Ci sono cose che a Gesù fanno piacere. La vita si arricchisce di piccoli atti di assoluta gratuità, fatti solo per questo. L’amore cresce con gesti che sembrano superflui, eppure riempiono il cuore.
Intervista a Nadia Scappini
1) “sul fianco del mattino” è un’autoantologia di poesie che hai scritto negli ultimi vent’anni, tra il 2003 e il 2023. La tua scrittura, immagino che in questo tempo sia cambiata: come trovi si sia evoluta la tua voce poetica nel tempo?
Gli ultimi vent’anni che sono anche i primi, però. Scherzando, ma nemmeno tanto, sono solita dire che sono una primipara attempata, perché ho iniziato a scrivere dopo i cinquant’anni. La pulsione di qualcosa attinente a una zona misteriosa della coscienza ha sempre covato dentro di me, ma sembrava essersi esaurita tra le pagine di un elegante quaderno, foderato di tessuto blu a fiorellini, che custodiva una serie di poesie cariche di emozioni adolescenziali e di interrogativi sulla vita. La svolta, nei primi anni del duemila, quando un fiume in piena che premeva da tempo ruppe gli argini e, per alcuni giorni di seguito, all’ombra delle robinie e accompagnata dal canto delle cicale, mi costrinse a scrivere versi in una sorta di trance. Era giugno, mi trovavo in campagna, nella casa dei nonni paterni, dove sono le radici della mia famiglia che improvvisamente e in modo perentorio diventarono anche mie… Compresi così che “non si colmano i vuoti del tempo, illuminarli però fa bene”, come ebbe a scrivere la grandissima filologa, critica letteraria e semiologa Maria Corti. E, in qualche modo, mi sentii liberata da tanti lacciuoli sperimentando la felicità del comporre (Leopardi docet). Sì, la mia voce ha attraversato diverse fasi: vicina al parlato all’inizio, testimoniava la gioia della neofita; decisamente ermetica nel secondo libro; essenziale e più distesa in seguito, fino a diventare canto/narrazione con i dovuti filtri ma anche con il coraggio dell’autobiografia, laddove questa poteva configurarsi come esperienza condivisibile. La poetica, invece, è rimasta la stessa: poesia, preghiera e profezia sono sorelle che ritrovo fedeli complici e compagne nel silenzio e nella solitudine. Perciò, quando scrivo, credo e prego insieme, insomma faccio un atto di fede nella vita. Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
[Gn 22, 1-2.9a.10-13.15-18; Mc 9,2-10]
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.
All’uomo che ha operato la conversione, che ha riorientato il suo cammino, che si sente parte di una alleanza, viene chiesto di più.
Non basta aver compiuto una scelta, accettato un patto. Ora viene chiesto di esserne all’altezza.
La Legatura di Isacco, come la chiama la tradizione ebraica, o il Sacrificio, come la chiama quella cristiana è l’oltre verso cui siamo chiamati. Continua a leggere
Ghiannis Ritsos, L’altra città
Esistono molte solitudini intersecate – dice – sopra e sotto ed altre in mezzo; diverse o simili, ineluttabili, imposte
o come scelte, come libere intersecate sempre.
Ma nel profondo, in centro, esiste l’unica solitudine – dice;
una città sorda, quasi sferica, senza alcuna
insegna luminosa colorata, senza negozi, motociclette,
con una luce bianca, vuota, caliginosa, interrotta
da bagliori di segnali sconosciuti. In questa città
da anni dimorano i poeti. Camminano senza far rumore, con le mani conserte,
ricordano vagamente fatti dimenticati, parole, paesaggi,
questi consolatori del mondo, i sempre sconsolati, braccati
dai cani, dagli uomini, dalle tarme, dai topi, dalle stelle, inseguiti dalle loro stesse parole, dette o non dette.
