La parola ai poeti. Andrea Leone

Credo che la nota dominante dell’infanzia sia il sentimento di eccezionalità, la percezione dell’eccezionalità ovunque e costantemente. L’eccezionalità del mondo, di ogni cosa, l’eccezionalità di una canzone, l’eccezionalità di una persona, l’eccezionalità di un certo luogo, l’eccezionalità di una certa giornata, di un certo oggetto, di un certo gesto, di una certa atmosfera, di una certa parola, l’eccezionalità della propria stessa identità, e così di seguito, insomma l’eccezionalità in sé (si potrebbe sostituire la parola eccezionalità con molte altre).

Poi, però, a un certo punto, nell’età adulta, una simile visione (direi forse un simile dono) viene persa quasi completamente e tutto improvvisamente appare scontato, banale, normale, normativo, regolare e comune, per non dire squallidissimo e miserabilissimo. Si passa cioè dalla categoria dell’eccezionale a quella del naturale.  Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Antonella Pizzo


Queste sono solo delle considerazioni personali riguardanti il mio rapporto passato e presente con la poesia. Alle superiori Foscolo mi attraeva. Leggendo il sonetto del suo autoritratto non faticavo a rappresentarmelo, riuscivo a immaginarlo come una persona reale e con precise caratteristiche fisiche. Nel sonetto si descriveva come un uomo non comune, ardito nell’aspetto, che vestiva semplice eletto, dal largo petto, schietto, con i suoi atti, passi ratti, vizioso e virtuoso, che correva appresso al suo cuore, con tutto il mondo avverso, un uomo inquieto, che credeva che solo la morte avrebbe potuto dargli riposo e fama. Per me scriveva dei sonetti magnifici, aveva scritto In morte del fratello Giovanni, il carme Dei sepolcri, si interrogava sul significato della morte, sul legame tra vivi e defunti, e nello stesso tempo era mondano, scriveva alla nobile amica caduta da cavallo e risanata. Non era uno sfigato come Leopardi. Mi pare abbastanza chiaro che per la poesia, a parte Foscolo, non avevo una grande predilezione. Tutte a memoria, odiavo quelle lunghissime e barbosissime piene di termini astrusi e desueti. In seguito sui banchi costretta a studiare Montale, Saba, Ungaretti, i soliti del programma scolastico. Amavo invece i romanzi e saccheggiavo la biblioteca civica della mia città. Come tutti amavo i cantautori, Guccini, De André che cantava Non al denaro non all’amore né al cielo ispirandosi all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master della quale sconoscevo l’esistenza. Insomma io e la poesia praticamente due sconosciuti. Continua a leggere→

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Tu sei


Se vedessimo Gesù, non avremmo alcun merito ad amarlo. Possiamo credere, invece, fidarci di un messaggio, una parola, compiere quell’atto che è premessa dell’amore: Tu sei. E questo può bastare.

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La parola ai poeti. Giuseppe Ligresti

La poesia cos’è se non l’atto perpetrato su un polmone; un carcinoma terminale – diagnosticato pressoché a natale – che riporta all’origine la parola.
Non stiamo qui a disquisire sull’Io, sul Tempo perduto o ritrovato (ci ha pensato già Proust, per tutto questo), sugli inganni dell’editoria, delle gare senza vincitori, affrontate senza bombe e senza cannoni, dei concorsi dei vinti.
Non saranno le rime, la brutta copia di un Leopardi, nemmeno il vernacolo da osteria, ad accorciare le distanze, a resettare il vuoto generazionale; e per dirla tutta nemmeno l’ossessione per questo sempiterno “amore” che impregna migliaia di pagine, di libri mai letti, che poi, in fondo, ci chiediamo:

C’è ancora l’Amore?
Cristo è Amore?
Ragazza, tu sei l’Amore?
e l’alcol?
Prendimi, esaltami ed io sarò morto, o meglio, risorto.
Ed io sarò l’Io pensante, onnisciente,
diverrò la Parabola nuova
per la bocca di mia madre
o per la tua bocca sempre uguale, per me, per tutti,
per chiunque voglia amarti.
Credimi, scopami,
ed io sarò te in un momento di privata agonia.
Scava con dolci graffi il cuore
e poi di eiaculazione sarà la stanza piena.

