Nel momento in cui c’è bisogno di simboli di pace, e si condanna l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il governo italiano non trova di meglio per celebrare la “Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini” che la data del 26 gennaio, con riferimento al 26 gennaio 1943. Strana memoria, quella del testo della legge appena approvata il 5 aprile: chiama la ritirata degli alpini in seguito all’avanzata sovietica che determinerà la sconfitta del nazismo “avanzata all’indietro” e non dice che gli alpini di cui si parla erano i fascisti che al seguito di Hitler invadevano l’URSS. La memoria degli alpini che amiamo è quella di Giulio Bedeschi, Mario Rigoni-Stern e Nuto Revelli, che non a caso parla di questa battaglia nel suo libro La guerra dei poveri. Se ha un senso la memoria di quella giornata, ed è questo il senso delle alte testimonianze di Bedeschi, Rigoni-Stern e Revelli, è per dire: mai più. Mai più invasioni, nazionalismi, militarismi, mai più massacri di poveri mandati a morire per logiche imperialistiche. Continua a leggere
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È proprio questo il punto: chi siamo? Viviamo all’altezza del progetto? Il progetto è l’amore, quel varco che si apre nella banalità del male e fa apparire terra nuova e cieli nuovi, il colore, il sapore della vita, la valorizzazione delle capacità, la fiducia nei talenti, per cui una persona, come per miracolo, dà il meglio di se stessa. Sembra impossibile uscire da certi labirinti, superare vicoli ciechi e strade chiuse, e invece tac!, si apre la porta, si spalancano gli occhi, la realtà emerge dal nulla, al punto che ti chiedi come si possa non vedere, sentire, toccare qualcosa di così evidente. Appena ti materializzavi all’orizzonte, sentivo le catene cadermi dalle mani, ogni cosa tornare al suo posto, come fossi una specie di polo d’attrazione di vie d’uscita e soluzioni. Ricordo quando, stanco, salivi le scale, e al termine di una lunga giornata di lavoro ti restava quest’ultima impresa: la lotta con le mie complicazioni, con la morte che cercava di spuntarla e la vittoria puntuale della tua pazienza, come se davvero non restasse, alla fine, che la carità, anche prima di dormire. Tutto normale, finché non arrivava un trenta marzo qualunque e la cicca ti cadeva dalle mani, cominciavi a sudare e ti sdraiavo sul divano in attesa dell’ambulanza che ti portava al Grassi, mentre ancora risuonavano, in me, le tue parole: mi raccomando, portami al Gemelli. Ti vegliavo, in questi casi, e solo allora l’ufficio complicazione affari semplici chiudeva i suoi battenti, e liberava l’amore, che in genere restava chiuso dentro. Ora, a distanza di anni, mi rendo conto di tutto il tempo perso, di come a volte basti poco per varcare la soglia del buon senso, che ti mostra l’assoluta infondatezza di ogni tipo di egoismo, di ogni vile rinuncia all’immagine di Dio, il rifiuto della luce che ti scorta sulla strada del cielo
Inconfondibile
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La partita della vita si gioca su due polarità: levità e pesantezza. Nel libro di Daniele, Dio dichiara: ti ho pesato e ti ho trovato leggero, cioè mancante: il termine gloria, in ebraico, significa peso. L’insostenibile leggerezza dell’essere, come nei quadri di Chagall, fa evadere insensibilmente dalla realtà quotidiana. Il giogo di evangelica memoria, visto dalla nostra parte, appare tutt’altro che soave, la verità troppo grave, e non di rado molesta. Come si presenta, il mondo, dal punto di vista di Dio? Siamo un popolo di dura cervice, perennemente in fuga da ciò che conta ma non sempre attrae. C’è forse un punto d’incontro fra le opposte prospettive, come nei panorami marini in cui cielo e terra si abbracciano, e i confini svaniscono in riflessi di struggente bellezza? Il nodo è lei, la bellezza. Ogni scarrafone è bell’ ‘a mamma soja, si dice a Napoli: così gli occhi di Dio si posano su noi, al di là delle piaghe che sfigurano il volto. La bellezza evoca l’anima, costringe ad alzare lo sguardo in un gesto che oltrepassa l’effimero. Mi scopro, a volte, a osservare gli animali domestici: non si slanciano in aneliti romantici né si sgomentano al cospetto di un cielo stellato, ma annusano l’angolo di strada in cerca di odori inusuali, o di piccole prede. Non escono dal recinto angusto di un’auto conservazione prevedibile. Basterebbe questo per prendere coscienza che vivere così per noi è impossibile, che perdersi qua e là, pur di evitare l’incontro con la morte, sarà forse leggero, ma smarrisce lo splendore di una vita che sa alzare lo sguardo, che nel peso della gloria assapora l’eterna consistenza di un amore più forte della morte, di una luce che trionfa su ogni buio.