“Perfect days” e l’hic et nunc di Wenders
di Michele Nigro
Quand’è che una vita può essere considerata “perfetta”? Quando soddisfa i parametri valutativi di un sistema videocratico-consumistico basati sull’arrivismo, sul potere dell’influencing e sul successo mediatico o quando rispetta un ecosistema interiore costruito lentamente e con pazienza negli anni? Questo film di Wenders, da più parti e a ragione considerato “poetico”, pone al centro di tutto la contrapposizione tra l’affanno di chi programma la vita futura e il carpe diem di chi sceglie di cogliere l’attimo offerto dal “qui e adesso”, senza preoccuparsi di quel che si dovrà fare domani. Continua a leggere
L’opera
20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano
Quintuplice ferita non rivendica/ il capo incastonato nel carminio/ d’un vivo, enfisematico suo vanto. Chi pensa che la poesia debba essere facile, stia lontano dall’ultima raccolta di Diego Riccobene, Larvae (Arcipelago Itaca, 2023). La deriva della poesia verso le diabetiche sorprese dei cioccolatini qui è del tutto arginata. Anzi, ci troviamo di fronte ad una convinta restaurazione della parola e della sua complessità. Ma subito mi domando, nella mia costante vigilanza dialettica, fino a quale limite questa difficoltà può spingersi? Ammesso che un limite alla difficoltà debba esserci. Rinsaldo con il malleo,/ incorporando a organici convogli/ le maschere deposte sugli avelli,/ contubernali a incàvo come falde/ di albugine divelta.
La parola ai poeti. Claudio Pagelli
Brevissima riflessione sulla poesia
Cosa sia la Poesia rimane un mistero.
Scintilla divina? Insopprimibile istinto del cuore? Bellissima finzione?
Conosciamo l’etimologia, “Poesia” significa “creare” e già non è poco.
Conosciamo, bene o male, la storia della Poesia, dalle origini ai giorni nostri.
Conosciamo le strutture, le regole, i versi liberi, gli endecasillabi – in buona sostanza: la forma.
Poi c’è la polpa nuda, quello che conta davvero, insomma – la Poesia in gola, nel sangue, negli occhi di chi la legge, nelle mani di chi la scrive.
Molte definizioni sono state tentate – fra tutte scelgo di citare, facendola in qualche modo mia, quella di Wislawa Szymborska
La Poesia – ma cos’è mai la poesia? Più di una risposta incerta è stata già data in proposito. Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo come alla salvezza di un corrimano.
Claudio Pagelli
Porte
La parola ai poeti. Antonio Francesco Perozzi
A una definizione ontologica della poesia, che la stabilisce in essenza, platonicamente, una volta per tutte, preferisco una prospettiva intersoggettiva e pratica. Intersoggettiva: la poesia, la scrittura, esiste all’interno di un sistema di relazioni; i suoi codici, la sua tecnica, la sua pregnanza sono continuamente esposti e ridiscussi. Pratica: mi sento più a mio agio in una dimensione che non postula rigidamente le proprie possibilità e che cerca invece di scoprirsi mentre si fa, che agisce contro-intuitivamente e in una zona di interazione (anche conflitto) tra un progetto a priori (che è, o cerca di essere, anche intellettuale) e un’esplorazione in fieri, aperta. Continua a leggere
Gli interessi della massa
Frammenti di Cinema # 73

di Pasquale Vitagliano
Ci sono due colonne di confine del cinema spaziale. 2001: Odissea nello spazio (1968) prodotto e diretto da Stanley Kubrick (con il suo prototipo Ikarie XB 1 diretto nel 1963 dal ceco Jindrich Polák) e Solaris (1972) di Andrej Tarkovskij. Ogni altro film ha puntato al loro vertice di qualità senza mai superarlo. Hanno fornito un canone oscillante tra profezia tecnologica e simbolismo etico. Chi lo ha abbandonato è scivolato verso uno scontato e prevedibile prodotto di genere. Il capolavoro russo è stato seguito dal remake di Steven Soderbergh del 2002 con George Clooney, dandone una versione psicanalitica e bergmaniana. Dieci anni, nel 1977, dopo l’Odissea di Kubrick, Peter Hyams ci racconta con Capricorn One la dietrologia del (presunto) falso allunaggio.