Una poesia editoriale, a volte eucaristica, più spesso sensuale, quando avremmo voluto solamente la leggerezza di un verso sdentato, sessuale, un foglio che non mostri culi e tantomeno falli, una rima morta. È già abbastanza fallica questa vita senza poesia, abbastanza anale questa poesia senza vita. Riaggiorniamo il penultimo passaggio, con le viscere che tendono ad urlare, con i versi che tendono a boccheggiare, con i martiri che credono ancora di leggere domani la nuova raccolta di Salvatore Toma o di Dario Bellezza.
Evadiamo dall’attimo finale con la messinscena del significato quando basterebbe appena il significante, basterebbe contorcerci la mano, amputare quella “stella a cinque raggi”.
Questa poesia ingrata agli occhi del passante, derisa, sbeffeggiata, trovi sempre all’angolo del bar o un po’ più in là, sulla linea trascendentale che porta al cesso, qualcuno che ti dice: ” be’ sì, la poesia, però, perché non scrivi romanzi? Caro Hopper avresti dovuto recitare Recine con la Berma, così come tu Jebeleanu, anziché raccontarci del “Sorriso di Hiroshima” avresti dovuto marcare a vista Gerd Muller.
I ragazzetti che studiano ancora a memoria Ungaretti mi fanno pena, come pena mi facevo io studiando a memoria “Breus”. Questa poesia italiana così poco navigatrice e assai santa mi relega ad un cantuccio, in compagnia dei ragazzetti e delle ragazzette che non studieranno certo Boccaccio, solo quel Dante “maledetto”.
All’unisono, battiamo il “gong” e riportiamo al paese la Parola, l’ostentazione per il piacere di un verso spezzato, la viltà di riconoscersi uomo.

Narratori del Nuovo Millennio – Giulio Mozzi

Proseguo il mio appuntamento mensile con le narratrici e i narratori italiani con un ospite speciale in molti modi: Giulio Mozzi, che racconta:

C’è una discussione che dura da, boh, forse da cento anni; o forse da molti di più. La discussione è: se in un’opera letteraria sia più importante la materia o sia più importante la forma. Nel nostro tempo, in cui la forma principe della letteratura pare essere il «romanzo» (e vi ricordo che non è sempre stato così: quando Alessandro Manzoni decise di piantarla con inni e tragedie, i suoi amici si strapparono i capelli, perché il romanzo era una cosa volgare, popolana – e la chiesa lo guardava con molto sospetto), la discussione è spesso posta in questi termini: se sia più importante la narrazione (con tutti i suoi elementi: la storia, il montaggio, la tensione, le agnizioni, il mistero, il ritmo eccetera) o la scrittura (lo stile, il lessico, la sintassi, le figure retoriche, la punteggiatura eccetera).
È facile (ed è anche giusto) rispondere salomonicamente: narrazione e scrittura sono entrambe importanti. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Stefano Bottero

(John Cheever)
che sia la convalescenza o l’alcol o le luci di questa
stanza, il suo isolamento, il calore dei suoi
termosifoni, mi sembra –

la poesia come voce di animali investiti.

movimento egressivo del respiro, ultimo – in cui convergono in maniera paradossale l’essere definitivo e, ancora, seriale. tutto questo significa fondare l’atto estetico come un gesto ritmico, rimico, del tutto simile alla dipendenza eppure dato una volta soltanto. unico gesto – libero dall’essere «persona», dall’avere un peso, traiettoria, modo di camminare.
significato che accade nel corpo, che si «attesta» dentro come l’idea che il gas sia rimasto aperto, quando già la metropolitana è nel punto in cui la rete non prende e il buio intorno spalanca il vuoto mentale.

non sto parlando di ascesa. una distanza che si abbrevia – venire meno, qui, delle dita, verso il nero. latrato che si spegne dopo l’incidente –

dopo, ricordo.

