Pace, guerra, riarmo: il discorso di Leone XIV alla “Sapienza”

 

di Fabiano D’Arrigo

Recentemente, giovedì 14 maggio 2026, papa Leone XIV si è recato in visita all’università “Sapienza” di Roma.
Nel suo discorso ai docenti e agli studenti Leone XIV ha ripetuto con forza il grido dei suoi predecessori “mai più la guerra”. Ed ha stabilito una stretta consonanza tra tale grido ed il “ripudio della guerra sancito dalla Costituzione italiana”, una consonanza che “ci sprona a un’alleanza spirituale”. Continua a leggere

Valerio Magrelli

 

a cura di Giorgio Stella

Una barca è una leva e niente è più bello
di una barca.

S. Weil

Una città volante, semovente,
in bilico su un bosco
di palafitte, mobile
nell’incanto del peso,
nella grazia della distribuzione,
inclinata,
oscillante in un leggero tremito, un attrito
che la consuma. Lungo i suoi canali
pieni di frutta, carichi di macedonia,
passano barche dalle chiglie deformi
come colonne vertebrali, tòrte
dall’acqua, oblique,
equilibrate appena.

Frammenti di Cinema # 100

di Pasquale Vitagliano

Concludo questo lungo viaggio nel cinema con una rassegna dei film della mia vita. Non si tratta dei film migliori, che mi sono piaciuti di più, ma di quelli che mi hanno toccato maggiormente, a cui sono legato perché mi ricordano un turbamento o mi commuovono, per ragioni più mie, legate al momento in cui li ho visti, che al loro valore intrinseco. Da bambino, per esempio, quando non si poteva scegliere cosa guardare in televisione, per anni mi sono portato appicciato le immagini della partita a scacchi de Il settimo sigillo di Ingmar Bergman (1957), il mimo degli Amanti perduti (Les Enfants du paradis), diretto nel 1945 da Marcel Carné, la solidarietà fantastica di Miracolo a Milano (1951), scritto da Cesare Zavattini e girato da Vittorio De Sica. Solo da adulto infine ho compreso il mistero al quale allude Improvvisamente, l’estate scorsa del 1959 di Joseph L. Mankiewicz.

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Il settimo senso. Visioni, epifanie e tracce di spirito nel cinema. # 1

di Giulio Bruno

Scrivere il lavoro: forma, tempo e drammaturgia in La mattina scrivo di Valérie Donzelli

1. La zona di tensione tra tesi e performance

Il film si apre con Paul che abbatte una parete rivestita di carta ornamentale. Prima che la storia prenda forma, quella sequenza fa già ciò che il film vuole comunicare, invece di limitarsi a dirlo. È la dichiarazione d’intenti di Valérie Donzelli: il film non intende ornare la realtà, ma scrostarne la patina. Tratto dal memoir autobiografico di Franck Courtès, La mattina scrivo racconta di Paul, fotografo freelance che a quarantadue anni decide di reinventarsi scrittore. Il libro non arriva, o arriva tardi; nel frattempo Paul sopravvive nella gig economy, accettando lavori di bassa manovalanza attraverso piattaforme che mettono i lavoratori in competizione al ribasso. La critica ha inquadrato il film nella tradizione del cinema sociale europeo — Loach, i fratelli Dardenne, Brizé — e ne ha riconosciuto l’acutezza tematica.

I risultati più fecondi del cinema politico novecentesco nascono dalla fusione tra i due modi della narrazione a tesi e della narrazione performativa. La prima elabora un argomento e lo affida alla storia: i personaggi, gli eventi, la struttura stessa sono disposti in modo da condurre verso una conclusione predeterminata. La seconda affida la storia alla forma, confidando che sia la forma a generare senso nell’esperienza dello spettatore: non a descriverlo, ma a produrlo. Ejzenštejn non illustrava la coscienza rivoluzionaria, la produceva nello spettatore attraverso lo shock del montaggio. La tesi non è una risposta già formulata che la storia illustra, ma un processo in divenire che la forma è chiamata a governare.

