
Caro Fabrizio, ti ringrazio per le domande così importanti giunte il 30 aprile, a cavallo tra la Festa della Liberazione e la Festa dei Lavoratori. Una bella sorpresa, in quelle che sono le feste per me più gioiose, luminose, le feste primaverili, in cui tentare di riassaporare un senso di comunità di cui abbiamo un estremo bisogno. Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
«…si udì mai cosa simile a questa? che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco…» [Dt 4,32-33]
« …avete ricevuto uno spirito…per mezzo del quale gridiamo”Abbà, Padre”. Lo Spirito [lo] attesta al nostro spirito» [Rm8,15-16]
« sono con voi tutti i giorni» [Mt 28,20]
Al cuore del mistero.
Un Dio che parla dal fuoco. Solo chi arde ode e chi ode comprende.
Farsi fuoco, per incendiare la Storia.
Se è difficile capire la verità delle cose, sembra impossibile comprendere la verità di Dio.
“La conoscenza effettiva della verità, cioè la partecipazione alla verità stessa, è pensabile nell’amore e soltanto nell’amore, e viceversa, la conoscenza della verità si manifesta attraverso l’amore”
(Pavel Florenskij) Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Cristiano Poletti

Serve, servirà ancora la poesia? Continua a servire e a cosa l’arte?
Provo a riflettere apertamente, con qualche appunto, così, a ruota libera:
- La poesia serve, nel più vasto senso del verbo “servire”.
- La poesia serve come il pane: il grano buono, una volta passato al setaccio, si separa da quello cattivo, ed è quanto necessario dire.
- Scrivere non aiuta a migliorare il presente, lo forma.
- Scrivere ci fa arretrare dalla morte, come il ricordare.
- Ciò che nasce, nasce dal silenzio. Anche in poesia.
- Se proprio non si può fare a meno del pensiero, poesia è solo pensare a sentire.
- L’arte, tutta l’arte, è il sentiero più impervio ma giusto per ritrovare lo stupore e la meraviglia che abbiamo provato da bambini.
- L’attenzione che l’arte chiede è sempre alta tensione.
- Componimento è compimento; composizione è compostezza.
- Ogni testo che si possa dire degno è il frutto di una deposizione, con valore dunque sia di testimonianza sia di corpo linguistico deposto, morto per rivivere sulla pagina.
In silentio et in spe erit fortitudo vestra (Isaia, 30, 15): in spe, in particolare, è tradotto nei termini di un “abbandono confidente”. Ecco, se la poesia può puntellare la vita è perché chiede alla vita abbandono e confidenza, e in quest’abbandono la sostiene. Tutto questo si racchiude in una sola parola: umiltà.
La parola ai poeti. Manuel Lantignotti

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore da ubriaco.
Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi, case, colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
Eugenio Montale
Trovo che il mondo sia attualmente sommerso da storie, confuso e con una sovrabbondanza di produzione artistica che rende la verità sempre più difficile da percepire. Per questo motivo credo che la poesia sia il mezzo per risalire alle radici delle cose, per viaggiare attraverso il tempo e ritrovare il vero senso tra le crepe di questa realtà frammentata. Continua a leggere
Per amare
20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano
Malgrado la scelta di tre icone (i chiodi, la flagellazione e il cuore sacro) a scandire tempo e spazio di questa raccolta, La carne (2017 – 2023) di Carlo Ragliani è una cristologia disincarnata. Della via crucis resta il segno e la carne che si fa simbolo del destino di tutti noi poveri cristi. Non moriremo/ abbastanza/ da smettere/ di sperare/ infine. Alfa e omega alla fine si ricongiungono. Non c’è niente da fare. Funziona così. Per forza naturale più che filosofica. La fine è per ciò stesso un inizio. Il dolore finisce per insaporire ogni altro momento della nostra vita che si sia affrancato da esso. È un corpo a corpo permanente che racchiude il senso della dualità della nostra esistenza. Sarà per questo che i chiodi sembrano degli spermatozoi. Non baciamo/ la terra/ perché noi/ siamo la terra.
Lo stato dell’arte. Mauro Germani

La poesia fa parte della vita: è una sua manifestazione, una sua possibilità che si configura soprattutto come una tensione inesausta, una domanda incessante, un’attesa, un desiderio d’annuncio, un’oltranza. Ciò che nella poesia si compie, però, non è in realtà mai compiuto, mai definitivo. La parola poetica nasce dall’esistenza e di questa in fondo parla, ma sempre ai margini dell’indicibile: essa dice quello che può. C’è un’attesa infinita nella poesia, così come c’è nell’uomo, nel suo destino, nel suo esserci. Ed è proprio questa la ferita che la poesia porta con sé, questa lacerazione, questa mancanza che la fa vibrare, la fa essere, e ci interroga. Perché lo stato della poesia (e lo stato dell’arte in genere) è in fondo lo stato dell’uomo, delle sue contraddizioni, del suo male, dei suoi progetti, o dei suoi sogni. L’arte non può che rispecchiare la nostra esistenza, altrimenti risulta solo un arido esercizio, un’esibizione acrobatica fine a sé stessa. Quando questo avviene, cioè quando l’arte perde la sua anima e diventa semplice gioco, intrattenimento, o sperimentazione gratuita, o, all’opposto, concettosità intricata e ostentazione culturale e aristocratica, si opera una frattura con la nostra vita, con ciò che pulsa e grida dentro di noi. Non può essere innocua l’arte, nel senso che ci deve scalfire, ci deve scuotere, deve essere una provocazione dell’anima e del linguaggio, una parola-carne dilaniata o trepidante che chiede di noi: essa vuole essere catturata e ci vuole a sua volta catturare, non allontanare. Dalla poesia dobbiamo sentirci chiamati, non esclusi. In fondo c’è un’esigenza di preghiera, un’apertura, una richiesta di ascolto, un’offerta che ci interpella. E questo dipende dai poeti. Continua a leggere
Riparare
Lo stato dell’arte. Michela Zanarella