Sorpresa
Si vis pacem, para pacem. «Ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà»
Oggi è la Domenica delle Palme, giornata che per il mondo cristiano è simbolo di pace. E di pace è tornato a parlare papa Francesco, concludendo il suo discorso con l’invocazione: “Si ripongano le armi, si inizi una tregua pasquale ma non per ricaricare le armi e riprendere a combattere. No. Una tregua per arrivare alla pace attraverso un vero negoziato, disposti anche a qualche sacrificio per il bene della gente. Infatti, che vittoria sarà quella che pianterà una bandiera su un cumulo di macerie?”. Parlando a “un Occidente che si dice culturalmente ‘cristiano’, senza più avere nulla a che fare con l’insegnamento di Cristo”. Nello stesso giorno il patriarca Kirill invita alle armi: “In questo periodo difficile per la nostra patria, possa il Signore aiutare ognuno di noi a unirci, anche attorno al potere… È così che emergerà la vera solidarietà nel nostro popolo, così come la capacità di respingere i nemici esterni e interni e di costruire una vita con più bene, verità e amore”. Mi sembra opportuno proporre in questa giornata una riflessione di Tomaso Montanari sul rapporto fra cristianesimo e guerra. Continua a leggere
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Ricordo bene l’atmosfera, una pace soprannaturale, qualcosa che non avevo mai provato e che ora era mia, anzi, ero io, il vero me stesso che chissà dove s’era nascosto, fino allora. Ma era inutile fare domande, bisognava piuttosto ringraziare e cercare di recuperare il tempo perduto, assaporare il pezzo di cielo che arrivava all’improvviso, come nelle notti in cui mamma e papà piazzavano in silenzio i regali dell’epifania e noi restavamo a bocca aperta a scartare increduli i giochi di società, le macchinine e i soldatini, con tutta la felicità che può manifestarsi in quei tempi d’incoscienza. E non era incoscienza cantare per un viaggio intero Luna di Togni o dire “non ho fatto mai un incidente in vita mia” e subito dopo tamponare l’auto del turista tedesco, che non avremmo mai rimborsato a motivo di distanze insormontabili? Capitava di avere momenti in cui sfoggiavamo la nostra migliore faccia tosta, per esempio coi carabinieri che ci fermavano per eccesso di velocità, e noi facevamo le smorfie di chi cade dalle nuvole. Ora che te ne sei andato sembra tutto più difficile, ma non smetto di pensare che la vita sia un’avventura da prendere sul serio eppure anche sorridendo, come quando incontravamo i grandi manager che mettevano in soggezione chiunque altro, tranne noi. Ora che la guerra è alle porte mi viene da pensare che abbiamo fatto in tempo il pieno di gioia per affrontare il cielo cupo, l’oscuro inizio dei dolori, per entrare con il passo giusto in questo esodo alla volta della terra promessa, verso la tanto agognata verità.
Felice
Luca Pizzolitto, Crocevia dei cammini. Recensione di Giannino Piana
Luca Pizzolitto, Crocevia dei cammini, Edizioni PeQuod, Ancona 2021.
In una società del “fare”, dell’”avere” e del “consumare” la poesia non può che risultare del tutto anacronistica. Essa non è utile, non serve, ed è per di più in aperto contrasto con le logiche dominanti. Ma questo anacronismo e questa inutilità sono – paradossalmente – le ragioni della sua grande attualità. Il disagio esistenziale, che ha assunto in questi ultimi anni connotati inquietanti grazie anche al dilagare della pandemia, ha reso trasparente la fragilità della condizione umana. Serpeggia un senso diffuso di malessere ontologico, dovuto alla percezione del limite o forse, più radicalmente, del fallimento della nostra civiltà. Continua a leggere
La sapienza

Fare le prove generali della morte: i monaci l’avevano capito, e ogni giorno scavavano un poco della propria fossa. Ci vuole sapienza, per prepararsi al momento del passaggio, e la sapienza viene da Dio. Ricordo l’icona di un santuario; c’erano Maria e il Bambino, e sotto una scritta che diceva: Sapientia Patris in gremio Matris (la Sapienza del Padre nel grembo della Madre). Desiderarla, forse, è già abbracciarla.
Si vis pacem, para pacem. “Schifo! Schifo!”
