Che cosa fare del mio cadavere (II)

di Roberto Plevano

(continua da qui)

Poi c’è il computer sulla scrivania, il compendio della mia attività. Lì c’è un caos inestricabile, di cui non ho fatto nemmeno un backup. Anche ammettendo che qualcuno riesca a indovinare la password di login (perdonatemi, non esistono termini in italiano, se dico ‘salvataggio’, ‘parola chiave di accesso’ nessuno mi capirebbe), che non è annotata da nessuna parte perché per me e soltanto per me è impossibile da dimenticare (e per tutti gli altri è impossibile da azzeccare), ma, da ex vivente, è come se l’avessi dimenticata (infatti non posso nemmeno muovere un dito, e i morti, si dice, sono piuttosto smemorati, cf. Odissea, X e XI: ?????? ??????? ??????, le teste senza forza dei morti), nessuno potrà ricavare un senso qualsiasi dalla massa di materiali nel computer e nel cloud (ancora, se dicessi ‘nella nuvola’, pensereste che ho bevuto o fumato qualcosa di forte, prima di decedere), e tutti i miei appunti, pensieri, abbozzi, inediti, rimarranno tali, svaniranno come se non fossero mai esistiti. Fare le cose alla meno peggio, non avere disciplina, lasciare tutto in uno stato indefinito che si definisce work in progress (significa soltanto che uno è pigro e inconcludente), può avere conseguenze devastanti, se desideriamo che qualcosa rimanga dopo di noi. Baruch Spinoza, per dire, morì giovane, ma lasciò in perfetto ordine la sua opera da pubblicare, manoscritti e corrispondenza nel suo scrittoio chiuso a chiave; i suoi amici poterono editare e mettere meticolosamente a stampa un libro come l’Ethica e tutti gli scritti nel giro di otto-nove mesi. Trecentoquaranta anni fa.
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Luigi Maria Corsanico legge Mario Benedetti

[youtube=https://youtu.be/s615SuoAecg]

da qui

[youtube=https://youtu.be/KMREJrvBIAE]

da qui

Mario Benedetti
Cuore corazza (Noción de Patria / 1962-1963)
Traduzione: Martha L. Canfield
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Dipinti di Eugène Carrière

Chiquilin de Bachin – Astor Piazzolla
Duo Vent d’Anches:
Sophie Braconnier: flûte
Michel Lambert: accordéon Continua a leggere→

Che cosa fare del mio cadavere (I)

di Roberto Plevano

Diamine, è successo. Mentre dormivo, non me ne sono neanche accorto, questione di mezzo minuto. Non che si potesse evitare o trovare un tempestivo rimedio: occlusione completa di un’arteria coronaria, flusso del sangue bloccato e conseguente morte dei tessuti del muscolo del cuore – il cuore è un muscolo, mi dicevano, è sempre in esercizio. Si chiama infarto miocardico. È un malanno comune, sono in buona compagnia, ed è superabile: in Italia vive un milione e mezzo di infartuati, chissà quanti nel mondo.
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La Rapsodia francese di Antoine Laurain


di Guido Michelone

Tra i migliori romanzi usciti in Francia lo scorso anno c’è questa Rapsodia francese di questo Antoine Laurain, di cui si sa veramente poco: si sa ad esempio che nasce a Parigi all’inizio degli anni Settanta e che, prima di dedicarsi alla scrittura, studia cinema, gira diversi cortometraggi e lavora come assistente antiquario. Continua a leggere→

Vita? O teatro? Charlotte Salomon a Milano

di Stefanie Golisch

Devi capire te stesso per poterti reinventare.
da: Leben? Oder Theater? di Charlotte Salomon

Si dipinge, si crea, perché?
Per diventare qualcuno o per scoprire chi si è veramente?
Nel caso di Charlotte Salomon, la risposta a questa domanda non è difficile.
In condizioni estreme, davanti all’imminente minaccia della morte, lei dipinge per esplorare la sua vita in tutte le sue sfumature, smascherando le sue falsità e ambiguità e rievocando le sue gioie perdute.
Senza abbellirla.
Senza pregiudizio.
Per fare chiarezza.
E per combattere le sue paure.
Dipingendo il suo grande ciclo Vita? O teatro? Charlotte Salomon si riappropria della sua vita, ripercorrendola tappa per tappa con crescente intensità.
Dopo 18 mesi di frenetico lavoro in cui dipinge oltre 1300 tempere di piccolo formato, non è più la stessa donna di prima anche se non sarà in grado di cambiare il suo destino.
Morirà. A soli 26 anni, incinta di qualche mese, ad Auschwitz.
Eppure non è una vittima. Continua a leggere→