È davvero difficile rispondere a queste domande, oggi. Ma provare è ciò che forse può stimolare una riflessione. La poesia è insita nell’animo dell’uomo ed è un elemento della sua spiritualità. Utilizzo questi quesiti come strumento di approfondimento per capire in che direzione stia andando anche la mia poesia, oltre a quella di molti altri. Sicuramente le tematiche che vengono affrontate non sono diverse dal passato. L’uomo non ha mai smesso di interrogarsi sul senso dell’esistenza e utilizza la poesia, l’arte in genere, come strumento di osservazione, ricerca e conoscenza. Anche se gli argomenti coincidono, la scrittura, l’arte, hanno subito nei secoli molteplici cambiamenti, evoluzioni e stravolgimenti. In poesia molte parole sono diventate desuete, alcune sono state abbandonate, il linguaggio è diventato più immediato, si ricorre spesso a termini che appartengono ad altre lingue. Il poeta appartiene al suo tempo, ne assorbe i mutamenti, le regressioni, i limiti, le mancanze. Anche se stiamo attraversando un periodo storico complesso, segnato dai residui di una pandemia, da più conflitti in atto, con il conseguente smarrimento individuale, credo che la poesia possa ancora essere una risorsa per l’umanità. Solo il semplice fatto di poter scrivere è una ricchezza. Ricordiamoci che c’è ancora chi non ha la possibilità di farlo, non può studiare, leggere, conoscere. Ho avuto l’opportunità di realizzare un progetto che ha visto coinvolte le scuole, le istituzioni, la società civile. I ragazzi hanno lavorato a dei laboratori di poesia su temi delicati e attuali come la violenza di genere, l’esclusione sociale, la lotta alle mafie, la disabilità. La loro curiosità verso la poesia mi ha permesso di constatare che se già da piccoli vengono introdotti in un percorso di scrittura, ci sono buone speranze per il futuro. Hanno realizzato dei testi interessanti, a volte inaspettati, con la voglia di mettersi in gioco, e credo che già questo sia un enorme traguardo. Per carattere non sono quasi mai ottimista, tendo a manifestare insicurezza, ma la poesia mi consente di avere uno sguardo fiducioso verso il domani. Sarebbe più facile arrendersi, lasciare che le cose accadano, accettare le considerazioni distruttive di chi afferma che la poesia è morta da tempo, non vende ed è di nicchia, ma no. Finché mi sarà possibile, fossi sola contro tutti, continuerò a credere che la poesia abbia ancora qualcosa da dire secondo l’attualità e l’andamento della società. Ritengo che la strada da percorrere sia ancora lunga. Bisogna soltanto non smettere di impegnarsi, mantenendo saldi i propri valori, le proprie convinzioni.
Un segreto
Fabio Pusterla, Sinsigalli
Fabio Pusterla, Sinsigalli, Collana Ancilia, Nota di Giancarlo Pontiggia, pp. 60, puntoacapo Editrice 2024.
Una vena favolistica, che è il modo più libero e immaginativo di guardare al reale, è da sempre presente nella poesia di Fabio Pusterla, o meglio nel suo sguardo sul mondo: uno sguardo disincantato, non di rado civilmente engagé, conscio di una tragedia sempre aleggiante ma anche risoluto a resistere e a mostrare exempla liminosi con le armi dell’intelligenza, dell’equilibrio e della pietà; sempre alla ricerca dell’anello che non tiene, dello squarcio di bellezza, giustizia e verità in un mondo (in una cronaca, in una Storia) che ontologicamente tende ad annullarle, ma senza poterle del tutto sopprimere.
Doti, in fondo, che da sempre caratterizzano la poesia. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Pier Paolo Pasolini. 12
L’esatto contrario
Marino Magliani, “Materiali onirici di un somarello marino”
Recensione di Giovanni Agnoloni
Marino Magliani, Materiali onirici di un somarello marino, Hopefulmonster Editore, 2024
Il nuovo romanzo di Marino Magliani – che chiamo consapevolmente così, e non romanzo breve o racconto lungo, come potrebbe sembrare – è stata una grande sorpresa. Materiali onirici di un somarello marino, appena uscito per Hopefulmonster nella collana “Pennisole”, diretta da Dario Voltolini, è un’opera che ribalta lo schema a cui ero abituato pensando alle opere di Magliani, ovvero l’osservazione del mare da parte di un uomo che vive a terra e si sposta lungo le coste, o al limite lo attraversa navigando. Tutta la produzione dello scrittore ligure residente in Olanda è infatti sospesa tra questi poli, oscillando tra il Ponente della sua regione, le dune delle spiagge nei pressi di IJmuiden, nei Paesi Bassi, e a volte l’Argentina o la Spagna, con l’orizzonte convesso del mare o dell’oceano a fare da costante interlocutore – tanto che a volte chiama confidenzialmente l’Atlantico “la pozzanghera”.
Qui no. Qui ci immergiamo direttamente nelle profondità del mare, fin nel cuore dei suoi fondali, per andare ad appuntarci nel punto di vista di una delle sue creature, una sorta di cavalluccio marino (in curiosa assonanza col nome dell’autore) che, stufo della solita vita e soprattutto desideroso di vedere “la pelle del mare”, ossia la superficie, con le prospettive di mondo che se ne spalancano, dopo essersi consultato con un altro membro della sua specie che racconta di aver fatto quel viaggio, parte anche lui per un’avventura che lo porterà dove non pensava. Continua a leggere
Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Silenzio. 1

