
Andavamo verso Portofino e tu sorridevi,
come se volassimo
su un battello fantasma,
diretto al paradiso.
La nostra gioia era vedere in tutto
il Volto di Cristo, che in te s’indovinava
in ogni tratto, come un’immagine posata
sopra un’altra.
È bello che dal fondo della Luce
adesso segni, col dito sul mio viso,
gli stessi tratti, la somiglianza amata.
Ancora navighiamo, Amico,
il cuore batte sulla stessa rotta
di Dio, sulla scia del tuo sogno mi conduce.
Abbracciami da lí, da qui, nell’agonia
di un mondo stregato da altre luci,
diretto ad altri lidi,
a un’altra flotta.
SUL TAMBURO n.40: Marco Nicastro, “Il buio e la luce”
Marco Nicastro, Il buio e la luce, prefazione di Lorenzo Renzi, Villapiana (Cosenza), Edizioni Aljon, 2016
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Un quadro, molto celebre e apprezzato, di Michelangelo Caravaggio campisce sulla copertina de Il buio e la luce di Marco Nicastro, un’opera cui l’autore dedica una nota fitta e significativa che merita un momento di riflessione. Del dipinto e dell’opera di Caravaggio viene detto icasticamente:
«Caravaggio aveva questo modo unico di giocare con la luce; riusciva a dare valore e consistenza volumetrica ed esistenziale ai personaggi della scena proprio grazie alla quantità di luce e di oscurità che faceva posare su di essi. Gli uomini e le donne dei suoi quadri entrano ed escono dalle tenebre, ora quasi definitivamente, ora solo per poco. In questo movimento è simbolizzata l’esperienza terrena di ogni uomo, fatta inevitabilmente di luci e ombre, spesso immersa nell’oscurità ma sempre con una possibilità di riscatto» (p. 59).
Marino Magliani, L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi
di Roberto Plevano

Al suo ultimo lavoro – L’esilio dei moscerini danzanti, Exòrma 2017. Si esita a chiamarlo romanzo: mescola memoir, appunti di viaggio, riflessioni morali, colloqui e fili narrativi disparati; ma il progetto è unitario e coerente – Marino Magliani ha dato un titolo che richiama certe composizioni orientali. La sua curiosità botanica ed entomologica (che è aspetto della curiosità generale indispensabile all’esistenza) si è posata questa volta su una specie di Chironòmidi originari del Giappone e delle isole del Pacifico, che ha colonizzato a partire dagli anni ’60 le coste dell’Europa del Nord. Il loro volo sulle alghe spiaggiate, la danza, è, rimugina Magliani, forse il ricordo del grande viaggio dalle Hawaii, il loro esilio. È anche un balletto di morte, perché diventano così facile preda di altri animali: di moscerini danzanti ce ne sono nuvole. Vivono attorno alle alghe, o nei luoghi anfibi dove la sera si radunano i gabbiani. E c’è forse qui un destino.
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Luigi Maria Corsanico legge Paul Éluard
[youtube=https://youtu.be/ARh_ILCEK0U]
da qui
Paul Éluard – T’amo
da “Paul Éluard, Ultime poesie d’amore”
Passigli Poesia, 1996
Traduzione di Vincenzo Accame
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Willy Ronis, Gli innamorati della Bastiglia, 1957
Francis Poulenc
Novelette No.3 in E minor [Jiang Yi Lin]
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Graziella Tonon, Nino e gli altri

Poesia e vita in un nido di piume
di Marina Corona
Pochi tratti decisi, graffianti su di uno sfondo bianco ed è il bianco del cartone a dirci dell’anima del personaggio rappresentato: è dal bianco che i personaggi emergono fino, a quadro finito, a “stare” in tutta la loro realtà. Così è anche per quella delicata e pregnante galleria di ritratti poetici racchiusa nel libro Nino e gli altri, ultima opera di Graziella Tonon. Continua a leggere
Metafore, teatri della memoria ed effetti di nebbia nell’Isola del giorno prima di Umberto Eco (prima parte)

