L’umano che qui accade. Giovanni Testori e la dismisura della figliolanza

di Gian Piero Stefanoni

“a quattro passi dalla latrina-cesso,/nel nero bosco/delle fiere”

Se spesso allora il bosco è solo nuda Croce, come appunto da Jammes, l’agone è quello di un deserto nella cui disputa si decide, nella sua misura e nella sua struttura, il senso stesso di una modernità separata dal suo sapersi.  

L’agone è in un principio di realtà il cui permanere non è in se stesso, nella continuità e nell’azione di un pensiero concretamente nella domanda del suo presente, ma in una coatta e manipolata mancanza nella cui compressione, di identità e nomi, di aspirazioni e legami, è possibile scorgere l’espressione e lo svuotamento di un male che una volta in atto è difficile frenare. Continua a leggere

Lo stato dell’arte. Fernando Della Posta

Forse in controtendenza con il parere di molti, credo che lo stato dell’arte sia buono. 
Viviamo in un’epoca fortunata, un’epoca di benessere e di conoscenza diffusi, in cui si vive molto più a lungo, quasi una volta e mezza in più rispetto anche alle nostre generazioni immediatamente precedenti. Un’epoca che ha ereditato tutta una serie di conquiste tecnologiche e sociopolitiche mirate alla pacifica convivenza di tutti sul pianeta e con il pianeta.
Uno stato dell’arte a buon punto ma che, però, non esclude assolutamente il fatto che non sia continuamente in pericolo e nemmeno che tutte le sue potenzialità siano state pienamente sfruttate. Sarebbe alquanto stupido, inoltre, non rendersi conto che tutte queste ricchezze non sono ancora per niente alla portata di tutti nel mondo.
L’allerta e la tensione volta al continuo miglioramento, quindi, non devono mai cessare.  Continua a leggere

Intervista a Carlo Giacobbi

di Luca Pizzolitto

Questo libro è l’ideale prosecuzione di “Abitare il transito” (Arcipelago Itaca, 2021). In mezzo, c’è una raccolta poetica molto diversa, sia per stile di scrittura che per argomenti: “Anche quando è malora” (Arcipelago Itaca 2023). Con questa raccolta ritorni ad una fase precedente, ci troviamo di fronte ad un’ulteriore evoluzione, all’interno del tuo percorso?


Direi che
dopo l’esperienza di Anche quando è malora – nella quale ho utilizzato temi per così dire più bassi e quotidiani con un linguaggio crudo e diretto – ho avvertito la necessità di recuperare il lirismo di
Abitare il transito. Con Erbe d’esilio intendo dar seguito all’indagine, a me cara, sul senso del nostro essere nel mondo, in una tensione dialettica mai esauribile, tra finitudine e assoluto, incompiutezza e compimento, dolore e speranza.

2) Come avviene, per te, il processo di scrittura poetico? In quanto tempo nasce, e si consolida, generalmente, una raccolta?


È sempre difficile rispondere a questa domanda. In via approssimativa posso dire che prima vivo e poi scrivo. Per me è necessario – affinché la poesia sia autentica – che il verso restituisca – certo in termini trasfigurati – la propria esperienza. Un’esperienza che se osservata con attenzione, induce ad una profondità di pensiero che c
hiede di condensarsi nel verso, di dirsi, insomma. La mia gestazione poetica nasce da questa acutezza sensoriale: un ricordo, una particolare sfumatura del cielo, un oggetto, possono essere rivelatori di “provviste poetiche”, di appunti, mezzi versi, bozze da correggere. Quando sento di dover dare voce a questa attività di raccolta dei dati, allora entro in uno stato febbrile: devo scrivere poesia, esiste solo la poesia. Erbe dell’esilio ha avuto una gestazione di circa quattro mesi, ma quattro mesi in cui pensavo – nei limiti del possibile – solo alla raccolta, alla sua stesura, al suo divenire. E questo, sia che camminassi, sia che viaggiassi in auto, sia che stessi lavorando.

3) Nella vita, fai una professione che immagino occupi una parte considerevole della tua giornata: l’avvocato. Quanto tempo rimane, e in quali momenti, per la lettura e scrittura poetica?


La mia attività professionale – certo – mi toglie molto tempo. Cerco di ovviare a tale inconveniente alzandomi la mattina anche alle 5,30 per scrivere. Per quanto concerne la lettura, il momento privilegiato è prima di andare a dormire, dove nel silenzio posso immergermi nei versi degli alt
ri per trarne nutrimento in termini di ispirazione e di acquisizione di più efficaci tecniche compositive.

