fisse (Domande semplici e concrete)

di Patrizia Baglione
TRE FISSE a Federica Maria D’Amato
Quanto influisce bellezza, dolore e amore nella tua poesia?
Bellezza, dolore e amore sono di certo una triade ben presente nei miei tentativi poetici, al di là delle vicende biografiche che variamente occupano, sovente in modo trasfigurato, le tematiche della mia scrittura. Ma tengo a sottolineare come queste intensità non fondano sic et simpliciter la mia poesia, bensì spesso ne sono solo il pretesto, dato che il fine è un altro: cercare di comprendere come, variando e modulando il verso, bellezza, dolore e amore spingano un po’ più in là il limite della risorsa linguistica impiegata. La bellezza, in ogni sua accezione, ci stupisce e turba, ed è istintivo volerne comunicare il prodigio, ma credo che, quando questo accade in poesia, bisogna fare di tutto per spremere sino in fondo tutti gli strumenti (retorici, metrici, fonici, etc.) a nostra disposizione, al fine di aggiungere in modo memorabile una qualità ulteriore alla bellezza stessa, arricchirne la definizione ovvero la visione. Quando Vittorio Sereni, in Stella variabile (1982), scrive un madrigale dedicato a Nefertiti, non sta solo omaggiando la bellezza immortale e numinosa della regina egizia, ma ci sta anche dicendo – ricorrendo alla propria formidabile sapienza metrica – che quella bellezza è qualcosa di più di una semplice storia: è un enigma, e intimamente definisce la storia occulta, ma originaria, d’ognuno di noi. La stessa riflessione vale per amore e dolore; prendiamo, a riguardo, Tema dell’addio (2005) di Milo De Angelis, libro di poesie che unisce amore e dolore in una endiadi esemplare. I testi che Milo dedica alla moglie nella tragedia di malattia e morte, risalendo con la memoria ai tempi euforici del primo amore e dell’unione coniugale, non vogliono solo essere un omaggio e insieme la cronistoria d’un rapporto e d’una luttuosa fine: con quei testi Milo ci sta dicendo che ogni attimo del nostro respiro è una scuola d’addio, e che nessuno è salvo dal tema finale.
Marie Ponsot
A La Une
Che nessuna parola con la sua pensante minaccia
S’insinui nello sfioro dei nostri baci;
Il più tenue respiro che dia forma
Qui sarebbe di troppo.
Cerco all’interno del tuo singolo battito Il diametrale d’oro, dal quale
Sopprimere ogni via plurale alla verità, Sospendere ogni duplice evidenza.
Tu mi eguagli. Io ti
Libero. Possiamo tuttavia
Essere.
(trad. M. Bocchiola)
Luigi Maria Corsanico legge Angiolo Silvio Novaro
La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Antonio Fiori
Traviseremo i fatti
diremo cose mai dette
cambieremo
mantenendo i connotati
Interrogheremo
e saremo interrogati
avremo istruzioni
daremo prestazioni
perfette
Ogni parola sarà artificiale
cesseranno paure e preghiere
nessuno si potrà lamentare
Sarà vietato soffrire
[inedita 2025] *** Continua a leggere
Roberto Minardi, Ordine del sud
Preghiera d’assalto
Annerisci il suolo, assali case,
mura, portoni, sbandiera il gas,
fa’ che non resti uno stecco,
scortica, avanza senza senno…
Distorci i lineamenti
perché quel ghigno caschi dalle facce
e nutra la tua combustione.
Chi ha detenuto il potere sia arso
chi mai ha messo un arto sulla brace
venga ustionato.
E sarai maledetto,
non capiremo niente,
esploderà il commercio delle tute ignifughe. Continua a leggere