Non sono mai ingenue né scontate le strategie che Umberto Eco mette in atto per profilare i personaggi dei propri romanzi. Non sorprende quindi che l’eroe dell’Isola del giorno prima, Roberto de la Grive, sia posto tutto sotto un particolare sigillo, onirico e sfumato, che investe il modo di allacciare i segni e gli indizi del mondo esterno, la maniera in cui l’autore edifica il mondo narrativo, il tipo di linguaggio adottato e, non ultima, la struttura della fabula. Per far ciò Eco anagramma alcuni spunti generati dalla lettura di Sylvie di Gérard de Nerval, in particolare trasferendone all’Isola il gioco a effetti di nebbia, non solo dotando il dettato di particolari risultati estetici, ma inserendo un reagente chimico di volta in volta capace di fare più evanescente o più chiaro un qualche elemento del testo. Continua a leggere
Antidepressivi
[Avvertenza: si tratta di medicinali da assumere solo in casi acuti di ricerca di fede. Possono provocare effetti collaterali anche gravi, come cambiamento di vita e di mentalità, capovolgimento di criteri e di scelte]
S. Caterina da Siena
[dal Dialogo della Divina Provvidenza]
O Deità eterna, o eterna Trinità, che, per l’unione con la divina natura, hai fatto tanto valere il sangue dell’Unigenito Figlio! Tu, Trinità eterna, sei come un mare profondo, in cui più cerco e più trovo, e quanto più trovo, più cresce la sete di cercarti. Tu sei insaziabile; e l’anima, saziandosi nel tuo abisso, non si sazia, perché permane nella fame di te, sempre più te brama, o Trinità eterna, desiderando di vederti con la luce della tua luce. Continua a leggere
Il capolavoro di Marino Magliani
di Riccardo Ferrazzi

Fra i lettori di Magliani ci sarà senz’altro chi non è d’accordo. Per esempio, chi ricorda la trama serrata di “Quattro giorni per non morire” o l’atmosfera indecifrabile di “Quella notte a Dolcedo” potrebbe sostenere – a buon diritto – che in quei due romanzi sia già presente il vertice della sua arte affabulatoria. E poi, perché parlare di capolavoro? Perbacco, non c’è già D’Orrico che grida al capolavoro ogni due per tre? Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Trilussa
[youtube=https://www.youtube.com/watch?v=Mgzc0ajmqss&feature=youtu.be]
da qui
TRILUSSA
La ninna nanna de la guerra
Ottobre 1914
Interpretata da Luigi Maria Corsanico
Ancient Roman Music – Musica Romana I
Tracks “XVII” from Symphonia Panica album
………………………………………………………………… Continua a leggere
95. L’ultima Thule

Dovevamo parlare e agire con prudenza: dire e non dire, lasciar intravedere, aprire spiragli su scenari che già apparivano evidenti, ma di cui si accorgeva solo chi voleva. C’era una tendenza irresistibile a chiudere occhi e orecchi alla realtà. Le due fazioni della Emmerich erano sempre più chiare, giorno dopo giorno, ma non riguardavano soltanto le questioni dottrinali, bensí la visione stessa della storia, le mosse degli Stati, le trame del terrore “religioso”, le vie tortuose di un’umanità plagiata dal principe della menzogna. Perché quasi di plagio si trattava, anche se il libero arbitrio era l’ultima parola, l’adesione a Dio o a Beliar, l’avversario, il serpente antico, il nemico della natura umana. Noi potevamo procedere solo per accenni, allusioni, che pure a molti sembravano minacce, messaggi criptici capaci di insinuare angoscia ed inquietudine. Magari fosse stato questo l’effetto degli appelli! Avevamo ricordato più volte che i turbamenti provengono dal diavolo, eccetto quello che serve a sradicare da scelte sbagliate, che portano alla morte. Questi sono l’opera dello Spirito Santo, che cerca d’incrinare le certezze di un popolo, oggi come allora, dalla dura cervice. La sensazione strana era toccare un punto, nei discorsi, oltre il quale non era possibile procedere: erano le colonne d’Ercole, l’ultima Thule di un cuore refrattario alla voce di silenzio sottile che il profeta aveva udito sul monte di Dio, e che tutti, ancora una volta, eravamo invitati ad ascoltare.
L’isola misteriosa. La Biblioteca dei libri inutili. N. 3

