

Credo a una parola poetica che assolva alla funzione archeologica che Remo Pagnanelli affidava alla poesia nel suo scritto Punti per un’improbabile etica poetica, vale a dire nella duplice funzione di discorso del Principio e conservazione del senso, di ciò che è andato perduto o si sta perdendo nella società del rumore e del caos internettiano. In un altro suo scritto fondamentale, Paesaggio invernale (o quasi), Pagnanelli parlava di una poesia capace di attraversare l’inverno-inferno della Storia, inteso come glaciazione provocata dall’atrofia immaginativa del Postmoderno e delle neoavanguardie. Questa la tensione di fondo dietro ai miei versi cadetti, maturati attraverso la frequentazione della bottega di Giancarlo Sissa, dopo alcuni anni di produzione di critica d’arte e sulla poesia. Credo a una poesia capace di risignificare le “trite parole che non uno/osava” di sabiana memoria, a una parola evocativa, in dialogo con il passato e con la tradizione, con il Grande Stile del 900. Da qui le ragioni della grande economicità di mezzi espressivi che ho messo in campo, in linea con la lezione di un grande maestro che ho avuto la fortuna di conoscere, Francesco Scarabicchi, la verticalità di una parola necessaria. Continua a leggere
Investimento
Guido Michelone tra l’Arcana e il jazz, intervista con Gianfranco Nissola
Guido Michelone il suo ultimo e sesto libro, in ordine di tempo, per l’editrice Arcana, Il jazz e i mondi, è uno sguardo sul jazz oltre gli Stati Uniti, il Paese dove è nata questa musica?
Sì, ben oltre, è una ricerca per scoprire dove si annoda questa musica, il jazz, in tutti gli altri continenti. Tutti meno l’Europa, su cui uscirà presto un volume specifico, perché il nostro vecchio continente è ricchissimo di proposte interessanti, avendo una storia jazzistica autoctona lunga, talvolta, cent’anni. Tornando a Il jazz e i mondi, ho raccontato la storia del jazz in Messico, Canada, Argentina, Cuba, Nigeria, Sudafrica, Cina, India, Giappone, eccetera, spinto dalla curiosità di indagare cosa accade nelle città e nelle nazioni in Centro e Sud America, in Asia, in Africa, in Oceania, imbattendomi sempre in scoperte interessantissime. Continua a leggere
Emmanuele
Dove va la poesia? di Renato Barilli [1979] (Interzona)
Dal programma “Duepersette” a cura di Bruno Modugno. Fotografia di Giulio Albonico, montaggio di Gino Bartolini, regia di Paolo Brunatto. Con Victor Cavallo, Franco Cordelli, Maurizio Cucchi, Cesare Viviani, Antonio Porta. 1979
Essenziale
Poesia italiana del XXI secolo

Mara Venuto è nata a Taranto nel 1978, vive a Ostuni. Tra le sue pubblicazioni: i monologhi teatrali Leggimi nei pensieri (2008), The Monster (2015, testo finalista al Mario Fratti Award 2014 di New York per la drammaturgia italiana); le raccolte poetiche Gli impermeabili (2016), Questa polvere la sparge il vento (2019), La lingua della città (2021). Ha curato e pubblicato numerose antologie, tra cui un ciclo di volumi al femminile; è presente in molte opere collettive di poesia, prosa e teatro. È inclusa in una trilogia di monografie dedicate alla poesia italiana femminile contemporanea, a cura di Bonifacio Vincenzi (Macabor Editore, 2017); in un volume critico sulla poesia delle donne in Puglia, a cura di Daniele Giancane (Tabula Fati, 2022); in una ricognizione critica della poesia a Taranto dai primi del Novecento ad oggi, a cura di Silvano Trevisani (Macabor Editore, 2022); in un’antologia sulla nuova poesia pugliese, a cura di Antonio Bux (Marco Saya Editore, 2022). È stata ospite di Festival internazionali di Poesia, tra cui il IX Festival di Poesia Slava a Varsavia nel 2016 e il XV Festival Trirema e poezisë Joniane a Saranda (Albania) nel 2021. Suoi testi originali e corti teatrali sono stati rappresentati con buon riscontro di pubblico e critica. Sue poesie sono state tradotte e pubblicate in sette lingue.
Fiorire
Continua a leggere. 67