Sulla notizia che riporto a seguire nessun commento, se non questo: “Schifo! Schifo!” (William Shakespeare, Amleto, atto I, scena II). Continua a leggere
Poesia italiana del XXI secolo

Iole Chessa Olivares è nata in Sardegna ma vive a Roma. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni dal 1991 al 2021 con la sua ultima raccolta Amore? No, il suo quasi, (Con traduzione in inglese a cura di Elisa Caprarella e Cristina Di Massimo) , Edizioni Ensemble. E’ presente in numerose antologie e raccolte di poesia contemporanea. Ha vinto numerosi premi nazionali e internazionali. E’ presente nell’antologia di saggi Il gatto di Schrödinger sonnecchia in Europa, Europa e cultura, verso un nuovo umanesimo, curata dalla Poetessa Anna Manna Clementi. Della sua attività si sono occupati, tra gli altri, Dante Maffia, Plinio Perilli, Vito Riviello, Giorgio Linguaglossa, Franca Alaimo. Alcune sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, spagnolo e portoghese e altre sono state musicate dai cantautori Patrick Edera e Amedeo Morrone.
Una parola
Si vis pacem, para pacem. Con la soppressione di scuola e sanità sai quante armi ci si può comprare!
Alcuni giorni fa un “pesce d’aprile” annunciava la soppressione del Ministero dell’Istruzione. Propongo un commento di Giovanna Lo Presti allo scherzo di Pasquale Almirante apparso su La Tecnica della Scuola. Scherzo ma non troppo, osserva Giovanna Lo Presti. Infatti, viste le politiche governative, è inequivocabile che per chi ci governa la scuola non serve a niente. Siamo ancora ai tempi in cui un ministro della Repubblica dichiarava che “Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia“. La celerità e l’unanimità con cui si aumenta la spesa per le armi non ha termine di paragone. Non si è mai vista né per la scuola né per la sanità. Anzi, dopo l’esperienza della pandemia che ha mostrato tutte le pecche dei nostri sistemi scolastico e sanitario, la realtà è che il DEF vede la spesa pubblica per la scuola in calo nei prossimi anni. Così come è in calo la spesa sanitaria. Parafrasando il detto di quel famoso ministro della Repubblica, ci cureremo con un carro armato e ci istruiremo con un porto d’armi. Continua a leggere
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Dici bene, guardare dall’alto. Ci siamo assuefatti a strisciare rasoterra, a osservare a tutti i costi dal punto più basso, per farci capire e per capire, ma capire cosa, se basta l’azione del primo esaltato per ridurci al disorientamento e alla paura? Che voglia di urlare: l’avevamo detto; che tentazione di sbirciare quelli che ridevano alle spalle, o in faccia, addirittura, perché avvertivamo che c’è una voce più profonda – più alta – da ascoltare. Dalla porta della sala del coro, dove ora confesso, il vento mi parla insieme ai passeri, ai merli, alle cornacchie. Mi ricorda la voce di silenzio sottile che sorprese Elia, sul monte del Signore. Troppi terremoti, troppe fiamme, troppe tempeste turbano la nostra intimità, ci impediscono di sintonizzarci con la voce, l’unica voce che suggerisce a te, lettrice, a te, lettore, la cosa che conta, il ricordo della propria inconsistenza, l’insufficienza congenita che vanifica ogni velleità, la ridicola pretesa di proclamarsi arbitri del bene e del male. Guardo i rami dell’albero che appare dallo spiraglio della porta: non so che pianta sia. Mi piacerebbe riconoscerle tutte, come Italo Calvino, che aveva ereditato dai parenti una sapienza botanica infinita. Il problema sta qui: non riconoscere la pianta, confondere la quercia con l’olivo, il faggio col leccio, lasciarsi ingannare dalle forme, vedere all’orizzonte il male e pensare di vincerlo con le armi spuntate di chi striscia rasoterra. La suora che è entrata mi ricorda la mia antica confusione, la paura che mi faceva attaccare alle cose della terra come all’ultima spiaggia, il cadere nella trappola di un nemico in agguato, giorno e notte. Dobbiamo guardare in faccia questa estrema, radicale ignoranza. Dici bene: guardare dall’alto, da un aereo non troppo distante dalla terra, decifrare i dettagli di una storia che rivela il suo lato più in ombra, quello che nessuno si aspettava, tranne noi.
Quello del tutto
Si vis pacem, para pacem. Signore e signori, questa è la guerra!