L’uomo dei libri*

L’uomo dei libri era amico degli uomini e della terra. Da tempo manca all’appello della primavera. Ebbi modo di imbattermi in lui nella mia prima passeggiata nella nuova città ove ero giunto per lavoro, dopo essermi fermato alla Pensione Franchi, stracco dopo il lungo viaggio in treno. Giusto a metà aprile di anni fa, anni corsi via mentre io all’apparenza restavo a fissarne il movimento invisibile e certo, come la materia minerale ed i passi sull’acciottolato di una piazza. Continua a leggere→

Prolegomeni alla sofferenza. “L’occasione della poesia” di Giuseppe Panella

Giuseppe Panella, L’occasione della poesia, Novara, Interlinea, 2015

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di Andrea Fallani

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1. La sublimazione del dolore
L’occasione della poesia (Interlinea, 2015) di Giuseppe Panella è una raccolta di poesie alla cui base vi è un’istanza autobiografica, «un’occasione» nella vita dell’uomo, prima ancora che del poeta: si tratta «dell’apparecchiamento della morte» e in particolar modo «il dolore, la fatica, il disagio, la noia che può precederla in molti casi»1. Tuttavia, meglio precisare sin da subito, il discorso poetico non si fa mai interamente autoreferenziale, al contrario, l’esperienza personale è spunto per indagare i rapporti tra vita e morte, tra tempo e spazio, tra sofferenza e serenità, tra l’uomo e il mondo.
L’imminenza della morte, pur cedendo a rimpianti per le occasioni e il tempo perduto (Proust sarà uno degli autori non citati che percorrono l’opera), lascia però adito alla speranza, alla costruzione di «un progetto di recupero delle radici vitali dell’esistenza e della sua modalità di sviluppo il più possibile armonioso»2. Sorretto dall’insegnamento epicureo e liberato dalla paura della morte, il poeta può così indagare i risvolti più dolorosi della vita e da essa trarne speranza, all’insegna della quale si concludono molte delle liriche («Ora ho solo bisogno del tempo – / di serenità nella sofferenza, / di sofferenze intente nella serenità / che ancora si congiunge / all’ambizione protetta / di continuare a vivere / nella gioia e nel dolore»3 oppure «Si può soltanto ritrovare / nello specchio del passato / tutto il desiderio del mondo / e riconoscerne intatto il valore fecondo»4).
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L’attesa del padre di Raffaele Niro, Transeuropa, 2016

Viviamo in un’epoca “amletica”. Non tanto per i dilemmi da affrontare, quanto per la condivisione di un destino caratterizzato dall’ “assenza” del padre. La vita “liquida” che viviamo è materna (o “matrigna”). Siamo in un liquido amniotico privo di riferimento stabili, in attesa di fuoriuscire, primo o poi, dal nostro stato di galleggiamento. Continua a leggere→

Luigi Maria Corsanico legge Isaia

[youtube=https://youtu.be/tEFQMe1jxaI]

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Il Servo di Jahvé

Isaia 53,1-12

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Passione secondo Matteo

Johann Sebastian Bach

“Kommt, ihr Töchter, helft mir klagen”

Venite, figlie, aiutatemi nel pianto

Chor & Orchester der J. S. Bach-Stiftung

St. Gallen under Rudolf Lutz.