Filippo D’Eliso, “Lì un tempo fioriva il mio cuore”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Filippo D’Eliso, Lì un tempo fioriva il mio cuore (RP Libri, 2020)

Conosco Filippo D’Eliso come musicista, poeta e uomo di cultura, e posso dire che raramente ho trovato un autore che sapesse esprimere con altrettanta intensità e direi quasi compresenza molteplici sfaccettature di una stessa sostanza artistica. I versi raccolti nella silloge Lì un tempo fioriva il mio cuore lo dimostrano. Qui il vissuto dell’autore si riversa mediato dal filtro della sua vocazione umanistica e della sua competenza di compositore, accompagnandosi a risonanze cosmiche che echeggiano la sua passione per la fisica.

Leggiamo ad esempio i primi versi di Miserabili pellegrini:

Miserabili pellegrini
di un universo ignoto
vaganti nel buio
della notte amica
in cerca di verità
nel cosmo dissanguato
dalla cieca cupidigia
di mani insensibili
ai dolori
delle umane genti
occhi selvaggi
bagnano
l’asfalto grigio
strade vuote.

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La parola ai poeti. Angelo Airò Farulla

Forse mi sbaglierò, ma avendo ormai perduto lo scranno dell’arte letteraria per eccellenza, credo che si riaprirebbe oggi, per la poesia, la possibilità della famigerata “torre d’avorio”, ovvero l’occasione di sottrarsi alle smanie di condivisione con un qualsivoglia lettore, per farsi pura pratica conoscitiva individuale, ascesi tutta rivolta verso i più estremi lidi. 
Il nostro pubblico è Dio, ho già scritto altrove, per sottolineare l’irresistibile tendenza che mi conduce verso il mio stesso naufragio letterario.
La torre d’avorio è sempre anche cella di spleen, in effetti.
Perché, nonostante tutto, non ci è dato balzare fuori dal tempo e raggiungere l’assoluto con un paio di versi, anche se all’origine della scrittura vi è, certamente, come un’inespressa preghiera: vincere la morte.
Ma tutto il percorso si gioca pur sempre nel tempo mortale; per quanto mi riguarda, nell’approfondimento eretico di una certa frase di San Paolo che recita: ora vediamo come in uno specchio offuscato, ma allora vedremo direttamente.
Il richiamo dell’assoluto mi porta ad amare il relativo.
A un dato livello si tratta infatti, per me, di non rinunciare all’abbagliante mondo dei segni e delle figure, e di disobbedire quindi a quella “somma sapienza” che vorrebbe liquidare la realtà della vita come vana illusione; al contrario, senza speranza né timore, affermare la potenza irrefragabile delle apparenze, il loro influsso costante, la necessità della loro esistenza così come l’indelebile segno lasciato nel tutto dal tutto, e sigillare quindi la tragica fragilità di creature, cose, eventi e pensieri alla muta indifferenza dell’eterno.
In ogni caso, avendo come prospettiva ultima la saldatura dell’incondizionato col condizionato, o della trascendenza con l’immanenza (ecce crucem), vi è in tutto questo la promessa stessa del fallimento: scrittura quindi essenzialmente asintotica, la mia, tendente a un punto che non potrà mai raggiungere. 
E questo sarebbe forse già sufficiente.
Perché un poeta vuole scrivere ancora e ancora e ancora, pur avendo in mente un unico luogo finale, l’Africa di Rimbaud, laddove più non si scrive.
Per il momento, la scrittura resta un oscuro avvicinamento al nulla eterno, che si rivolge segretamente a quell’unico lettore analfabeta il cui nome resta celato da sempre alle generazioni della Terra.

Angelo Airò Farulla
20 gennaio 2024
(il Sole entra in Acquario)

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Paolo Buchignani, “La spilla d’oro. Memorie da un secolo sterminato”

Paolo Buchignani, La spilla d’oro. Memorie da un secolo sterminato, Arcadia Edizioni, Roma, 2024, euro 18


di Fabiano D’Arrigo

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Dopo “L’orma dei passi perduti” (ed. Tralerighe libri, 2021), Paolo Buchignani continua a scrivere opere narrative e dona al pubblico dei lettori un portentoso romanzo storico: “La spilla d’oro. Memorie da un secolo sterminato” (ed. Arcadia, 2024).