Propongo un articolo di Marco Tarquinio uscito ieri su Avvenire, che mi sembra contenere le parole più sagge che siano state scritte o dette sugli orrori di Bucha da parte dei giornalisti italiani. Alle notizie e alle immagini degli orrori di civili inermi uccisi e abbandonati nelle strade si devono aggiungere quelle di fosse comuni, torture, stupri. E adesso veniamo a sapere anche che “Ci sono denunce di violenza sessuale da parte delle forze ucraine e delle milizie della protezione civile di Kiev”, come annuncia Rosemary DiCarlo, sottosegretario generale delle Nazioni Unite, parlando al Consiglio di Sicurezza. A prescindere dai risultati delle indagini che vengono invocate per stabilire la veridicità e la responsabilità di queste notizie e immagini, una cosa è certa: queste sono le notizie e le immagini della guerra, di tutte le guerre. Per questo l’unica voce ragionevole è quella che dice “Fermatevi!“. “La guerra è una pazzia! Fermatevi, per favore! Guardate questa crudeltà!”. Per poi lasciare alla diplomazia discutere i torti e le ragioni degli uni e degli altri e trovare gli accordi più soddisfacenti e duraturi. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Salvatore Quasimodo. 5
Paura
Riccardo Ferrazzi, Il Caravaggio scomparso,
Riccardo Ferrazzi, Il Caravaggio scomparso, Golem edizioni, pagg.173, euro 13,90
Recensione di Franz Krauspenhaar
Riccardo Ferrazzi è un autore atipico, versatile e capace quindi di non farsi riconoscere, come certi impiegati della scrittura, frase per frase, libro per libro. Non è classificabile, sa passare da ambientazioni spagnole (la Spagna è il suo paese d’elezione, si potrebbe dire la sua seconda patria, se non fosse, per avventura o disgrazia, italiano e per soprammercato lombardo). Spesso a Milano, citta’ satellite di se stessa, ormai votata, disamina e corpo, alla moda e alle mode più inutili e dannose, con un centro città’ sempre meno milanese e, perlomeno fino a poco tempo fa, sempre più russo, sezione oligarchi spendaccioni, il Ferrazzi ha compiuto un viaggio esistenziale non facile e comunque interessante, essendo stato per anni un dirigente petrolifero di alto livello. Il nostro non è soltanto “semplice”narratore, perché nei suoi libri c’è sempre il calibro, non necessariamente di un’arma, di una propensione alla variazione sul tema, che però non ammara mai nella prolissità e nella noia. Leggere i libri di Ferrazzi (ambientati nella suggestiva e letteraria Saragozza, o sulle barche, e le sue collaborazioni con l’ottimo scrittore ligure e cittadino del mondo Marino Magliani, o la splendida biografia romanzata dei primi anni di Napoleone Bonaparte, per citarne alcuni) significa espandersi e a volte perdersi perché, come detto, egli da un libro vuole solo poche ma importanti cose: che sia avvincente, che sia diverso dal precedente; dunque mettendosi ogni volta alla prova, che sia scritto in una prosa approdata felicemente alla sintesi ma allo stesso tempo, e in questo breve romanzo, o racconto lungo, ne troviamo l’ennesima prova, piena di misture linguistiche, di paradossi, di raffinatezze degne di un Gadda e di un Manganelli, perlomeno in certe falde della sua raffinata scrittura. Ferrazzi, ipotizziamo, è snob senza saperlo appieno, per cui alla fine il suo snobismo naturale piace, diventa addirittura funzionale alle capre e ai cavoli del tutto. Questo suo ultimo libro, un giallo ambientato nella sua Heimat bustocca, narra di un industriale scomparso, un siciliano perfettamente trapiantato nel nord avido e arrivista; e di suo figlio che, in pieno allarme, incarica il Piero Colombo, investigatore a culo pezzato e suo ex compagno di scuola, di trovare il padre. Sennonché anche il figlio sparisce, accompagnato nella sparizione da una Madonna del Caravaggio, che suggerisce il titolo al romanzo. Una bella trama, un giallo italiano di frontiera (c’è anche Lugano, di mezzo) di cui non diciamo di più perché l’autore si è preso, nella trama, i ferri del mestiere del giallo classico. E dunque diamo l’avvertimento anche a noi stessi di non rivelare nulla, per non togliere al lettore il sempre più raro piacere della sorpresa. Ma il lettore avvertito può godersi questo bel libro su due livelli: la trama, la narrazione impeccabile, i dialoghi altrettanto riusciti, e questa piattaforma strettamente letteraria di uno scrittore che non può, e non deve, dimenticare la sua cultura e il suo estro. Raccomandiamo pertanto la lettura di questo ottimo giallo per definizione ma in verità anche, o soprattutto, di bella prova di autentica letteratura.