La mattina scrivo aspira a questa fusione, e in larga misura la raggiunge sul piano stilistico. La performance di Bouillon è una recitazione per sottrazione: non mostra, non enfatizza, trattiene; il corpo dell’attore non illustra la precarietà, la abita. La voce fuori campo — il libro che Paul sta scrivendo, o che scriverà — introduce una dimensione riflessiva senza trasformarsi in commento. Il film è insieme la storia del processo di scrittura e il suo prodotto. Questa è una mise en abyme: un’opera che contiene al suo interno una replica speculare di sé stessa.

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La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Massimo Morasso

Fare luce con la poesia – intervista a Massimo Morasso

Per Massimo Morasso la luce è un principio ontologico che coincide con la capacità di conoscenza della realtà sia essa fisica che metafisica. La poesia non deve addolcire o consolare, né risolversi in una sterile diatriba fra luce e buio come un fatto estetico, piuttosto deve farsi carico di aprire un accesso alla verità.

Nel pensiero greco la luce è principio generatore di vita e di conoscenza. Finché si vede la luce si vive. Si tratta di una luce non solo fisica, ma interiore ed emotiva che si contrappone al buio della morte, un buio che il Novecento ha spesso cantato ed esaltato. La poesia può (ancora) donare questa luce? Può (o deve) cantare la vita? Continua a leggere

Paolo Ruffilli

a cura di Giorgio Stella

Che tutto cada
morto
per essere risorto,
che venga consumato
per essere rinato.
È il trionfo
della vita perpetuata
mentre si è sepolta.
Come ci è stata
preparata, la strada,
noi la prepariamo
a nostra volta me moriamo
perché altri viva
a nostro danno
e gloria.
Ogni generazione
è sostituita
dalla successiva:
storia continuata
da altra storia,
serie mai finita. 

Roberto Carifi

a cura di Giorgio Stella

*Sbarco

Dove giacciono accanto l’anima e il verme
tu, l’esiliata, porgi il tuo occhio
scendi da quel rottame con i figli in braccio
Porgi ciò che non hai,
dona il nulla del tuo passato
a chi non capisce il male serbato nella messe,
a chi guarda crescere la vite
e sarà vendemmiato di vergogna.
Scendi con la tua ferita,
abbandona lo sguardo al cieco che non vede
nella tua nostalgia il tuo esilio,
mostra nel tuo viaggio senza meta
l’estremo tramonto occidentale.

Roberto Carifi
*da Europa, Jaka book, Milano, 1999, pag. 66.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

La comunità imperfetta

(Anselm Kiefer)

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».[Mt 28,16-20]

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Charles Baudelaire

 

a cura di Giorgio Stella

Armonia della sera

Ecco già viene il tempo in cui ogni fiore vibra
sullo stelo e s’evapora come un incensiere;
suoni e profumi danzano nell’aria della sera;
valzer malinconico e languida vertigine!

Ogni fiore s’evapora come un incensiere;
il violino freme come un cuore che si affligge;
valzer malinconico e languida vertigine!
Il cielo è triste e bello come un immenso altare.

Il violino freme come un cuore offeso;
un cuore tenero, che odia il nulla vasto e nero!
Il cielo è triste e bello come un immenso altare;
il sole s’è annegato nel suo sangue rappreso.

Un cuore tenero che odia il nulla vasto e nero
raccoglie ogni reliquia del passato luminoso!
Il sole s’è annegato nel suo sangue rappreso…
Il tuo ricordo in me splende, come un ostensorio!

Poesia e mistica, di Massimiliano Bardotti

Ho voglia d’apocalisse, lo confesso.
Ma è solo un languore,
di quelli che prendono
come quando si dice:
vorrei tanto dormire.
Davvero è soltanto un languore
sperare che si strappino i cieli,
che il mondo si sradichi, infine.
Più forza ci vuole a restare,
e afferrare la mano ai caduti.
E ignorare il tempo che resta.

Bernardo De Angelis Continua a leggere