4) Tre autori (e tre opere) che consideri imprescindibili, all’interno del tuo percorso poetico di questi

Mario Luzi (ad esempio Per il battesimo dei nostri frammenti); Mark Strand (potrei indicare a titolo esemplificativo la raccolta L’inizio di una sedia); Rilke (Il libro d’ore e le Elegie duinesi).

IL 2 GIUGNO: LA FESTA DELLA REPUBBLICA

IL 2 GIUNGO: LA FESTA DELLA REPUBBLICA


di Fabiano D’Arrigo

Le feste civico-politiche di una nazione, retta da un ordinamento democratico, sono utili per plasmare e nel caso ricostruire i caratteri comuni ed identitari del popolo, caratteri sempre condizionati dalle congiunture storico-politiche e dai cambiamenti generazionali lungo lo scorrere del tempo.

In Italia le principali date-riferimento per costruire, e poi rafforzare, la coscienza civica sono: il 2 giungo (festa della Repubblica), il 17 marzo (giornata dell’Unità Nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera), il 25 aprile (anniversario della Liberazione).

Il 2 giugno 1948 fu celebrata per la prima volta la festa della Repubblica come stabiliva il D.L.P. 28 maggio 1947 n. 387.

Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Fate questo in memoria di me»

[Mc 14, 12-26]

 

?La festa del Corpus Domini è l’occasione per ripensare l’Eucaristia.

Poche feste, come questa, hanno inciso nella cultura popolare e devozionale.

Da quando è stata istituita in epoca medievale, ha segnato ritualità e comportamenti devozionali tali da restare ancora vivi. Specialmente in Italia, non c’è regione che non abbia una sua festa del Corpus Domini segnata da figure e infiorate, che, come spesso accade, hanno finito per prendere il sopravvento sul senso ultimo della  festa stessa.

L’intimo legame di questa festa con il Giovedì Santo deve restare il filo conduttore che possa guidarci, oltre i sopravvenuti appesantimenti misticheggianti e devozionali, alla ricerca del senso intimo della festa.

La lettura del vangelo proposto oggi ci porta subito nell’ambito di origine di quanto stiamo cercando: l’ultima cena di Gesù con i suoi. Qualunque altro discorso che non parta da qui corre Continua a leggere

11

Lo stato dell’arte. Marina Massenz

Nel dialogo tra soggettività e mondo trovo che ci sia già una parziale risposta alla domanda: la poesia ha ancora qualcosa da dire? Sì, perché c’è un soggetto che si apre al mondo, non sta o si sente chiuso tra le inferriate della propria cella personale, ma dialoga appunto, con il fuori da sé. In questo la poesia svolge un ruolo, proprio perché apre la mente e la sensibilità, le accresce secondo me, e questo è un contributo importante anche per avvicinarsi ad un senso che non sia solamente legato al benessere materiale, al presente quotidiano affaccendarsi, ma che connetta ad un “oltre” che riguarda l’umanità intera. Ecco, la poesia serve per l’accrescimento spirituale del soggetto che legge, proprio perché non parla la lingua del “fare” ma quella del sentire. Non è necessario che la poesia guidi verso un certo cammino, deve riuscire con i suoi versi a far sentire chi legge già fuori dalle “cure” , già rivolto ad un pensiero ed un sentimento che lo elevi dal presente e lo proietti verso un futuro. E’ così che si fa speranza, nel lievitare verso orizzonti di senso non contenuti nel qui ed ora, ma rivolti ad un possibile essere diversi, più aperti, sensibili, come dicevo, ma anche più critici, non assimilati alle mode di questa epoca, già capaci di fare breccia con la propria soggettività. Continua a leggere

Lo stato dell’arte. Sergio Pasquandrea

Lo stato dell’arte, oggi? “Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente”.
Scherzi a parte, non saprei proprio tracciare un quadro della poesia contemporanea. La produzione è esorbitante, ma viaggia perlopiù sottotraccia: piccoli editori che nemmeno raggiungono le librerie, diffusione tramite internet… Un pulviscolo in cui non riesco a individuare aggregazioni significative e in cui il buono viene sommerso dal mediocre e dal pessimo.
Da una parte c’è la possibilità per chiunque di autopubblicarsi, e questa in astratto potrebbe anche essere una cosa positiva; dall’altra parte, il filtro degli editori non funziona più: si pubblica troppo, anche da parte dei grandi, e l’offerta è di molto superiore alla domanda. Solo in Italia ci sono migliaia di editori, che pubblicano decine di migliaia di titoli all’anno; di questi, almeno un migliaio sono di poesia. Quanto ci vorrebbe per leggere mille libri di poesia? Sorbendosene uno al giorno, ogni santo giorno, più o meno tre anni (ammesso che alla fine ne sia valsa la pena). Ma soprattutto, quanti sono i lettori di poesia? Molti meno dei poeti. Continua a leggere

