
Contemplazione è dimenticanza di sé, la cosa più difficile. Bellezza, bontà e verità ci strappano dall’io, alleggeriscono la vita.
La parola ai poeti. Maria Elena Danelli

Non saprei da dove iniziare a raccontarmi, se non che la prima poesia che scrissi fu quando avevo 6 anni.
Nacque da un sogno o propriamente da un incubo e non trovai modo migliore per scrivere ciò che mi accadde nel mio sgomento di bambina, e questo fatto osmotico di realtà-sogno mi accompagna da allora, non solo nella poesia ma anche nelle mie espressioni artistiche (le mie visioni mi accompagnano lucide, dando allo sguardo l’aspetto finale di ciò che mi visita nell’intuizione). A volte mi sembra di aver già vissuto più volte.
Nel mio sentire non mi spaventa l’idea della Morte, perchè penso che essa ci accompagni costantemente legata al senso della Vita, che sento come un fermento pulviscolare inesauribile, in cui la fiducia e l’abbandono a qualcosa di più grande mi pervade.
Questo senso armonico mi concede di sentirmi uno strumento affinchè le parole mi visitino e diventino inchiostro, una forma di contemplazione.
L’idea che la Vita si sviluppi in tutte le sue molteplici sfaccettature, abitando forme e sensibilità insospettate, e che esista una poesia che cerca di avvicinarsi alla meraviglia, all’incanto, all’effimero e caduco, mi ammutolisce.
Come può l’essere umano scegliere costantemente i conflitti, la distruzione, quando basta un potente teleobiettivo per vedere i crateri della Luna, o gli anelli di Saturno?
Le orbite dei pianeti attorno al Sole – che viaggia nello Spazio – e che per forza di attrazione lo circondano seguendo la sua traiettoria, descrivono un ipotetico fiore gravitazionale, ciascuno secondo la propria natura, e l’inconsapevole bellezza della conchiglia che ripete la successione di Fibonacci o il canto degli alberi che nel loro mutismo – alle nostre orecchie – cantano il mistero del Tutto, a volte mi riempie di una sensazione indescrivibile che si traduce in una fitta al cuore.
Parte di questo sentire diventa la mia scrittura. Che affiora e si traduce anche nel dialetto dei miei genitori, il Milanese, uno scavare in ciò che si è sedimentato negli anni, dato che ormai mi sono madre e figlia.
Qui una piccola scelta tra i miei inediti. Continua a leggere
Il tesoro
Maria Pia Romano, “Controluce”
Recensione di Francesco Improta
Maria Pia Romano, Controluce, Besa Muci Editore, 2024
Da due settimane è arrivato in libreria, per i tipi di Besa, l’ultimo romanzo di Maria Pia Romano, Controluce, che su proposta di Maria Cristina Donnarumma ha ottenuto una candidatura al LXXVIII premio letterario Strega. Credo che la Romano non abbia bisogno di presentazioni; attiva da una ventina di anni sul versante della letteratura e del giornalismo la scrittrice, pugliese di adozione ma originaria di Benevento, ha già ottenuto diversi riconoscimenti di prestigio. Controluce è, come si legge nella quarta di copertina, la storia di due solitudini: una pittrice che dipinge le onde e uno scienziato che studia l’aria, sullo sfondo di una terra magica e incantata, qual è il Salento. Continua a leggere
La parola ai poeti. Adriano Engelbrecht
Grato a Fabrizio Centofanti per l’invito e la sollecitazione rivoltami, provo una possibile riflessione sull’agire poetico afferente al mio percorso artistico.
Sappiamo: non esiste una risposta univoca alla domanda “cosa è la poesia”.
La “voce” che aggiungo – del tutto personale – è solo un breve contrappunto alla complessa polifonia dell’interrogazione contemporanea. La poesia è moto, scaturigine, è irruzione al mondo. È l’emergere da l’oscuro e, al contempo, il suo stesso dissiparsi. Perpetuo, ciclico. La poesia è respiro che si avvia al canto; parola vivente, parola corpo, parola che si dice, parola che si ascolta. Come la voce, si origina da un profondo di cavità ventre, umidore, fiato, sterno, battito, gola, varco. Dietro, all’indietro: misteriosa architettura di equilibri fonetici, il più delle volte enigmatici. In questa accezione è per me un atto fisico, in moto, vibrante e dunque ri-sonante. Il suo manifestarsi, rendersi udibile, o il suo scriversi, de-porsi, è sosta: un fermo temporaneo che si attua, si cristallizza, per poi riprendere la sua erranza, il suo cammino, nel suo mistero.
Non ho mai relegato la parola poetica al solo atto intimistico della lettura: per quanto fondamentale sia questo passaggio, ritengo di necessaria importanza l’ascolto dei versi, il loro sentirli e, di conseguenza, dirli, cantarli.
