Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Pentecoste 2024

« venne all’improvviso come un respiro di violenza» [At 2,2]

« il frutto dello Spirito…è amore, gioia, pace…»  [Gal 5,22]

« quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera» [Gv 16,13]

Ho visto il grano quasi maturo. Quasi maturo per essere mietuto. Le spighe sono quasi formate e il loro colore è quasi giallo. Quasi.

Tutto in quel “quasi” è il tempo della Storia. In quel “quasi” il luogo dello Spirito.   Continua a leggere

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Lo stato dell’arte. Giancarlo Stoccoro

Uno psichiatra che da bambino sognava di diventare poeta

Sogno, poesia e follia sono accadimenti a cui abbiamo dato un nome, ma di cui sappiamo poco.

La follia, per alcuni, è ancora la sorella sfortunata della poesia, si perde nel bosco e vi rimane intrappolata, preda dei suoi fantasmi e di voci inesistenti.
Il sogno è un enigma spodestato del suo regno, senza inconscio è diventato il prodotto dell’attivazione irregolare di infaticabili neuroni, che anche di notte non smettono di lavorare.
Alla poesia resta l’abbaglio di pochi versi che nell’abisso scoprono la luce. 

Sognatori, poeti e folli sono inadatti a vivere nel mondo, scomodi ospiti in casa propria, parlano una lingua che neppure loro riescono a decifrare. Continua a leggere

“Carte nel buio”, Michele Nigro

Perché questo titolo? Non si tratta di una raccolta sul Buio e sulla Luce, sulla lotta tra il Male e il Bene; non è una raccolta manichea. Carte nel buio perché ho tentato, seguendo un certo istinto di sopravvivenza, di portare luce innanzitutto nella mia oscurità che è poi l’oscurità nel mondo (del mondo), in questo nostro vagare che è “vita”. È un poetare contemporaneo che non fornisce sicurezze – seguendo il dettame fortiniano del “nulla è sicuro, ma scrivi!” -, non vuole e non può consolare, non è un facile balsamo confortante da distribuire durante le pubbliche letture come spesso accade in questi tristi tempi dominati dai guitti più che dai poeti. Si brancola nel buio accompagnati dalla sola certezza che grazie a qualche verso forse ci ricorderemo di noi stessi (o ci ricorderanno), di alcuni attimi senza cronaca lasciati indietro nel passato e destinati all’oblio; tutt’intorno a quelle carte, il nulla, la dimenticanza, l’irrilevanza.  Continua a leggere

Lo stato dell’arte. Daniela Pericone

Si sa che la poesia è una forma espressiva priva di un fine o di un utile economico, e pertanto non stupisce che nel sistema sociale e culturale occupi uno spazio del tutto marginale. Tuttavia la marginalità può rivelarsi un vantaggio, se consente di percorrere strade di libertà. «Poesia significa in primo luogo libertà. Libertà e disobbedienza di fronte a ogni forma di sopraffazione o di annullamento della persona; di fronte a ogni forma di irreggimentazione o, peggio, di massificazione»: è il pensiero di Giorgio Caproni. 

La parola poetica oltrepassa il senso della comunicazione quotidiana. In tale prospettiva può essere rivoluzionaria, perché è affrancata dai luoghi comuni del pensiero di massa. Eppure oggi assistiamo al progressivo adeguamento di una parte crescente della comunità poetica a uno standard di linguaggio piatto e incolore. Bisognerebbe ricordare che la poesia è il luogo elettivo dell’invenzione: chi scrive dovrebbe muoversi in direzione contraria a quelle forze che spingono ad abbassare e uniformare il linguaggio al livello minimo della comunicazione di servizio. «La resistenza ai cliché è ciò che distingue l’arte dalla vita», scrive Iosif Brodskij.

La funzione del poeta è strettamente connessa al lavoro sul linguaggio, che è alla base di ogni relazione umana. La poesia è la più alta espressione della creatività in campo linguistico, tanto da rispecchiare il livello evolutivo di una determinata cultura. L’etica del poeta perciò consiste nell’operare con rigore e accuratezza sullo strumento linguistico. Il suo lavoro contribuisce a modificare la realtà nella misura in cui stimola la riflessione, amplia le conoscenze, moltiplica le prospettive e i punti di vista. Sono questi sommovimenti che agiscono sulle coscienze, e che nel lungo periodo possono influire sul sentire collettivo. 

