Gesù è umiltà, dolcezza e misericordia. Lo ricorda a Gabrielle, in partenza da Lourdes. Lei teme di perderla, tornando a casa, ma Lui le raccomanda di pesare quelle tre parole, di accorgersi che la cura dello Sposo non viene mai meno. Lui e lei: la formula per fare di ogni attimo un sorso d’eterno.
Non ho conosciuto don Mario Torregrossa personalmente, bensì grazie ai libri di don Fabrizio Centofanti, dove il sacerdote è sempre presenza ispiratrice e guida, anche quando non dichiarato.
Considera la terra come niente, dice il Cristo alla Bossis. Svalutazione della creazione da parte del Creatore? Logicamente impossibile. È piuttosto la valutazione corretta della dimora cui siamo destinati, che troppo spesso cade nell’oblio.
DEMI-MONDE è la nuova raccolta poetica, assai interessante ed originale, di Silvia Righi, uscita da qualche mese (con l’attenta e coinvolgente prefazione di Tommaso Di Dio), per i tipi della NEM editrice di VARESE , storica editrice, filiazione e continuazione dell’esperienza della Nuova Editrice Magenta, grazie al poeta/editore Dino Azzalin (una casa editrice locale di quelle che contribuiscono a una letteratura di qualità e prestigio, con un catalogo ricchissimo di nomi e autorevolezza, da Morselli, Raboni, Zanzotto, Sanesi ai più giovani Pugno, Mozzi, Scotto, Di Maro, Adernò).
È giunto il tempo di parlare di don Mario Torregrossa. È stato un santo, e ha lasciato un’eredità spirituale che non può rimanere sconosciuta. Ha testimoniato che la vita del cristiano non è qualcosa di meno, ma qualcosa di più: più bella, più viva, più profonda.
Facciamo programmi su programmi, ma c’è un solo progetto, quello di Dio. I programmi affondano nella precarietà, il progetto originario non fallisce, perché è la verità che splende oltre, la metafisica, tanto disprezzata. Dobbiamo ricuperare l’essenziale. Come sappiamo, non si vede bene che col cuore.
“Tutta la poesia di Silvia Bre, fin dagli esordi col mitico editore Rotundo (editore tra gli altri di Salvia, Scartaghiande, Goroni, Del Colle, etc.), e per poi proseguire con le raccolte targate Einaudi (Le barricate misteriose, Marmo e La fine di quest’arte) e Nottetempo (Sempre perdendosi), pare avere una costante nella tenacia chirurgica del linguaggio, concedendosi ai ritmi interni, rimando col giusto peso in una lingua scavata per difetto, mai per eccesso. E’ una poesia della (pre)visione ma anche del dolore, o meglio, della “ricognizione del dolore” quasi parafrasando Gadda.
È tutto così semplice con Dio, dice il Cristo alla Bossis. Bisogna cominciare a credergli. Offrirgli il poco che abbiamo, perché il resto lo fa Lui. Ammassare preghiere nei granai: per gli increduli, i pagani, i peccatori. Con la certezza che farà, e farà da Dio.
Sul Ponte dei Leoni che in altre città si potrebbe chiamare delle Tigri o addirittura della Vittoria è seduto un uomo non giovane e non vecchio che espone le sue ferite alla gente che passa, chiede ad alta voce la carità e in compenso fa brillare grandi macchie sanguinanti nella luce del luglio impietosa, non ho mai visto prima questo uomo venuto da chissà dove per fare ogni giorno più schifo e per morire finalmente sotto gli occhi di tutti nel giorno più caldo dell’estate come se il morire nel giorno più caldo dell’estate fosse il modo più naturale di prepararsi all’inevitabile inverno
Possiamo vedere Dio nel prossimo, anzi dobbiamo. La carità non toglie nulla all’amore per Gesù: piuttosto aggiunge la concretezza e la forza dell’Incarnazione. Confidiamo nella Sua presenza ogni momento, altrimenti la preghiera diventa forma sterile, cioè quello che non è.
Tutto quello che l’amore tocca abbellisce, dice il Cristo alla Bossis. Lui è ricco per noi, è felice se i Suoi meriti ci fanno crescere. Riusciamo anche noi a vivere solo per Gesù, a cercare il Suo sguardo come l’unico riferimento della nostra vita? Se così fosse, faremmo esperienza del cielo sulla terra.
Contrariamente a quanto molti possano immaginare, i primi passi nel mondo del calcio Dasaev cominciò a muoverli sì in Unione Sovietica, ma non in una di quelle metropoli in cui il futból si era da tempo consolidato. Iniziò, infatti, ad Astrachan’, città adagiata sul ciglio del fiume Volga dove un tempo transitava la Via della Seta. Luogo dagli inverni rigidi e dalle estati torride, in passato capitale del Khanato di Astrachan’, stato feudale tartaro fondato nel 1466 in seguito alla frammentazione del Khanato dell’Orda d’Oro. Un posto lontano (non solo geograficamente) dai potentati calcistici delle capitali delle repubbliche sovietiche ma storicamente molto vicino al legame che la cultura russa ha stretto da qualche decennio con la figura del portiere. Continua a leggere→
Scrivo sulla poesia di Eleonora Rimolo quando già in molti si sono pronunciati (tra gli altri, Mario Formularo, che si distingue per lo spazio e l’approfondimento dedicato a questo libro). Continua a leggere→
Non ci sono i puri, ma i peccatori purificati. Guai a inorgoglirsi per aver superato tentazioni che non si sono subite, dice il Cristo alla Bossis. Ad aprire le porte è l’umiltà.
Sonno, dolce fratello della Morte, che dalla Vita per un po’ ci affranchi ma ci rilasci tosto in sua balìa come gatto che gioca col gomitolo; di te, finché la mia vita giustifichi la vita della mia sorella e un segno che son vissuto anch’io finché non lasci, io mi contenterò e del tuo inganno.
Vieni, consolatore degli afflitti. Abolisci per me lo spazio e il tempo e nel nulla dissolvi questo io. Nessun bambino mai cosi fidente s’abbandonò sul seno della madre com’io nelle tue mani m’abbandono. Quando si dorme non si sa più nulla.
Da Camillo Sbarbaro, L’opera in versi e in prosa, Milano, Garzanti 1985, p. 28.
Abitare con il cuore in cielo: perché lì ci sono il Padre, il Figlio, l’Amore, perché quello è il nostro posto, preparato dai secoli dei secoli. Le cose della terra non valgono un nostro sospiro, un solo desiderio di tornare. Sì, conversione è ritorno, da subito, da adesso.
Una ghiacciaia e una scultura africana in legno scuro mi ricordano il difficile tema della generazione. Non è facile pensare alla maternità senza inciampare negli stereotipi dell’istinto materno e dei ruoli troppo rigidi dettati dalla tradizione.
Appena una madre non entra negli schemi – e quale madre sincera non scopre a volte in sé contraddizioni, frustrazioni e ambivalenza – viene tacciata di “madre snaturata”. In realtà in natura le madri degli animali sono molto libere e imprevedibili e a ben guardare se le osservate da vicino, non vi sono due gatte o due cagnoline che si comportino esattamente nello stesso modo con la prole. Continua a leggere→
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