A differenza dei grandi romanzi storici ottocenteschi, il cui narratore esterno ed onnisciente ricostruiva accuratamente un ambiente con gli usi, i costumi e la mentalità, Buchignani si affida ad un narratore che è pure il protagonista della vicenda narrata e ricostruisce una storia, quella del Novecento che parte dal 1911 e sfora fino al 2022, mescolando ed intrecciando memorie, vicende personali reali e verosimili, eventi veramente accaduti e documentati.

La ricostruzione storica dell’ambiente, in particolare di quello lucchese: della città di Lucca e delle campagne dell’Oltreserchio dove si trova Santa Maria dei Colli, non impedisce alla narrazione, come è giusto che sia, il dipanarsi di fatti fantastico-verosimili, né talvolta il trasformarsi in un lirismo narrativo che ricorda la pregevole scrittura tobiniana.

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La parola ai poeti. Luca Vaglio

La poesia, in fondo, in tutte le forme in cui è stata, e può essere, concepita, è un modo di orientare il linguaggio e, parallelamente, un modo di pensare, di vedere le cose. E, ancora, è un’occasione per esprimere, o per ricreare, un’esperienza del mondo. La mia prima presa di contatto con questa forma di scrittura avvenne molto presto, a scuola, durante le lezioni di seconda elementare. Si trattò di un’esperienza assai significativa e già capace di agire in profondità, di formare e di trasformare la mia idea relativa alle possibilità di espressione. La mia maestra, Eda Vanni, che si merita, pur a distanza di parecchi anni, un grande grazie, dopo averci insegnato le basi della grammatica, della scrittura e della lettura, l’anno successivo, in seconda elementare, ci fece leggere diverse poesie di Giuseppe Ungaretti, di Salvatore Quasimodo, di Giovanni Pascoli e di altri poeti del ‘900. Continua a leggere→

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


La pelle, il confine

[Mc  1,40-45]


?La tradizione rabbinica ha sempre considerato attentamente il simbolismo legato ai fenomeni osservabili in natura e, in particolar modo, nel corpo umano. Così, la malattia è sempre vista, non tanto come fenomeno scientificamente studiabile, ma soprattutto per l’alto valore simbolico attribuitole. In questo contesto religioso-culturale, la pelle ha assunto un forte significato legato alla sua funzione (per quanto si potesse cogliere) nel corpo umano.

È un confine, la pelle, fra dentro e fuori, fra sé e tutto il resto. Dunque, una malattia della pelle era vista innazitutto come alterazione di questo confine. Alterando il confine, si altera tutto il rapporto fra le parti segnate dal confine stesso. Si instaura una relazione fra le parti separate dal confine non più rispettosa delle alterità ma, appunto, alterata, confusa, in una parola, impura. Questo concetto (purità/impurità) è legato non alla natura o alla derivazione morale della malattia, ma alla confusione generata dal “non essere al proprio posto” proprio di ciò che avrebbe dovuto segnare un confine, una separazione che poteva permettere una relazione fra diversità. Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Francesco Terracciano

I.
Per quanto sia cosa difficile, e rappresenti anche un pericoloso tranello, potremmo dire che la poesia è il tentativo di dire l’indicibile attraverso l’elaborazione del linguaggio che usiamo, ogni giorno, per dire altre cose.
Dal mio punto di vista, dopo tanti anni, questa sembra ancora l’approssimazione meno ingenua a qualcosa che, per sua natura, è (fortunatamente) indefinibile.
Ungaretti sosteneva: “direi, con modestia, che la poesia è una combinazione di vocali e consonanti, una combinazione, però, nella quale è entrata una luce. È dal grado di questa luce che si riconosce la verità della poesia: quando la poesia è poesia, raggiunge l’irraggiungibile, mette a contatto le parvenze con la sola realtà, che è la realtà eterna”. (1)

