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Mi guardi, da quando ti ho portato qui, salvato dall’oblio del magazzino. Sei voluto venire da me, per una di quelle coincidenze decise dall’ eternità. Alla fine di una domenica di maggio mi chiedo se ho corrisposto alle tue attese, se ho portato lo Sguardo alla gente che ho incontrato, se l’omelia sapeva di questa nostra intimità, che hai voluto donarmi. Ti conosco: sei venuto al mondo per svelarci i segreti più umili, quelli che nessuno vuol conoscere. La verità è nel magazzino, nell’oblio, in ciò che sembra non contare, non servire, ma è l’inizio e la fine, il progetto e la ragione. Tutto corre verso l’esito previsto, eppure imprevedibile. Il futuro lo leggo nei tuoi occhi, il crollo dei poteri, la rinascita dei poveri, la contraddizione che esplode nelle mani di chi pensava di avercela fatta. Manca poco, all’ora, la Madonna sulla collina ha l’armatura, il caos è arrivato al colmo, si può fare solo marcia indietro, rinnegando le illusioni. Mi guardi, mi predici il futuro che per te è presente, un oggi eterno da cui noi appariamo come immagini in rilievo, sogni che non sanno d’essere sognati, il cogito di Cartesio si trasforma in cogitor: non penso, ma sono pensato, sono perché sono amato, è qui che cominciano le storie, i tradimenti, le morti e le rinascite. È qui che è scritta la tua storia, le tue telefonate a tarda notte, gli occhi strabuzzati, l’idea balzana di farcela con le tue povere forze. Chi l’avrebbe detto che dal magazzino sarebbe partita la riscossa? Tutto nasce dal volto, dall’incrocio delle storie, dalla stanza ormai sepolta dai libri, dove ogni tanto si produce il ticchettio del dito sullo smartphone, la testa china come in un anticipo di sonno, l’Ardeatina che bolle di motori, mentre il tuo sguardo-parola mi dice non ti preoccupare, gioca la partita, sarò io a segnare il punto della vittoria finale. Solo ora capisco che quel volto venuto da lontano, appeso alla parete, approdato qui da un magazzino polveroso, in realtà è il mio volto, il mio vero io, dimenticato.

Intervista ad Alessandro Franci

 

Dalla tua biografia, ho scoperto che sei laureato in architettura. Che peso ha per te lo spazio? E come si traduce nella tua scrittura? Ci sono aspetti, a tuo avviso, che accomunano l’architettura alla poesia? Forse l’attenzione al dettaglio e l’importanza dello sguardo?

 

Lo spazio mi pare interessante in sé dal momento che accoglie, ha cioè la caratteristica disinquinante del suo contrario. Quello sguardo leopardiano oltre la siepe, mi sembra, a tale proposito, esemplare. Lo spazio non è perciò solo quello che fisicamente si apre davanti, ma diventa, nel pensiero, una libera dilatazione intellettuale. Nella scrittura, personalmente, mi interessa, quanto più sia possibile, proprio questo, una sorta di ideale attraversamento, rispetto a un’idea più statica, non tanto farne parte, quindi, ma seguirne i suggerimenti, le suggestioni. Continua a leggere

La paura


Abbiamo paura della morte. Eppure, si tratta di accostare la nostra sofferenza alla sofferenza di Gesù. Come fu allora, la ferita permetterà l’ingresso nella vita eterna, dove non ci sarà più né lutto né pianto, dove Dio sarà tutto in tutti come gioia.

Recensione di “Nella foresta” ( Ensemble) di Franz Krauspenhaar


di Paolo Del Colle

 

 

 

In questa ultima raccolta, ‘Nella foresta’, Franz Krauspenhaar si libera di se stesso o meglio fa diventare il proprio io una attesa di se stesso, ora che pare uscito da un ciclo di inutili rinascite.

“E quando venne il mio turno sentii nel petto un altro cuore, che comandava altri organi, altri polmoni, altro fegato, stomaco, reni. Dentro sentivo dunque le altre vite a mezzo di un dolore leggero ma persistente, e una strana angoscia, uno strepito essenziale.” Continua a leggere

L’Amante


Gesù non si ferma mai alla superficie: delle azioni umane guarda la sostanza, non la forma. Qualcosa può non essere impeccabile, o a stento dignitoso, ma fatto col cuore, teso alla gloria di Dio. È lì che si posa lo sguardo dell’Amante.

Miracolo

Vi trasmetto quello che a mia volta ho ricevuto: san Paolo definisce in questo modo il suo vangelo. È un circolo d’amore: non si tratta di diffondere idee, non servono a nessuno; ma la vita che mi è stata data genera altra vita, questo è il miracolo.

Lo spazio perfetto, di Raffaela Fazio

Dopo il lavoro, il venerdì, Francis non si univa mai ai colleghi. Aveva un’unica voglia: far girare la chiave nella serratura e chiudersi la porta alle spalle.