“Im spätrot schlafen die Namen” (Paul Celan).
Mi piace pensare che nel “rosso tardo” celaniano dormono i Nomi, in attesa della loro nominazione: una chiamata, forse un “far cantare l’appartato circostante”. Non tanto un invisibile, quanto piuttosto ciò che semplicemente non si rende sempre manifestamente visibile ai nostri occhi. O udibile. Nel frastuono dell’odierno, nell’abitudinarietà di un inquinamento acustico che ci sovrasta, bisogna acuminare l’orecchio e percepire ciò che molto spesso è sommerso, nascosto o distrattamente sfuggito. L’inascoltato. Prestare attenzione. E, ancora una volta, è il magistero di Celan che viene in soccorso quando afferma che la poesia è “un meridiano: una linea ad un tempo verissima e inesistente che indica una direzione attraverso molti territori. Su questa linea a ciascuno è data la possibilità di tracciare il proprio cammino verso quel sapere e quel sentire che appaiono sempre più lontani da chi è assediato dalla civiltà del rumore e del fatuo, e in essa si perde”.
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Abbracciare
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 1
Il luogo dell’invenzione letteraria è non già il macro, ossia il plot e la polpa del pensiero sotteso (se così fosse, La critica della ragion pura di Kant o L’origine delle specie di Darwin sarebbero oggetti estetici di gran lusso e, per converso, Murphy di Beckett o Dans le labyrinthe di Robbe-Grillet non più intensi e profondi d’un elenco telefonico), bensì il lessico, la sintassi, il ritmo, i nessi tra le parole e il loro ordine, la tessitura dell’immagine, la capacità di dar pathos e anima a un gesto, a un dato paesistico, alla descrizione d’un volto o d’un interno, in modo che tutto, tutto concorra alla globale connotazione.
Lucerne nella luce. Lucio Brandodoro
[1Cor 1,22-25; Gv 2, 13-25]
“Noi testimoniamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e follia per i Greci”.
Lo “skandalon” era propriamente la pietra d’inciampo, l’ostacolo che interrompeva la linearità del cammino e che obbligava a regolare il passo per non cadere. Resta, comunque, l’idea di ostacolo, di impedimento. Cristo crocifisso è impedimento per i Giudei. Impedimento che rende difficile vedere nella croce la manifestazione di IHWH. Dov’è la “Gloria”? Dov’è la “Potenza”? Dov’è l’”Immortalità” che si richiede ad un dio? Continua a leggere
La parola ai poeti. Eleonora Nitti Capone

Cos’è la poesia?
La poesia è uno dei modi di far cantare all’anima ciò che di reale esiste nella vita. È il mio cuore che dall’interno del petto s’affaccia, sente la vita più vera e si domanda: “che cos’è?”, e lui ne canta ed io ne scrivo. E questo canto è figlio del silenzio, la poesia è il fiore del silenzio. Essa è sincero tentativo, attraverso una tessitura sapiente di parola scritta-parola letta, parola pronunciata-parola ascoltata, di condividere con gli altri un livello più autentico d’esistenza. Continua a leggere
Prima di
Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Bellezza 1
Duemila. La tribù delle storie
La Bellezza 1. Canta con le ali
Un bambino miope riceve in dono un paio di occhiali e per la prima volta mette esattamente a fuoco il mondo esterno. Poi, curiosando in una piccola libreria, si imbatte in un volume illustrato sugli uccelli, uccelli dal nome strampalato – il cardinale rosso, il frosone vespertino, la pulcinella di mare – e con una varietà di piume abbacinante. Quindi si procura un vecchio binocolo e prende ad esplorare le campagne circostanti, in cerca proprio di quegli uccelli. Da lì in poi è un crescendo: coi primi risparmi l’acquisto di un cannocchiale professionale, quindi è la volta di un disco con i vari richiami; a dodici anni il destino è compiuto: da grande farà il birdwatcher. Continua a leggere
La finestra
La parola ai poeti. Nadia Chiaverini
ti invio alcune poesie dal mio ultimo libro “Sull’orlo della gioia” Terra d’ulivi edizioni 2022 ed un paio inedite.
