Roberto Carifi

 

a cura di Giorgio Stella

La luce declina ma durano le cose
trascorro gli anni vicino al lume
perché un angelo ama le luci basse
e va dagli esiliati
è scritta, dice, sopra un lenzuolo sporco
la pena da scontare,
l’ora già dichiarata
prima che venga un legno a benedire
e ti perdoni una testa pendente
un’ombra incoronata
se amerai sotto le rosse mura,
dice l’angelo e la luce
è una coperta bianca sul mio letto.

Un cardinale e la lingua della poesia

 

di Alida Airaghi

José Tolentino de Mendonça (Funchal,1965), cardinale, teologo, docente universitario, dal settembre 2022 è Prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione. Recentemente vincitore del Premio Lerici Pea, nel 2014 ha rappresentato il Portogallo nella Giornata Mondiale della Poesia.
Tra i temi principali delle sue numerose raccolte di versi, oltre a un rapporto intimamente vissuto con la natura, troviamo la riflessione filosofica sulla libertà e sul tempo come eventi dell’umano e del sovrumano, inseriti in un ambito di pensiero cristiano apertamente ecumenico. Continua a leggere

Roberto Carifi

a cura di Giorgio Stella

Verso una gioia solenne

La mano che li contiene è sola
buona e implacabile
come una dèa bambina mentre le dice,
in una lingua nordica,
che tutto è già accaduto
e non c’è altro, nient’altro
che la panchina, quella rovina
cieca di chi vince.
Non c’è altro, vedi, chi ama
sbriciolato dal destino
sa che la solitudine è questa calma
sanguinante,
l’inno che lacera i cortili.
Ora un’occhiata fredda fulminerà
il viale, ascolta
strappano questa stanza
verso una gioia solenne,
e le parole esatte
hanno un vento guerriero
dalla loro parte: nessuno,
dico, nessuno
le ha mai sconfitte

Ultimo avviso, di Francesco De Girolamo

Ultimo avviso

Non fidarti di me, non lasciarti ingannare
dall’apparente candore che dal mio sguardo mansueto
vagamente traspare.
Potrebbero esserci minacce imprevedibili
nascoste in quella quiete sfuggente
ed imperscrutabili mire di un soggiogamento perpetuo,
silenzioso, incruento, che porterebbero pian piano il tuo orgoglio
ad una resa incondizionata e quasi inconsapevole.
Dietro quei modi teneri, infantili, un io nascosto ha un dominio
segreto, un io feroce, bieco, senza freni: una belva affamata
di continue concessioni, di conferme, di dedizioni,
spesso persino di sottomissioni.

Non fidarti di me, il fuoco arde sotto la cenere,
e la lunaticità è quasi come la licantropia
ed a volte trasforma d’un tratto la noia
in un gioco crudele. Ed è allora
che potresti dover soffrire, solo per dimostrarmi
che sono importante;
e se non soffrissi abbastanza, se il sale delle mie accuse
non bruciasse nelle tue ferite, vorrebbe dire
che non mi meriti; ed amen.

Non fidarti di me: troppo sconfinato è il mio orgoglio,
troppo tenace la mia vanità e l’improvvisa perfidia
che ti coglierà di sorpresa, nel sonno,
quando meno te lo aspetti, mentre sorridi,
svestita ogni corazza, con le armi ai piedi del letto,
porgendo il tuo piccolo cuore nudo
ai mille artigli del mio affetto vile.