II.
“La realtà eterna”. I necessari inciampi, il passo spedito e la corsa lungo la strada bella. Ho ripreso il passaggio di Ungaretti non per cercare una comoda sponda, ma per i concetti di “luce”, “irraggiungibile” e “verità della poesia” che mi sembrano ancora importanti.
Quelle definizioni però, per quanto care, sono legate a un mondo ancora classico -nonostante la complessità degli eventi che l’hanno attraversato- quale poteva essere il Novecento dal suo inizio alla fine; nella società contemporanea, invece, l’individuo vede ridimensionata -se non annullata- la sua partecipazione alla vita collettiva, al punto che l’interiorità sembra essere l’unico luogo confortevole da abitare, anche se implica i corollari dell’isolamento e del cinismo: nulla sembra più adatto dell’interiorità moltiplicata ed esibita, tradita a ogni pensiero, malintesa nell’agire, e i social media ne rappresentano un pericoloso canale di divulgazione anche in poesia.
Oggi assistiamo all’esposizione del soggetto senza più la significazione della soggettività, alla moltiplicazione della poesia dell’io senza che quest’ultimo (e quest’ultima) sussista.
Manca, in altre parole, la possibilità per la parola di essere dimora, di scegliere il suo significato, di aderire al proprio tempo; manca la capacità, per la poesia, di essere sovversiva.
A quel tentativo di definizione che facevo all’inizio, va quindi aggiunto uno spazio del possibile, un luogo dove assumere il conflitto e le scelte che il nostro tempo ci pone davanti. Assunzione di conflitto -o di responsabilità, se si preferisce- sono anche la resistenza e l’opposizione, l’elaborazione, il tentativo di sottrarsi ai meccanismi che immiseriscono l’uomo e lo riducono a una copia, a una griglia standardizzata e obbligante.
Si tratta di atteggiamenti che potrebbero rappresentare una via di uscita dal pensiero dominante e dalla sua prassi, così come da una poesia che ha perduto significato e capacità di evocare. Continua a leggere→

Dal nuovo romanzo

Era il giorno della parasceve. Mi rendo conto che il nostro libro prende sempre più la forma narrante del Vangelo, forse perché è il nostro vangelo, la parola che diventa carne nei fastidi quotidiani, nelle paure sotterranee, nelle contraddizioni che sempre affollano la vita. Forse il Vangelo è vero solo in queste pagine, in questo va e vieni tra il progetto e l’attuazione, tra lo sguardo limpido del Cristo e i nostri occhi assonnati, incapaci di vegliare solo un’ora. Avevamo desiderio della luce, e nello stesso tempo l’ombra ci assediava, come se fosse impossibile vivere se non nell’unione degli opposti, che Cusano ci aveva insegnato nelle sue pagine difficili. Forse la vita è in queste righe che si accavallano e si sommano, nei pensieri che passano per labirinti intricati, perché solo Dio è semplice, come diceva don Mario, e noi siamo discepoli pieni di dubbi e di conflitti da sciogliere nel giardino della risurrezione, nei chiari del bosco di un dono immeritato. Era il giorno della parasceve. La luce che tanto attendevamo sarebbe sorta – ne eravamo sicuri – prima o poi.

 

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Dialoghetto famigliare di compleanno

di Antonio Sparzani

La famiglia Lampetti è formata dalla madre, matematica pura, dal padre poeta e dal figlioletto dodicenne Carletto, per nulla timido e curioso d’imparare. Un giorno – è il compleanno del padre – viene in visita lo zio Fiorino, fratello della madre e noto come filosofo un po’ rompiscatole, e si aspetta anche l’arrivo degli amici coniugi Baluba, con il loro figlio Lamberto, amico da anni di Fiorino, ma anch’essi assai affezionati ai Lampetti. La signora ha cucinato con le sue mani una stupenda crostata di mele, da abbinare ai raffinati tè che il signor Lampetti sempre serve ai suoi ospiti,
Saranno dunque in sette a mangiare la crostata e occorrerà dunque dividerla in sette parti uguali, se no sai che mugugni. La mamma pone il problema a Carletto che subito, ben fiero del suo sapere, dice che basta dividere uno per sette.

Madre: “Coraggio, bimbo mio” Continua a leggere→