Ho incontrato la poesia già da adulta, nell’età di mezzo, (che è stato il titolo della mia prima silloge, pubblicata nel 2004) , mi ci sono affacciata in punta di piedi, poi tutto è stato una scoperta, uno studio, una necessità , trovare nel linguaggio poetico un altro sguardo su noi stessi e sul mondo. Una poesia “onesta”, che affronta un percorso interiore in verticale, profondo, sulla psiche, sull’ombra per arrivare ad una consapevolezza di sé, ma anche un ponte di ascolto e incontro con l’altro. E’ una ricerca non priva di lacerazioni, di mancanze, in questo percorso labirintico intriso di memorie ancestrali, contaminazioni, perché “il buio è necessario e il nulla non esiste” Continua a leggere
Il gelo
Luigi Maria Corsanico legge Pier Paolo Pasolini. 9
Il primo gesto
La parola ai poeti. Tommaso Meozzi

Cos’è la poesia, per me, ormai non lo so più. Ricordo però cos’era, o meglio, ricordo i primi versi che ho scritto: “meravigliosa assenza/ ecco, io ti prenderò per mano, e poi sarò ricordo./ Come un fiore non colto/ e il prodigio presso quel fiore”. Aveva dunque a che fare con un’assenza. Avevo sedici anni, e io sentivo questa assenza che apriva in me un vuoto, e anche un senso di infinito. Era lo stupore, di fronte all’infinito del desiderio che in me scoprivo? Era il tendere verso una mano paterna, rassicurante? Era la linea del viso di mia madre, come nelle scene iniziali di Persona di Bergman?
E insomma io scrivevo i miei versi su fogli bianchi, poi sul computer, e sognavo di distribuire questi fogli agli amici, ai vicini di casa – un po’ lo facevo anche – inondando tutti con la luce della mia “meravigliosa assenza”.>Mi sembrava che tutti dovessero ascoltarmi, che io fossi il profeta dell’assenza/essenza, mentre gli altri si affaccendavano con cose inutili perché non vedevano. Ricordo che una volta mia nonna aveva una badante che casualmente venne a sapere delle prime poesie che avevo pubblicato, probabilmente La superficie del giorno (2010). Le chiesi se lei scriveva mai poesie. Era una persona dolce, e allo stesso tempo composta, forte. Mi rispose: “No, sai, la vita ha più a che fare con la prosa.“ Questa frase allora mi sembrò l’ennesima conferma della mia superiorità emotiva e intellettuale, anche se in quella voce c’erano una forza e una tranquillità che toccarono qualcosa dentro di me. Continua a leggere
La parola ai poeti. Marina Gogu Grigorivna
[Il testo non è stato sottoposto a revisione]
idea di poesia per qualsivoglia giornale o intervista
“All passports”: non so se avete mai indugiato di fronte a delle scritte doganali, ma ecco io certune li ho proprio interrogate; se dovessi dire qualcosa di fermo sulla mia poetica – ecco, ciò che succede in quel instante: “tutti passaporti alcuni passaporti…” la narrativa del incasellamento, l’ho si è dovuto subire é il numerare degli eventi e nell’ momenti instabili delle loro ipotetiche varianti; si direbbe elencare andandosene a capo piuttosto che viverle, cioè risolvere(?!); tuttavia nel mio caso l’insofferenza al designato ortografico- (e sintomatico del come esso) non ha resistito al reale, spiace ma le pressioni consumistiche/capitalistiche ha smashiato il tempo di dedica implicito. Vedere di conseguenza il riformista nei miei versi scritti in Italiano(?), e percepire come incomprensibili è normale e il classico atteggiamento di fronte all’ ibrido; poiché questo considerò sia il corpus linguistico che vengo ad adoperare. Continua a leggere
L’arte che insegna
La parola ai poeti. Giulio Mazzali
“Cos’è la poesia, e come nasce un tuo testo?”. Mi è capitato spesso, durante incontri e presentazioni, di ascoltare domande simili. Risposta? Ammessa l’impossibilità di proporre una definizione univoca di cosa sia poesia, l’autore di turno chiarisce di poter parlare solo di “sé”, della sua esperienza compositiva, di cosa la poesia abbia rappresentato e continui a rappresentare per la sua storia personale. Dramma della “lirica” direbbero i più esperti, e certamente non nuovo.
“La poesia è poesia quando porta con sé un segreto”, confessa in un’intervista del 1961 Giuseppe Ungaretti, che messo alle strette sui meccanismi soliti di composizione, ammette sospirando che “si fa poesia non pensandoci, perché occorre farla”; un’idea giunta inaspettata ci tormenta, spinge a un lavoro di scrittura e riscrittura che varia da caso a caso in base a logiche ora di suono ora di significato. Ma anche Ungaretti sull’origine dell’atto poetico è chiaro: se la poesia (intesa come lirica) è sforzo compiuto dal soggetto per esprimere i propri sentimenti, essa dipende dalla “fantasia” e dal “momento storico” di composizione. Scrivere poesia è fare esperienza di sé, relazionarsi al mondo consapevoli che il rapporto con la realtà (fortemente connotata da eventi di diversa natura) non consente solo una conoscenza “oggettiva”, ma permette di scoprire qualcosa di più profondo e altrimenti sconosciuto. Continua a leggere