Francesco De Girolamo
(da Piccolo libro da guanciale, Dalia Edizioni, 1990)

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Morte 2

La Morte 2. Lasciti concreti e immaginari

Il primo rigo è asciutto, lapidario, introduce senza enfasi: “Mio padre era giardiniere. Ora è giardino”.
Scrive e non inventa il narratore; parla di sé, della sua famiglia, del suo paese. Restando comunque consapevole che “Ogni storia, perfino se è avvenuta ed è personale, una volta passata attraverso la lingua, quando si è rivestita di parole, non ci appartiene più, fa già parte sia dell’ordine della realtà che di quello della finzione”. Ed è tra questi due ordini, su questi due piani, alternando l’impronta giornaliera, cronachistica e l’apertura, meglio: la consegna nelle fauci del fantastico, che si muove la scrittura di Georgi Gospodinov, affermato poeta e prosatore bulgaro; scrittura sottoposta ad un continuo ‘vibrato’, dovuto alla presenza, fantasmatica o meno, di un personaggio annunciato fin dal titolo ed incombente in ogni pagina, una figura sottesa e respinta, inevitabile e temuta: la morte. Titolo peraltro, Il giardiniere e la morte, che non dà conto del terzo protagonista di questa storia, ovvero il figlio del giardiniere, lo scrittore di successo che arrotola e srotola il filo dei ricordi. Continua a leggere

Jules Verne

a cura di Giorgio Stella

Per una madre al mondo non c'è piú triste cosa
      Che perdere appena nata,
La figlia, angelo del cielo, tenera e rosa,
      Grazioso, piccolo bimbo!

C'è cosa al mondo della madre piú triste!
       Per il figlio soffrire,
Vederlo andare malgrado preghiere e pianto,
       Nascere vederlo e morire!

Ma è quello un morire, perché piange l'occhio triste,
       E quella una tomba?
Il tempo il cielo ha fissato della vita e della morte,
       È una culla la tomba!

La fragile farfalla non ha toccato terra,
       Ma Dio e la felicità!
L'ala l'ha sospinta diafana e leggera,
       A scomparire nel cielo blu.

E lassú, accanto a Dio, a giocare con gli angeli,
       I Cherubini gentili,
Fanciulli dalle dorate ali, e le allegre schiere
       Dei dolci, piccoli Santi.

È lassú, accanto a Dio, perché dal seno della madre,
      Spirituale creatura,
Sdegnando le sventure e i mali della terra,
      È nata per il cielo.

Povera madre! Non è un bambino l'obolo

      Per ricompensarti?
Non stai ad attendere la sua prima parola,
      Per baciarlo sul collo?

Anche a questo pensiero la tua anima si appresta,
      Di respirare un giorno
Il profumo di un bimbo, fiore fatto di tristezza,
      Di sofferenza e d'amore.

Piangi, devi piangere! Ricreano le lacrime l'anima.
      Le lacrime vengono da Dio!
Piangi! Il tuo povero figlio in cielo lo reclama,
      Come un ultimo addio!

Piangi, rallegrati! Prega per te il tuo bambino
      Con pie parole!
Tua figlia, povera madre, era ben bella!
      Ben meglio pregherà!

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Io e voi

(Christine Safa)

                                                                                                                            «In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.

Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». [Gv 14,15-21]

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Le cinque domande

Credo di aver maturato un’esperienza sufficiente per pre-dire alcune cause di sofferenza inutile e nociva che ricorrono frequentemente nella vita degli uomini e delle donne del nostro tempo.

La prima è vivere nella periferia di sé stessi. Ogni persona ha un centro, dal quale vedere tutti gli aspetti della propria vita. La prima condizione per la salute fisica e spirituale è riappropriarsi di questo centro, non accettare di re-agire da zone periferiche, che non possono che creare squilibri. La soluzione sta nel vedere tutto “con altri occhi”, quelli della profondità.

La seconda causa di sofferenza è dare spazio a pensieri negativi, concedere loro potere, lasciandogli prendere il dominio della psiche. I Padri della Chiesa raccomandavano, in proposito, un semplice esercizio di discernimento: chiedere a ogni pensiero “sei dei nostri o sei del nemico?”. Se il pensiero è del nemico, non ha il diritto di entrare nel nostro intimo.