Occorrono disciplina, pazienza, dedizione. Ma occorre soprattutto andare oltre il contingente quotidiano, sollevare lo sguardo verso l’alto e al contempo spingerlo in profondità, per restituire valore al sentimento di appartenenza alla comunità umana.

Augusto Pivanti, Confluenze

di Gian Mario Villalta

Versi, amicizie, labirinti

La poesia è per Augusto Pivanti un’estensione dell’empatia umana e della possibilità di relazionarsi agli altri, agli eventi e alle forme del mondo. Per questo sono importanti gli incontri. Per questo è importante il “fare”, per Pivanti, che è dialogare con altre opere e altri poeti mentre scrivono i loro libri, mentre stanno ancora vangando o compattando l’aiuola del loro raccolto di parole. E per questo è importante il tempo. E sono decisivi i mutamenti nel tempo che portano da un esordio di quasi ingenua scoperta della poesia e del suo elementare incanto (incantevolmente ingenuo quell’apostrofo in Nostalgia d’alberi, 2005) fino alla necessità più complessa e ossessa del disincanto. Un disincanto che – va detto – mantiene saldi i confini di un’etica del bene, a tutti i costi contro il male, anche quando il male annichila con la sua potenza. Ma pur sempre matura una distanza, formatasi con la vita e l’esperienza, da quelle prime poesie, dove l’espressione è aperta, segue una cadenza quasi naturale nella grammatica del verso, cerca di dare forma a un sentimento: “Oltre la soglia / ti vedrò ancora. / Nulla sarà perduto / nell’appartenerci, ora / senza nome”. Si noti come la sequenza di vocali equilibrante “oltre… ancora… ora… nome” quasi nasconda la rima in “ora” e la renda meno ovvia, segnando un andamento quasi atteso delle sonorità del testo. Cinque anni dopo in Orchestra, poeti all’opera 3, 2010), in antologia, leggiamo: “Vive nel gioco liberato alle sintassi l’essere / stratificato dei vocabolari aperti insieme, / la coclea indirizzante d’un linguaggio / masticato nell’omaso di virgole a rovescio”.  Continua a leggere

Frammenti di Cinema # 76

Chi è Frankenstein? La creatura o lo scienziato? È facile fare confusione. Ci avete mai fatto caso? Il rimando di Poor Things (2023) di Yorgos Lanthimos è chiaro. Tuttavia, questa singolare sineddoche non si ripete. Lo spettatore non fa confusione tra l’artefice (Willem Da Foe) e la creatura (Emma Stones). In questo caso accade una novità. La creatura si trasmuta in creatore di un’altra. Anzi, sarebbe meglio dire che la vittima prende il posto del carnefice. Con questa lettura il tema del percorso di autocoscienza di genere acquista, a dire il vero, un tono pessimista e cinico. Infatti, più che al processo sessuale, è a quello creativo che bisognerebbe fare attenzione. Non mi sembra, infatti, casuale un altro richiamo, quello agli autoritratti interiori di Frida Kahlo.

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Lo stato dell’arte. Giovanni Nuscis

Ritengo che la poesia possa dire ancora molto, perché molte sono le voci, le sensibilità, i temi e i registri che essa può esprimere; per ragioni diverse, motivando così a leggerla. Poesie acute e ironiche come quelle di Patrizia Cavalli, o lievi, giocose, di pura grazia come quelle di Vivian Lamarque, o quelle calate nel mistero della vita (Emily Dickinson), o nell’immane tragedia della Shoah e nell’oscurità del dolore (Paul Celan); oppure quelle etiche, che alludono a una società disumana e ingiusta (David Maria Turoldo, Pier Paolo Pasolini). Per fare qualche esempio. Poesie, le anzidette e molte altre, classiche o recenti, che continuano ad attirare lettori anche se con numeri non paragonabili a quelli della narrativa, e, ancor meno, a quelli dei fruitori di altre arti.  Continua a leggere

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 7

Ritratti di Contemporanei

Italo Calvino

Fu Zavattini, verso la metà degli anni ’70, a preannunciargli telefonicamente la mia visita in via Campo Marzio:
«Un ragazzo di belle speranze vorrebbe venire a trovarti. Ma attento, è molto impegnativo!».
Cesare riattaccò dopo qualche minuto e, rivolto a me, disse:
«Ti aspetta dopodomani alle 5. Sii puntuale, lui detesta i ritardatarî. Ma non trattenerlo troppo a lungo: ha mille cose da fare, quasi come me».
La mia visita durò una manciata di minuti che mi parvero ore. Continua a leggere

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Lo stato dell’arte. Ugo Mauthe

La poesia ha ancora qualcosa da dire?