Michelangelo Merisi da Caravaggio

L’ESTATE FREDDA di Gianrico Carofiglio

di Massimo Maugeri

L'estate freddaÈ difficile pensare a un’estate più fredda di quella che attraversò il 1992. Nel mese di maggio, l’assassinio di Giovanni Falcone. A luglio, l’uccisione di Paolo Borsellino. Delitti di mafia terribili che avrebbero lasciato un segno indelebile nella storia della Repubblica e della lotta alla mafia. Da qui il titolo del nuovo romanzo di Gianrico Carofiglio, scrittore ed ex magistrato: “L’estate fredda” (Einaudi, pp. 352, € 18,50). Un titolo ossimorico che mette in risalto il contesto difficilissimo in cui si trova a operare il maresciallo dei carabinieri Pietro Fenoglio, protagonista di questa storia ambientata venticinque anni fa. Il racconto prende spunto dal rapimento e dalla successiva uccisione del figlio di un capo clan. Accade che il giovane boss sospettato del sequestro decide di collaborare con la giustizia. E qui si aprono pagine importanti della narrazione, affidate alla confessione e alla scelta di utilizzare i verbali delle dichiarazioni rilasciate dal collaboratore di giustizia al pubblico ministero… che, dunque, acquisiscono la valenza di “forma narrativa” a tutti gli effetti. Continua a leggere→

Ore 23 e 40 (Triduo)


Se il giovedì santo è un pugno nello stomaco
vorrà dire qualcosa,
se il mal di denti si divora
l’ultimo sorriso, forse, vuol dire
che la morte ha finito di cenare
e viene a reclamarti
con la sua voce bassa
di cantante da locale notturno.
Io non mi do per vinto,
sono l’uomo dei dolori
che li conta a uno a uno,
li cataloga col piglio paziente
del botanico.
Non lasciarmi solo, Deus Absconditus,
aspettami alla prossima fermata
dove scende la speranza, che non paga
il biglietto ma la fa sempre franca,
al passaggio rapido del Controllore.

“INIZIO E FINE”, DI LUIGIA SORRENTINO

Recensione di Giovanni Agnoloni

Luigia Sorrentino
Inizio e Fine
Stampa 2009 – I Quaderni

Le liriche di Luigia Sorrentino raccolte in Inizio e fine sono impregnate dell’intensa verità e dell’inequivocabile puntura di significato dei sogni più nascosti, quelli più difficili da decifrare, ma dove, se ci entri, afferri, come un insetto colto al volo, un’irrefutabile risposta. Al tempo stesso, ogni parola delinea una molteplicità di percorsi, creando così reticoli di immagini che sembrano diffondersi ad alone intorno ai versi. Quasi che ognuna di esse fosse il precipitato di tutta una costellazione di possibilità rimaste inespresse, e pur tuttavia presenti.

per tutta l’estate gli alberi piansero
sangue vischioso
l’occulto si era disciolto sulla corteccia
bruna

venne a renderci omaggio
l’opacità delle cose ultime

l’ultima stagione ci lasciò
in un’angoscia secca
eravamo caduti nell’ordine
della fine
(pag. 9) Continua a leggere→

Luigi Maria Corsanico legge Giovanni Raboni

[youtube=https://youtu.be/curkPbh6MMI]

da qui

Giovanni Raboni – Il dolore
da “A tanto caro sangue, 1988”
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Ludwig van Beethoven, Piano Sonata No. 8 in C minor, Op. 13, “Pathetique”, II. Adagio cantabile

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L’uomo delle tre Rose

In paese lo chiamavano l’uomo delle tre Rose,
la prima, la più brutta, era sua moglie, le
altre due moglie altrui. Allora. Quando alla
sera si andava al letto presto. I bambini
morivano appena nati e le donne sfiorivano
appena sbocciate per la fatica del quotidiano
vivere. Non si sapeva nulla della misteriosa
ora blu, ma nelle braccia dell’uomo più
bello del paese, per la breve durata di un
amplesso misericordioso, una moglie di tanto in
tanto si poteva sentire donna o quasi

L’avvenire che c’è stato per me una volta


Pura alba

La pura alba così limpida e tenera,
mentre per una volta anche a dicembre
fuggono verso occidente le nubi
oscure, in parte ancora colme, in parte
stracciate e lievi ormai, e la collina
buia rivela a poco a poco i dolci
fastigi d’alberi e di ville pallide:
contempla, prima che mescoli il vento
la folla, gli autobus, le vie affannate,
le acque del fiume maculato, i primi
eventi del dolore, le colombe
maligne, l’avvenire che c’è stato
per me una volta.