Come per l’idea rimasta incompiuta di realizzare un Catalogo delle idee chic, che avrebbe dovuto essere il seguito e la conclusione del romanzo Bouvard e Pécuche di Flaubert, letture e proposte di libri singolari eppure dimenticati.
Corruzione al Palazzo di giustizia, Ugo Betti (1944)
Il Palazzo poi è la miniera, è il pozzo, è il nido, del malcontento, dei sussurri. Comincia uno a spargere calunnie, l’altro seguita, il giorno dopo sono dieci, venti e poi… E’ come una cancrena che si allarga», dice il giudice Bata all’inizio del dramma teatrale di Ugo Betti, scritto nel 1944 e rappresentato per la prima volta il 7 gennaio 1949 al Teatro delle Arti di Roma.
Finale

Il male ha una faccia monocorde,
è il canto stonato che non cessa,
la nube velenosa
che impregna le sinapsi
e ti corrode il cuore.
Non hai più pedine da spostare:
avanza la Regina, con sortite
sempre troppo varie, improvvise, da agente
segreto del destino. Tu gridi, invochi,
finché non torna il Padre, o il Figlio,
l’affondo trinitario della Pace,
la mossa sconosciuta, che ti salva.
La Georgia di Panowich, tra droga, alcol e senso dell’onore

NN editore non è solo Kent Haruf. Se è vero che la squadra milanese capitanata da Eugenia Dubini in poco più di un anno ha scalato le classifiche delle vendite e lo ha fatto con quella Trilogia di Holt, ormai da annoverare tra i capolavori della letteratura americana del XXI secolo, ecco che sulla soglia di questo 2017 che già ha donato il più tardo gioiello del cantore della pianura statunitense, da via Sabotino mettono sul tavolo un poker di libri nuovi che non sono il riempitivo di un catalogo dominato da Haruf ma opere a tutto tondo, dotate di una forza sorprendente e di una bellezza autonoma. Qualcuno ha detto che i ragazzi di NN non ne sbagliano una; e io mi unisco a quello che potrebbe diventare un coro. Così, dopo Mia figlia, Don Chisciotte di Alessandro Garigliano e Il Salto di Sarah Manguso, da un paio di settimane – ma frattanto è uscito anche La fine dei vandalismi di Tom Drury, primo capitolo di una nuova trilogia, quella di Grouse County – è in libreria Bull Mountain (portato in italiano da una cordata di traduttori che hanno deciso di rimanere anonimi, pp. 296, euro 18) dell’esordiente Brian Panowich, una storia da cardiopalma che ha fatto dire a James Ellroy che lì dentro c’è tutto: “whiskey, droga e caos”. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Rainer Maria Rilke. 3
[youtube=https://youtu.be/9J_-4GYu2Qo]
da qui
Rainer Maria Rilke
Infanzia (Kindheit)
dalle “Nuove Poesie”, in “R. M. Rilke, Poesie II [1908-1926]”,
Biblioteca della Pléiade, Einaudi-Gallimard, Torino, 1994
Traduzione di Giacomo Cacciapaglia
da “Neue Gedichte”, Insel-Verlag, Leipzig, 1907
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Vincent d’Indy
dalla Sonata per violino e pianoforte Op. 59
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I Paesaggi piemontesi di Giuseppe Torelli