La terza causa è dare troppa importanza all’io, che si manifesta sotto forma di suscettibilità, di orgoglio, di rabbia esagerata e via dicendo. L’ego non è un buon consigliere, anzi, è la prima causa della perdita di orientamento. Ri-dimensionarlo significa ri-dargli le giuste proporzioni, vederlo, ancora una volta, dal centro di sé stessi.

La quarta causa è costituita da ogni forma di dipendenza. La causa è il proprio vizio fondamentale, che spinge verso la fissazione esterna corrispondente. La soluzione è andare in direzione contraria alla compulsione, motivati dal fatto che ciò significa dirigersi verso la libertà.

La quinta causa è la mancanza di speranza: siamo esseri in divenire, orientati a un fine ultimo. Tutte le volte che perdiamo la percezione del fine si fanno strada la depressione, la disperazione, l’angoscia, la paura.

In sintesi, le cinque domande che rimettono in moto la vita sono queste:

Mi trovo al centro di me stesso?

Vigilo sui miei pensieri?

Ri-dimensiono l’io?

Vado controcorrente rispetto alla compulsione?

Rendo sempre presente il fine ultimo?

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Le parole non dormono nei dizionari. Ma si apprestano ad assaltare il cielo. Che la lotta e l’impegno siano il terreno di espressione di Nazim Comunale è dichiarato sin dal suo nome, che delimita un preciso territorio di azione. Con la repubblica della tua voce, Il Convivio editore, 2025, il poeta alza il livello dell’espressione. Tenta l’elaborazione di una teoretica della poesia civile, che contestualmente cerca la praticità di un manifesto. Per articolare questo sistema poetico attinge a tutti i suoi immaginari, che pratica con altrettanta familiarità, il cinema e principalmente la musica. Se fossimo in Solaris, film che spesso affiora nei testi della raccolta, potremmo definire questa sua dottrina solaristica. Le memorie, i desideri e le paure di Nazim s’incarnano, diventano figure dialoganti. A produrre questo effetto, però, non sono i neutrini come nel film di Andrej Tarkovskij ma la forza evocativa della parola. Metto un piede nel vuoto e con l’altro cerco un gradino.

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José Tolentino Mendonça, La lingua primitiva

 

a cura di Luca Pizzolitto

José Tolentino Mendonça, La lingua primitiva (Crocetti 2026)

Il posto delle mangrovie

Quand’era bassa marea tra le mangrovie di Lobito
passavamo ore e ore a girovagare in quell’intrico di rami
indifferenti al terreno instabile
al labirinto di radici, al passo malfermo a mezz’aria

Forse era un modo di essere più vicini
alla verità senza quella sensazione
che prima o poi l’avremmo perduta
e quando attraversavamo la frontiera delle acque
festosi e gridando d’entusiasmo
ci sembrava strano che ci fosse solo una parola
per designare il mondo

Nessuna ignominia nessun veleno
scalava le pareti di quei regni
la nostra esistenza era cosa semplice e selvaggia
un sentirsi meravigliosamente

Solo quando sorprendevamo i fenicotteri
pronti a spiccare il volo
come una flotta
di zattere invisibili
comprendevamo di essere testimoni di segreti
non destinati a occhio umano Continua a leggere

Pierluigi Cappello

a cura di Giorgio Stella

Mandate a dire all’imperatore

nulla nessuno in nessun luogo mai
Vittorio Sereni

Cosi come oggi tanti anni fa
mandate a dire all’imperatore
che tutti i pozzi si sono seccati
e brilla il sasso lasciato dall’acqua
orientate le vostre prore dentro l’arsura
perché qui c’è da camminare nel buio della parola
l’orlo di lino contro gli stinchi
e, tenuti appena da un battito,
il sole contro, il rosso sotto le palpebre
premerete sentieri vastissimi
vasti da non avere direzione
e accorderete la vostra durezza
alla durezza dello scorpione
alla ruminazione del cammello
alla fibra di ogni radice
liscia, la stella liscia, del vostro sguardo
staccato dall’occhio, palpiterà
né zenit né nadir
in nessun luogo, mai.