Anche quella sera. Entrò in casa, si spogliò, portò la posta nello studio. Con le dita tamburellò sulla parete, per sentirne la diversa risonanza. Dietro al muro c’era un’intercapedine che lo faceva suonare a vuoto in alcuni punti. Lui e suo fratello, da piccoli, si inventavano storie sulle anime che sarebbero rimaste prigioniere in quell’interstizio e non sarebbero più uscite. “Promettimi che non mi lascerai mai da solo se un giorno mi dovessi perdere nel vuoto tra i muri!” gli aveva detto ridendo Dorian. Continua a leggere

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Le ciliegie sono di un rosso troppo vivo per questa stanza di farmaci e bombole d’ossigeno, con la voce della sorella americana che conserva quel tono pure se finisce il mondo, e l’altra voce, del fratello che si altera, si confonde con quella dei bambini, del piccolo con la febbre a 38, del mondo malato che cerca di guarire, come ci fossero davvero le medicine per salvarsi, e non urgesse una rinuncia, un non aver più ragione, ripetere che le ciliegie, sì, sono decisamente di un rosso troppo vivo per questa stanza di malati, ma se ti arrendi, ti stacchi, ecco che risenti il coro, hanno cambiato solfeggio, come un corpo che cambia ancora pelle, un cuore che si scopre aperto, che risponde a Gesù con le braccia tese, dalla mensola, non so se ce la fa, è molto anemica, rischia di dover fare trasfusioni, ma al Grassi non ci vuole tornare, è bello quando vieni a visitarmi, vero? lo chiede alla sorella americana, come fai a dirle che domani devi andare da un malato grave e non sai se puoi passare, il dottore non si è fatto pagare, ogni tanto una notizia, hanno fatto tre vescovi nuovi, di un rosso troppo vivo, per una stanza di malati, una Chiesa di ciliegie, ma ecco che arriva il messaggio, puntuale, pensavi di averla fatta franca, e invece no, continua il massacro, prima o poi risponderai, quando il cervello salta non ci sono santi, ma pensano di essere i sani, domani, mamma, ci provo, mi scapicollo un po’, magari ce la faccio, mi faresti una bella sorpresa, però mi raccomando, lascia scivolare i pensieri, tre ciliegie e tre vescovi, altrimenti non dormi, lo sai, non dormi neanche questa notte.

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Dalla cucina si vedono i fiori profumati che non ricordo mai come si chiamano, ma loro lo sanno, e prendono il sole alle diciannove e zero quattro di questa quasi estate, in tempo quasi di guerra, in situazioni di emergenza di una quasi vita. Ma tu non lasciarti scoraggiare, lettore, e neanche tu, lettrice, perché c’è sempre una chance, anche quando tutto sembra chiuso, persino la finestra, ma c’è la zanzariera, e poi le sbarre, il cancello usurato dal tempo, che si ricorda di noi piccoli studenti delle medie. Basta poco perché il sole tramonti e appaiano gli uccelli dai canti più strani, quelli della sera, che non ricordo mai come si chiamano, ma loro lo sanno. Si vedono anche i due pinotti che fanno la guardia alla villetta, e poi, davanti, l’albero potato che non sembra più una quercia, se pure era una quercia o qualcos’altro di cui non ricordo neanche il nome. A volte penso che le piante e i fiori si offendano se non li riconosco, loro che stanno sulla terra da più tempo, e solo dopo sarebbero arrivati i personaggi che sì, questo lo so, chiamiamo uomini. C’è uno strano silenzio, interrotto soltanto dalle mosse felpate da infermiera della sorella americana, armata di una pazienza fuori dal comune, che io non potrei avere. Chissà dove sono tutti quanti, se hanno deciso di sparire in questo tempo anonimo di quasi guerra, di quasi vita, di quasi fine del mondo, in cui Gesù sembra vicino, anche se nessuno lo vede né lo pensa, come sempre. Lui c’era prima di ogni cosa e conosce tutti i nomi, anche quelli dei fiori e degli uccelli dai versi più strani, dell’albero potato che chissà se era una quercia. Ora devo andare, ma mia madre mi dirà: perché? e io risponderò sulle note dell’ultima canzone che le faccio sentire, Meraviglioso di Modugno, che ogni volta si commuove e si ricorda che parla di uno che si voleva suicidare, e invece viene un angelo e lo salva. Ecco, l’uccello canta e non so nemmeno il nome, ma Gesù lo saprà, questo mi basta.

In Lui


Pensiamo di aver bisogno di molto, ma l’essenziale è il cuore, per amare. Con Dio abbiamo tutto: anche se perdessimo qualcosa, ci rifonderebbe di ogni perdita. Se perdessimo noi stessi, ci ritroveremmo in Lui.