Vorrei rispondere a questa e alle altre interessanti domande della ricerca assecondando la mia natura di semplice frequentatore di poesia, pragmatico e piuttosto disincantato. E quindi dico certoche la poesia ha ancora qualcosa da dire, perché non dovrebbe? Non condivido il vittimismo-pessimismo che si respira spesso fra chi segue a vario titolo la realtà della poesia, perché penso che la poesia sia una forma d’arte e comunicazione come altre, con alti e bassi, epoche storiche favorevoli e altre meno, sostenitori e denigratori. In quanto umana espressione d’arte e comunicazioneha per forza qualcosa da dire, altrimenti nessuna arte (e quindi nessun umano) avrebbe qualcosa da dire. In realtà viviamo in un’epoca molto ricca di poesia, o, per i più severi e pessimisti, di tentata poesia (il che è comunque qualcosa) a condizione di non chiuderci in piccoli e a volte altezzosi castelli di movimenti-gruppi che fanno fatica a guardare al di là delle proprie mura.
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Una nota su Marco Munaro

da qui

di Giorgio Stella

Il poeta di Rovigo al secolo Marco Munaro è un giocatore di azzardo di versi. Una cronologia sarebbe impossibile in questo senso: ci sembra una scommessa tentata, tentata bene, la sua poetica che non garantisce il poema ma lo arricchisce nello schema che appunto lo diminuisce. Veramente una Las Vegas senza luci al neon che riproduce al buio del nero. In effetti il Nostro come già detto ma vale ripeterlo non ha comparti stagni, rievoca i fasti di un’antica leggenda che rappresenta un’epoca e i suoi protagonisti. Un’epoca provvida nella medesima propria. Suo malgrado, ma non per caso, per caso suo, risolleva la traballante economia ermeneutica. Il mittente e il destinatario si equivalgono. Erede di una proprietà privata pignorata, da un novecento post-mortem, come un veggente riepiloga un’assenza già presente. Ma non fa niente, niente di male, come una madre purtroppo precocemente assente.

Lo stato dell’arte. Antonella Sica

Caro Fabrizio,
quanto è difficile la tua domanda!

Non so se letteratura, poesia e arte aspirino a risvegliare la speranza di un presente migliore; personalmente, credo nella loro potenza come energie creative che permettono di vivere una vita piena e consapevole. Questo, per me, non si lega necessariamente alla speranza. Come sosteneva il regista Mario Monicelli, la speranza è una trappola inventata dai padroni: ti fa chinare il capo e ti abbandona in una sala d’attesa ad aspettare. Per cambiare le cose, anche solo nella nostra vita personale, è necessario agire, impegnarsi, esprimersi, esporsi. Scrivere, dipingere, fotografare, girare un film possono essere modi per farlo, ma solo a condizione di esporsi senza tradire il nostro sentire per cercare l’approvazione degli altri

Non so se il nostro tempo sia più privo di senso di quelli che ci hanno preceduto, ma è certo che il progresso, che per sua natura non è etico ma tecnico-scientifico, sta sempre più allontanandoci dalla Natura e dal suo ritmo lento, che continua a esistere per gli altri esseri viventi. Noi esseri umani non sappiamo più farne parte.

La poesia in questo nuovo scenario diventa una sorta di barricata, ancora immersa nei cicli naturali del tempo. Per scriverla, è necessario concedersi tempo, osservare, ascoltare, scegliere con cura e infine cesellare. Anche la lettura della poesia richiede tempo, è un momento di svuotamento, incontro e relazione. Credo che gli uomini non smetteranno mai di scrivere poesia, poiché essa è parte essenziale dell’essere umano… Chissà, forse proprio questa mia ultima affermazione è una speranza.

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Lo stato dell’arte. Isabella Bignozzi

La poesia, è bene dirlo, è ancora piena di salvezza: in quanto arte simbolica, eccedenza di senso, che scaturisce da lunga contemplazione, potente e silenziosa.
Non nella scrittura, non nell’esser letti o commentati vi è rimedio al male, ma nello sguardo al mondo: puro sulle cose, privo di desiderio e giudizio. Poesia è essere nella pienezza di creatura vigile, presente, che s’inscrive nella durata, e risuona del proprio timbro lirico, nel grande coro del creato. Continua a leggere

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