La colonna sonora dell’adorazione s’intreccia col gorgoglìo dell’acqua della bombola a ossigeno, con l’ansimare del condizionatore, che sembra sempre sul punto di spirare, come tutti i condizionatori che si rispettino in questa estate torrida, con i passi felpati della badante africana che non vuole disturbare, coi rumori provenienti dal piano superiore, le grida dei bambini, della cognata sul punto di una crisi isterica, coi richiami della piazzetta che ci ha visto giocare da bambini, col canto degli uccelli, il frusciare dei pini, lo scorrere lento della storia, che certamente ha un senso, anche se in pochi lo capiscono. Che ne pensi, lettore, che ne pensi lettrice? Dio, da qualche parte, fa il tifo per noi, ci suggerisce, cercando di parlare più chiaro del nemico, che è sempre lì, a confondere le carte. Mi commuovo pensando a questa lunga battaglia che si svolge in mezzo a noi, dentro di noi, questa guerra all’ultimo sangue tra il bene e il male, mentre qualcuno vede le partite, qualcun altro agonizza sul letto d’ospedale, i bimbi giocano nella piazzetta e io già m’innamoravo della bambina bionda che veniva in bicicletta dall’isola di fronte, gettando lo scompiglio nella banda di noi nullafacenti imberbi e stralunati, com’è giusto a quell’età, quando ancora non sai niente della partita a scacchi tra l’Onnipotente e il suo avversario, e torni a casa sudato, pronto a divorare quello che la mamma mette sulla tavola, e ora che è distesa sul letto e si addormenta davanti alla TV, ti sembra, all’improvviso, che siano passati secoli o millenni, e non vedi quasi l’ora che Dio ti dica vieni, combatti con me, ah, me l’ha già detto, sono anni che combatto, inseguendo i rumori della colonna sonora della trasmissione, della bombola a ossigeno, del condizionatore che non ce la fa più, ma continua a respirare, come mia madre, che ha gli occhi fissi sull’Ostia, come se dovesse giungere da lì l’unico rumore, l’unica voce degna di essere ascoltata, come se la storia scorresse tutta verso quel punto, e tutti, tutti, nello stesso momento, dicessero, anzi, gridassero: vieni, vieni Signore, non ci abbandonare in questa lotta sanguinosa, dicci, grida anche tu, che alla fine, proprio alla fine, vinceremo.
Bambini
Luigi Maria Corsanico legge Mario Luzi. 18
Abitudini
Chandra Candiani a Milano con i “Sogni del fiume”

Il 15 settembre alle ore 21 nel cortile interno di Palazzo Reale a Milano lettura di fiabe da Sogni del fiume (Einaudi 2022, con illustrazioni di Rossana Bassù) di Chandra Candiani in dialogo con i canti di Francesco Occhetto. Continua a leggere
Le parole della settimana. Abraham H. Maslow
Gli scritti di Charlotte Buhler, Gordon Allport e Kurt Goldstein dovrebbero pure averci sensibilizzato alla necessità di cogliere e sistematizzare il ruolo dinamico del futuro nella personalità esistente nel presente; poiché, ad esempio, il suo sviluppo, il suo divenire e le sue possibilità, necessariamente puntano al futuro; e così fanno i concetti di potenzialità e di speranza, di desiderio e di immaginazione; la riduzione al concreto è una perdita del futuro; la minaccia e l’apprensione puntano al futuro (niente futuro = niente nevrosi); l’auto-realizzazione è priva di significato se non ci si riferisce a un futuro attivo in ogni momento; la vita può essere una Gestalt nel tempo, e così via.
Pure, l’importanza fondamentale e centrale che questo problema riveste per gli esistenzialisti ha qualche cosa da insegnarci; per esempio, l’articolo di Erwin Strauss nel volume di May. A mio avviso è giusto dire che nessuna teoria psicologica sarà mai completa se non incorporerà, nel suo nucleo centrale, il concetto che l’uomo ha il proprio futuro dentro di sé, attivo dinamicamente nel momento presente. In tal senso, il futuro si può trattare in senso a-storico, come fa Kurt Lewin. Dobbiamo pure renderci conto del fatto che soltanto il futuro è, in linea di principio, sconosciuto e inconoscibile, il che significa che tutte le abitudini, le difese, i meccanismi per affrontare le situazioni sono dubbi e ambigui, perché si fondano sull’esperienza passata. Soltanto la persona flessibilmente creativa può realmente padroneggiare il futuro: soltanto quella che riesce ad affrontare la novità con fiducia e senza timore. Sono persuaso che gran parte di quanto oggi chiamiamo psicologia consista nello studio degli espedienti che impieghiamo per evitare l’angoscia prodotta da una novità assoluta, illudendoci che il futuro sarà simile al passato.
[Abraham Maslow, Verso una psicologia dell’essere]
La vera gloria
Continua a leggere. 66