Luigi Maria Corsanico legge Giuseppe Ungaretti. 11
Una cosa seria
La parola ai poeti. Davide Galipò

Per una letteratura transmediale
Non è possibile separare i casi letterari dai contesti che li hanno prodotti: prendiamo Infinite Jest, di DFW, sarebbe stato impensabile prima dell’ascesa di internet. O anche Sulla strada di Kerouac, non sarebbe stato possibile scriverlo prima del boom economico. Stessa cosa per La vita agra di Bianciardi o Fratelli d’Italia di Arbasino. La grande letteratura è lo specchio del tempo che l’ha prodotta.
Quando un gruppo di ragazzi e ragazze decise, negli anni ’50, di prendere uno zaino e di fare l’autostop sulle strade del deserto statunitense, di bere il peyote e di provare la benzedrina, andando contro le leggi del pubblico decoro e fuggendo dalle proprie famiglie, realizzò, di fatto, uno stile di vita in controtendenza con quello imposto dalla società dei consumi. Quando DFW cominciò a ricevere l’attenzione del pubblico, scriveva racconti e reportage per diverse riviste già da diversi anni e – dopo il successo di critica e pubblico – nella famosa intervista per «Rolling Stone» a David Lipsy nel 1996 dichiarò: «Era la prima volta che la nostra generazione veniva bombardata da tutta quella roba» riferendosi alla grande quantità di stimoli a cui era stato sottoposto fin da ragazzino. Continua a leggere
È uscito
La parola ai poeti. Carla Saracino

Credo nella poesia come forma di imminenza ed esperienza di attesa. Uno dei suoi contatti, dei più duraturi accordi, è con l’infanzia, che rende visibili i sensi e offre spessore alle apparizioni, conferendo loro memoria di realtà. Alla prima parte della vita dobbiamo molto, perché in quel precipuo tempo il linguaggio, con i suoi molteplici aspetti e funzioni, non ha ancora compromesso l’integrità delle visioni, le quali sono pura vigilia sulla lancetta di ogni potenzialità. Nella vita adulta questo stato di trepidazione va sfumando, il quotidiano s’insinua coi suoi continui assalti eppure qualcosa di allora resta: nel guardare, nell’andare in fondo, nel non disattendere sé stessi. In quel rimanente, in quelle preziose macerie, va raffinandosi la vita. È da lì che ha inizio ogni compimento. Continua a leggere
Questo filo
La parola ai poeti. Paolo Castronuovo
All’Industriale si studia poco italiano. Sono tutti numeri, formule, parentesi e radici quadrate. Leggi della fisica, condensatori, curve. Non c’era uno spazio per la poesia meno in qualche occhio assopito in treno o nel corridoio nascosto, dove cappe di fumo ci strangolavano in un abbraccio collettivo di amicizia. Fu così che cominciai a scrivere, agli inizi della scuola superiore dove ero il più grande di tutti. Non sapevo nulla della poesia, e dopo tanto tempo ancora meno. Scrissi due libri orrendi. Il secondo conteneva anche il primo. Retorica, sgrammaticatura, acerbità. Tanti punti di sospensione. Crebbi e rinnegai i due testi. Il terzo tutt’oggi continua ad essere una genialata rozza e cruda, lo tengo. E poi via di nuovo con la poesia: la protesta, il cannibalismo, l’ossessione dei dettagli. Dopo l’amore, il sesso, la follia, la malattia nascosta, l’illusione spacciata per illuminazione. Ciò che della poesia ho definito. Solo dopo tanto tempo la calma, la chirurgia della parola, la mano ferma. L’apertura totale, l’annullamento del “tu” imminente racchiuso in una trilogia da compattare. La dittatura del verbo e io sul trono di un eremo a cui nessuno bussa.
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo» [Mc 1.12-15]
La Quaresima comincia nel deserto.
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