Grandi pulizie, di Raffaele Greco


“Grandi pulizie”, di Raffaele Greco, è un libro di ricordi lasciati nel cassetto. Prima o poi è bene riesumarli e vedere che cosa se ne potrebbe fare. Non sono tutti sullo stesso piano: dello stesso spessore, suscettibili della stessa intensità  e grado di elaborazione. A volte sembrano smarrirsi in particolari secondari, quasi superflui, altre toccare vertici di senso, nell’ incandescenza di quei nodi che, miracolosamente, contengono qualche inedita rivelazione. Immagini e pensieri, allora, si incidono nell’anima. La parte che, personalmente, ho più apprezzato, è quella intitolata “Flussi”: una serie di scene rapidissime, collegate a citazioni cinematografiche che ne restituiscono un significato più ampio. La cifra stilistica di Raffaele è questa: partire da un dato spesso microscopico e farlo crescere con pazienza, come gli anelli di un albero. In questa prospettiva, ci si aspetterebbe un affacciarsi su dimensioni ulteriori, magari religiose: ma arrivato sulla soglia, persino raccontando fenomeni “soprannaturali”, l’autore ritorna sui suoi passi. Le “Grandi pulizie” sembrano fare piazza pulita di qualsiasi trascendenza. Ma l’impressione è che una domanda rimanga lì, nascosta e illesa, sotto il tappeto del salotto buono.

Raffaele Greco, Grandi Pulizie, Amazon, 2022.

Strada


Noi siamo niente. Anche se ci gonfiamo e ci diamo delle arie, siamo come la rana della favola. La gloria non è nostra ma, come cantavano gli angeli nella notte della Nascita, di Dio. Sentirsi frustrati per questa verità significa aver fatto poca strada.

Poesia italiana del XXI secolo

Isabella Bignozzi è odontoiatra, autore di articoli medico-scientifici di rilevanza internazionale. Ha pubblicato racconti, prose e contributi critici su varie riviste letterarie. Alcune sue liriche sono apparse su «Inverso – Giornale di poesia», «Poesia del nostro tempo», «Versante ripido», «Atelier poesia», «rivista ClanDestino», «larosainpiu», «La foce e la sorgente», «Formicaleone». La sua prima silloge Le stelle sopra Rabbah, è uscita per Transeuropa nel maggio 2021, con una postfazione di Elio Grasso. Una sua prosa inedita è stata finalista alla 35^ edizione del Premio Lorenzo Montano. Con il romanzo storico a memoriale Il segreto di Ippocrate, edito da La Lepre edizioni, è stata finalista al premio Como 2020. La sua seconda silloge, Memorie fluviali, è nella collana Gli insetti di MC edizioni, curata da Pasquale di Palmo.

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Dicono che i Salmi insegnino a desiderare: quel che è certo è che la vita è niente senza desiderio. È inutile che preghi e celebri, predichi e pratichi se non sei la cerva che anela ai corsi d’acqua, se non lasci che sia Dio a costruire la città, se ignori la gioia di quando i piedi si fermano davanti alle tue porte, Gerusalemme. Ecco il canale che conduce all’altra riva, quella che appare solo se ti lasci accompagnare, quando educhi il tuo cuore a sentire perché per questo è fatto, e ricordi quella sera quando il sole spariva portandosi via l’ultimo sguardo, ma tu avvertivi il ritmo, il flusso, quello che passa anche di là, come ogni volta che bisogna vivere davvero e non solo sopravvivere. Sai che in questo tempo è necessario esserci con tutto te stesso perché la resa dei conti si avvicina, sotto forma di salmo anch’essa: beato l’uomo che non indugia nella via dei peccatori, è come un albero piantato lungo corsi d’acqua, e tu lo sai, non ti aspetti i frutti buoni dall’albero cattivo, eppure speri che la gente capisca, che posando lo sguardo nel punto stabilito incroci gli occhi di Dio. È tutto qui, niente trucchi, anche se il coro, invece di cantare, se la ride per qualcosa e trova il modo di non farti dormire, l’Ardeatina è un rombare di moto esagerate e tua madre, dal letto, ti ha chiesto se vieni anche domani: non puoi ricordarle che hai un impegno, la vedi con quegli occhi supplici e le dici che sì, mamma, vengo anche domani. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato, si dividono ancora le mie vesti, mi circondano ancora come cani, come tori di Basan, e le porte sbattono nel corridoio, il prete accende la televisione, gli bussi contro il muro, mentre il mondo forse finirà, ma non prima che abbia letto l’ultimo Salmo, lodate, lodate, tutto finisce in gloria se domani torni da tua madre, se il coro comincia a solfeggiare, e il direttore ha già alzato le braccia, amen, alleluja.

Santità


Noi nasciamo per la santità, ma nessuno è obbligato. Il bello di Dio è che lascia liberi, perché sa che non esiste amore senza libertà. Non bisogna mai cedere a ricatti: se qualcuno intende costringere con qualsiasi forma di violenza, anche sottile, è il nemico, non è Dio.