Duemila. La tribù delle storie
Il Silenzio 1. Smarrire cosa?
Il titolo è l’unica dichiarazione scritta, espressa in parole: Ho dimenticato l’ombrello. Il resto accade per immagini.
Immagini che si susseguono secondo una logica, forse. Ma che possono anche essere isolate ed osservate una alla volta, di là dalla sequenza con cui sono state impaginate. Si tratta di immagini evidenti e sfuggenti in egual misura. Riconosciamo luoghi e situazioni, oggetti e atteggiamenti familiari; eppure questa familiarità, questa evidenza, contiene e prevede l’assurdo, lo incorpora con naturalezza, come fosse una cosa scontata che non priva di senso la realtà ma, dislocando lo sguardo, la approfondisce con matura malizia, rendendola ancor più nostra. Continua a leggere
La svolta
Lo stato dell’arte. Lucia Triolo
Ringrazio F. Centofanti per avermi chiesto di rispondere a questi interrogativi, fornendomi così l’occasione di chiarire, anzitutto a me stessa, cosa penso dello stato dell’arte poetica:
IL GIALLO DEL “ROVETO ARDENTE”
“L’angelo del Signore gli apparve [a Mosè] in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”” (1)
Mi piace trarre dalle suggestioni di cui è carico questo brano lo spunto per proporre la mia riflessione sulle questioni che concernono lo stato dell’arte poetica. Apparentare quest’ultima al roveto ardente e il poeta a Mosè e alla sua domanda (“perché il roveto non brucia?”), pur se azzardato, può servire, a mio avviso, a disegnare in qualche modo i contorni di una risposta non scontata.
Muovo, a torto o a ragione, da questa provocazione: come il roveto, può la poesia rappresentare il “grande spettacolo” di qualcosa che arde senza incenerirsi per colui che gli sta dinnanzi e, ne viene assorbito? Il qualcosa di sconcertante che già Celan denunciava nelle liriche di Osip Mandel’štam (2) può dirsi proprio della natura stessa della poesia? Continua a leggere
“sul petto dell’amore” il canto per il padre: nell’ora dell’aurora di Daìta Martinez
a cura di Pietro Romano
La memoria poetica come presidio del pensiero d’amore: la poesia trascorre in questo sostare e si restituisce al lettore in un vigore di dolcezza e grazia che risana ogni ferita. Il sospiro, la lontananza, il sogno, la preghiera, sono tutti elementi che mettono in scena il carattere atemporale della casa familiare, il cui tempo è quello del dire poetico, dell’interiorità.
nell’ora dell’aurora di Daìta Martinez (peQuod, 2024, collana Portosepolto, curata da Luca Pizzolitto) ha i caratteri dell’elegia amorosa, in un dialogo con il padre che non è figura dell’assenza, ma presenza che abita e ricostruisce volta per volta il respiro poetico. È la costruzione del verso il culmine dell’invocazione e della contemplazione, l’esercizio attraverso il quale mantenere intatte le “fondamenta della casa temporale”. E infatti, a tal proposito Elio Grasso scrive in prefazione: Continua a leggere
Cambiare
Sergio Daniele Donati, Amèn
IL VUOTO TRA LE PAROLE, NEL SILENZIO DELLA CREAZIONE
Per una lettura ermeneutica di AMÉN, di Sergio Daniele Donati, Il leggio libreria Editrice 2023 – Collana Radici.
Recensione di Daniela Stasi
Vorrei definire Sergio Daniele Donati come “L’Abitante dello spazio vuoto tra le lettere”: mutuandolo anche dal titolo di una preziosa rubrica mensile, curata dall’Autore, sul blog de le Parole di Fedro: tutto intessuto con i fili d’oro dei dialoghi poetici coi suoi Maestri. Continua a leggere