Giuseppe Torelli fa parte di quella schiera di autori dell’Ottocento piemontese che poca fortuna ha riscosso presso l’editoria del nostro e del secolo precedente. Tuttavia non è scrittore da dimenticare se anche Italo Calvino vide nell’Emiliano un romanzo degno d’essere inserito tra le “Centopagine”. Torelli nasce nel 1816 a Recetto (Novara), ma trascorre l’infanzia in Valsesia, nel convitto di Doccio. Orfano a nove anni di entrambi i genitori, studia medicina a Vercelli, seguendo le orme paterne. Scrive, a Novara, sull’“Iride” di Angelo Brofferio. Collabora e dirige importanti riviste, siglando sovente gli scritti con lo pseudonimo (che mantiene per quasi tutta la produzione) di Ciro d’Arco. Amico di Massimo d’Azeglio, ne diviene segretario e di lui cura, postumi, I miei ricordi. Dal 1852 al 1856 dirige la “Gazzetta Piemontese” (la futura “Gazzetta Ufficiale”) sulle pagine della quale pubblica racconti e descrizioni paesaggistiche confluite poi nel volume Paesaggi e profili (Le Monnier 1861). Deputato nel 1860 e nell’anno successivo, trascorre gli ultimi anni a Torino dove si spegne nel 1866. Continua a leggere
La scelta, di Elena Bono
e che per nulla più di un sogno
siete morti. E sia.
Sogno per sogno in terra di dormienti
scegliamo il sogno da sognare.
Chi di bruto
chi di uomo.
Sulla prescelta barca fare il viaggio
e ritornare
dove tutto ritorna.
Né fiume può sostare
né luna
né musica.
Può soltanto fuggire
questa mazurca
sperduto addio
battendo l’ali ancora
contro il mio viso
e dileguare.
[su segnalazione di Barbara Pesaresi]
SUL TAMBURO n.39: Rino Garro, “Valigie. Storie dal Mario & Gianni’s Restaurant”
Rino Garro, Valigie. Storie dal Mario & Gianni’s Restaurant, Cosenza, Falco Editore, 2016
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Questo libro di Rino Garro è un racconto di poche pagine (36 per l’esattezza) ma denso e succoso come un limone maturo, fatto di intuizioni e di allusioni, di sogni e di speranze, di tragedia e di illusioni in un domani migliore. Scritto in italiano ma tradotto in inglese eccellentemente da Maggie Rose e poi edito con una curiosa ed efficace soluzione grafica per cui il testo inglese appare rovesciato rispetto a quello italiano in una curiosa giustapposizione delle parti, il racconto di Garro si può riassumere in poche frasi e situazioni topiche.
Un giovane calabrese che insegna a Firenze, disilluso e stanco ma non domo dalle tristi vicende precedenti vissute in Italia, desideroso di iniziare una nuova vita in Inghilterra, porta con sè una valigia ripiena di tutto il suo avere trasportabile (omnia sua secum portat). Questa valigia ritorna nei suoi sogni e nelle sue angosce fino a diventare il suo pensiero predominante e l’oggetto che domina in tutte le sue paure.
Dodici secondi
quartina del non morire
94. Paradossi

La situazione era paradossale: non solo eravamo certi della veridicità delle ben note profezie, ma ormai gli eventi andavano delineandosi con una chiarezza disarmante, a cominciare dalle dichiarazioni sulla guerra atomica, che campeggiavano sulle prime pagine dei quotidiani, ma non segnavano affatto il quotidiano della maggior parte della gente, incline a rimuovere qualunque minaccia alle proprie, precarie sicurezze. Quando si sarebbero attuati i fenomeni previsti? Chi parlava di maggio, chi dei mesi successivi, fino a ottobre, altro anniversario delle apparizioni ai pastorelli portoghesi. Diventava difficile parlare di qualcosa che avvertivamo come duro, terribile, drammatico. Eppure, il nostro compito di sentinelle ci spingeva a spargere il seme della consapevolezza in terreni spesso refrattari, in orecchie invase dai rumori di un mondo concentrato nei suoi interessi effimeri, nello sforzo sterile dell’autoaffermazione, nella ricerca del piacere, negli equilibri instabili di competizioni, rancori, delusioni. Come riuscire a far breccia in questa scorza, come convincere dell’urgenza del momento, quando persino nella Chiesa prevaleva, spesso, una visione orizzontale, sociologica, priva della carica esplosiva della Pasqua appena celebrata? Sempre più comprendevamo che senza la potenza della Risurrezione, il Cristianesimo si riduceva a una ben misera cosa: un’organizzazione sociale come tante, un attivismo spesso logorato da denunce impotenti e da reciproche accuse di inerzia o inefficienza. La nostra fede era di più, molto di più, e noi avevamo il compito di farcene memoria vivente e coraggiosa.