Mentre mia madre prega i vespri, il ventilatore tenta di fare il suo dovere in questa estate di caldi africani, come salmi di lamento, con spartiti di tenebre e dolori che si affacciano comunque la metti, per questo reagire è decisivo, non cedere a quello che chiamano sconforto, il contrario esatto della consolazione, ricordi? il profeta che cantava: consolate, consolate il mio popolo, perché Dio non è invecchiato, ricorda che i caldi africani, le malattie materne, le morti dei figli, gli insuccessi nell’ambiente di lavoro, la minestra bruciata, la badante triste, ricorda che tutte queste cose potrebbero precipitare in ciò che chiamano sconforto, esattamente contrario al consolate, e persino gli psicologi ci avvertono che invece di cedere al cosiddetto sconforto, conviene scrivere ogni giorno le dieci, venti cose che ci fanno contenti, di noi e degli altri, perché a forza di scrivere, giorno dopo giorno, mese dopo mese, ti accorgi che non tutto è dolore, che un raggio di luce sopravvive, che ce la mette tutta, il nostro Dio, a consolare il suo popolo, proprio perché è il popolo a non avere più occhi per vedere, né orecchi per udire, il popolo – diciamoci le cose come stanno – vuol essere infelice, ed è per questo che don Mario scriveva, scriveva e sudava, sudava e scriveva nella cappella dei francesi, per insegnarci che dieci, venti cose in un giorno vanno bene, anche solo camminare, respirare, essere al mondo, condividere la storia, partecipare all’avventura del cosmo, accorgersi che l’intero universo è accarezzato da Dio, che ripete, forse più di allora, consolate, consolate il mio popolo, stretto tra guerre e pandemie, unito da un grido soffocato, la litania dei vespri, mia madre che mi fissa, come fossimo alla fine, come non dovessimo più perderci nemmeno un fotogramma di questa vita breve, della preghiera che ha sempre il fiato corto, vero lettore? che ha sempre il fiato corto, vero lettrice? e ha bisogno di fermarsi, di riempire i polmoni, di esporsi alla carezza incerta del ventilatore, e anche a quella di Dio, di chiedersi ancora una volta chi potrà consolare questo mondo che dimentica persino perché soffre, che non trova più le dieci, venti cose che in un giorno andranno pure bene, e che a forza di scrivere, giorno dopo giorno, mese dopo mese, faranno sopravvivere la luce.
Festeggiare
La parola ai poeti. Roberto R. Corsi


«La poesia – | ma cos’è mai la poesia? | Più d’una risposta incerta | è stata già data in proposito. | Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo | come alla salvezza di un corrimano». Apparirà scontato, ma questa famosissima strofa di Szymborska (qui tradotta da Pietro Marchesani) pare ancora indicarmi, dopo quindici anni di versi e annotazioni, l’atteggiamento più salubre e proficuo. Un socratico sapere di non sapere cosa sia la poesia permette di percorrere un lungo e solido corrimano di possibilità, sia come poeta (trovo che “eclettico” sia il complimento più bistrattato del mondo), sia come recensore (arengo nel quale non mi esprimerò mai in termini di poesia o non-poesia, ma ragioneremo insieme “solo” di buona o cattiva qualità). Occupiamoci, allora, del sedicente poeta. Dal primo libro, del 2007, ho cambiato modalità espressive più volte, attraverso raccolte dal verso ora controllato, ora lunghissimo al punto di richiedere l’impaginazione in orizzontale; per approdare (con La perdita e il perdono, 2020) a una coesistenza pacifica di varie forme, inclusi squarci di prosa; però recuperando, in prevalenza, il piacere di un libero gravitare in versi attorno alla naturalezza dei metri tradizionali. Quanto all’io lirico, al “noi” e alla loro composizione, ho prima giocato a nascondermi dietro i miei totem culturali (la musica classica, per esempio), visti però come qualcosa di vivo e anche plasmabile a piacere per rappresentarmi; poi ho impugnato la pistola della poesia confessionale, della chiarezza autobiografica estrema. Nel tragico, ha fatto gradualmente capolino una sua occulta e intima compagna: la componente grottesca e comica. Talora provo a sdraiarmi sulla poesia civile, conscio della sua importanza (se bramiamo di esser letti oltre la bolla degli addetti ai lavori, dovremo pur occuparci di ciò che “là fuori” accade!) ma non ignaro del fatto che, a motivo della mia personalissima situazione, essa rappresenta un letto di Procuste. Oggi, continuando a non avere certezze, penso alle mie prove poetiche migliori come a qualcosa che da un particolare, spesso insignificante per i più, induce una stralunata ma affascinante massima; oppure avvia uno scavo interiore di violenta trasparenza. Proponendo un’idea “filosofica” vicina all’accezione antica di arte del vivere al meglio, o piuttosto alla meno peggio, inclusa la medicina amara di essere il più possibile sinceri sul teatrino umano e poetico; scettica per temperamento sull’attuale “accanimento metafisico” con cui si imbrigliano i corsieri del sensibile e del razionale. Probabilmente il corrimano del dubbio mi sta già portando per altre rampe. Certo, a prescindere da tematiche e modalità, mi piacerebbe che la mia poesia realizzasse, anche nei suoi momenti più sarcastici, il risultato supremo di far sempre sentire chi la legge un fine, mai un mezzo. Questa, almeno, è l’intenzione.
—
(480.)
Un picchio verde.
Giochiamo a un-due-tre-stella!
Muovo un gomito e fugge.
Voi oggi insisterete, come sempre,
che la poesia è ritrovo, gridare, strofinarsi.
[immagine: Karsten Madsen]
Sbocciare
Sinisgalli, il poeta ingegnere (Interzona)
Leonardo Rocco Antonio Maria Sinisgalli (Montemurro, 9 marzo 1908 – Roma, 31 gennaio 1981) è stato un poeta, saggista e critico d’arte italiano. È noto come Il poeta ingegnere o Il poeta delle due muse, per il fatto che in tutte le sue opere ha sempre fatto convivere cultura umanistica e cultura scientifica. Per la sua versatilità è stato definito “un Leonardo del Novecento” in quanto è stato narratore, pubblicista, direttore artistico, direttore di riviste, documentarista, autore radiofonico, disegnatore.