Torino, 6 dicembre 2002

Di cosa parliamo quando parliamo di “libri” (ai bambini)

Raymond Carver mi perdonerà se manipolo un suo felice titolo e lo modello su una domanda che mi sono sempre posta. Quando si parla di “promozione della lettura” (brivido), di “invito alla lettura” (vade retro) o si sviluppano progetti che incentivino le persone ad acquistare e almeno aprire un libro, si cerca sempre di trovare una definizione, una motivazione, una “giustificazione” quasi del perché sia bello/necessario/positivo leggere. Solo le campagne ideate dai librai, o dalle stesse case editrici, sono valide e accattivanti, a differenza di quelle didascaliche e tristi concepite dalle cosiddette istituzioni, che poco sembrano conoscere di quel mondo. Continua a leggere→

Confini


Gli angeli sono il mantice del mondo:
navigano a vista,
come esperti capitani.
Ogni tanto propongono un aiuto,
ma tu sei troppo preso
dalla tua incapacità
per permettere che sciolgano i tuoi nodi.

Quando appare il tuo angelo
smettila di dirti che è impossibile:
mettiti a sedere
e spiegagli con calma
il tuo problema.

Mantenere una piccola scintilla d’incoscienza al centro della propria vita

 

                    

 

Storie di formazione molto simili, in cui due ragazzini che vivono in realtà molto differenti vengono iniziati alla vita, alla ricerca di sé e alle inaspettate sfide dell’età adulta, The tender bar di J.R. Moehringer (Il bar delle grandi speranze, Piemme, traduzione italiana di Annalisa Carena) e Barbarian days : a surfing life di William Finnegan (Giorni selvaggi, 66th and 2nd, traduzione italiana di F. Conte, M. Esposito e S. Sacchini) sono due romanzi di cui in Italia si è parlato poco, e a torto.
The tender bar, scritto nel 2005 dal futuro autore di Open, ci porta a Manhasset, cittadina newyorkese famosa anche per aver ispirato la “East Egg” de Il grande Gatsby, dove il protagonista bambino, che vive con madre, nonni e zio, ascolta alla radio la voce del padre, un disc-jockey poco di buono da cui è stato abbandonato in tenera età, e cerca disperatamente esempi di mascolinità e redenzione nel mondo che lo circonda. Continua a leggere→

93. La roulette


Non potevamo fare a meno di stupirci di quanta refrattarietà ci fosse riguardo al tema della profezia. Pensavo al dato divenuto proverbiale che la fede è un dono: era anche una scusa per non credere, per evadere l’impegno inevitabile, la sporta di sacrificio senza sconti da infilare nello zaino della vita. Comodo pensare che se la tua è un’esistenza senza fede la colpa è di un altro, perfino di Dio, che non te ne ha fornito. La fede è un dono, sí, ma da volere, da desiderare. La pallina tornava sempre nella solita casella, nella roulette delle domande decisive. Tutto dipendeva da quel mistero chiamato desiderio. I maestri dello spirito invitavano a cogliere il sentimento fondamentale della propria vita: cosa desidero di più? Dove si volge istintivamente l’attenzione, cosa attrae l’energia vitale che tutti abbiamo dentro? Comprendevamo sempre più lucidamente come qui fosse richiesto il massimo di sincerità, altrimenti sarebbe stato un bluff, una fatica senza frutto. Non bisognava censurarsi, ma cogliere spietatamente la verità interiore, anche se avesse dovuto rivelare che il sentimento di fondo fosse un vizio: l’ira, la lussuria, l’avarizia…
Solo prendendo coscienza dello stato del cuore, guardando in faccia la propria condizione, smettendo, una volta per tutte, di nascondersi dietro il solito dito, ci si sarebbe messi in marcia, toccando con mano che sí, persino il desiderio può cambiare, aprire gli occhi ciechi dell’istinto, dell’ovvio, dell’abitudinario, su un orizzonte inedito, una scena mozzafiato: quella dello spirito. Solo a quest’altezza sarebbe stato possibile sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda della profezia. E questa altezza era lo sguardo del Cristo, che tutto trasforma, tutto salva, con la sua scorta inesauribile di luce.