Lo stato dell’arte. Bartolomeo Bellanova

Ringrazio Fabrizio Centofanti per l’opportunità concessami di aggiungere un mio contributo a quelli già presenti sul blog. Sono domande che mi permetto di definire ontologiche per la loro importanza, ancor più nell’attuale momento storico, nel quale lo stato dell’arte non lascia molti spiragli di ragionevoli speranze. Mai come in questi anni l’essere umano oltre a dover misurarsi giornalmente come i suoi predecessori con violenza, guerre, torture e strazianti ingiustizie sempre più insopportabili, si trova a dover fare i conti con l’innesco della “soluzione finale” della crisi ambientale che accresce la gravità delle situazioni di crisi d’ansia, immobilità e depressione. Continua a leggere

Donatella Sasso, “Piazza della Vittoria”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Donatella Sasso, Piazza della Vittoria, Golem Edizioni, 2023

Una delle cose più difficili in narrativa è rendere la quotidianità come qualcosa non di trito e grigio, ma capace di suscitare interesse anche nella regolarità degli eventi – comprese le parentesi di eccezionalità legate a fatti particolari. È un tratto distintivo della letteratura italiana del secondo dopoguerra, stagione che arriva fino a tutti gli anni ’60, e che ha per protagonisti autori come Cesare Pavese, Carlo Cassola e Luciano Bianciardi, testimoni della vita nel suo concreto svolgersi attraverso un’epoca di grandi possibilità e inequivocabili segnali di crisi.

Leggendo Piazza della Vittoria di Donatella Sasso, opera ambientata nella Torino del nostro tempo – un “nostro tempo” da intendersi in senso ampio, perché potrebbe trattarsi del presente come, più plausibilmente, di un periodo indefinito verso la fine del Novecento o l’inizio del Duemila –, ho ritrovato vibrazioni simili, che impregnano di sé la vicenda di una donna proveniente dall’ex “Oltrecortina” (ma è piuttosto chiaro che si tratta della Repubblica Ceca). Dopo aver conosciuto un uomo italiano, si sposa con lui e si trasferisce nel nostro paese, appunto a Torino, iniziando a veder orbitare la propria esistenza intorno a una piazza non importante ma caratteristica e piena di vita, Piazza della Vittoria, con i suoi giardinetti, i suoi negozi e le attività che vi fervono, con l’unico svago dei weekend in montagna. Dapprima tutto questo le appare come una girandola di entusiasmo e d’amore, presto arricchito dall’arrivo di due figli, ma col tempo finisce per convertirsi in abitudine, ripetitività e ricerca di un nuovo senso ai giorni che passano. Continua a leggere

Lo stato dell’arte. Diego Riccobene

Principio da Le rane, se mi è lecito, perché le sento congeniali: il loro coro gracidato lungo “la strada più rapida per scendere nell’ Ade” (1) mi è da sempre suonato familiare, sebbene mai riuscissi a spiegarmi il perché.
Adesso interessa però un’altra questione su cui si arrovella la commedia di Aristofane, per bocca di due autori altrettanto celebri. Ad un certo punto, l’anima del già defunto Euripide accusa Eschilo di essere “fabbricatore di selvaggi, intemperante nel linguaggio, senza misura, senza ritegno” (2). La condanna è rivolta, qui, al concepire un logos puramente icastico, come Eschilo lo intendeva, che dimentica la funzione precipua della parola in senso aristotelico, quello ossia di conoscere e comunicare, di influenzare il reale.  Rifacendomi alle annotazioni al testo greco prodotte da Alessandro Grilli per l’edizione Rizzoli, lo scontro che matura all’interno di un sillogismo tutto poietico-teatrale, si condensa in ultimo con la dicotomia “linguaggio trasparente” (rappresentato proprio da Euripide) – “linguaggio opaco (Eschilo). Continua a leggere

13

Lo stato dell’arte. Pasquale Vitagliano

Qual è lo stato dell’arte?

Nella pittura abbiamo sperimentato tutto. Non ci rimane altro che andare oltre la tela. Lucio Fontana ha spiegato così i suoi “tagli”.
Ecco, viviamo un’epoca di transizione lunghissima. Abbiamo esplorato l’oltre. Dietro la tela, però, non c’è che la parete. Che fare?
Tornare indietro oppure sfondare la parete? La scelta non è facile. Continua a leggere

12