una stanza dove prima troppo
grame intese ho custodito.
segrete immagini, finestre erano
con grate e scuri di zinco,
una cella comunque inanimata
dove poso adesso con mano
esperta con sofferta astuzia
un bianco velo di bianco.
di Franz Krauspenhaar
Questa è la succinta storia (una inframuscolo) di un autorinnegato del rock. Di un uomo che ha inventato il “progressive” britannico, ne è stato una delle icone per una brevissima stagione e poi si è subito buttato a fare altro, anticipando il punk e la new wave e sperimentando la sua musica da camera con album anticommerciali usciti quasi a cadenza annuale fino a oggi. Come si dice, un artista di culto.

Possiamo dire che le “immagini della morte”, da quando l’uomo ha acquistato una consapevolezza sulla sua fine, hanno subito trasformazioni evidenti nel corso di alcuni, fondamentali, periodi storici. Nell’antichità, in cui l’uomo era al centro dell’universo e delle sue vicende naturali, si aveva una visione antropocentrica e fatalistica della morte, caratterizzata dalla sua accettazione, anche se tragica.
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*
gospel l’appello di averti accanto
passero eroso di metropoli,
polline di alluvione
viso disvelto lucciola svelta
da far morte a ferragosto
a torto di breviario di viaggio
il giogo di stracciare.
*
dolo d’àfide questa fu la rosa
*
se ti scartocci non troverai
àtrofe l’anima sorpresa:
basto di cenere, sospesa…
*
[da Pecca di espianto, 2007-]
Il gatto di Platone
si fa una dormita:
ha rubato al suo padrone
il senso della vita.
Il criceto, animaletto
inquieto, corre a perdifiato
sulla ruota del tempo
restando sempre indietro.
Il padrone lo prende
sul faceto, credendolo fesso.
Ma fissando il criceto
fissa se stesso.
di Marco Saya & Franz Krauspenhaar
La strada era notte pesta un po’ tempestosa, raggi di falò soleggiavano l’asfalto. Nord-sud-est-ovest accoglievano gli occasionali. L’orgasmo dell’assassinio pasteggiato a benzo, spensieratezza del m’ama non m’ama, poesia del tanto è toccato a loro, paraponziponziporo. Il nero si confonde con altro nero, accozzaglia di corpi ai lati, alcuni spiaccicati dalla buckomobile nella sua folle corsa. la tiepida brezza ci bacia le cicatrici. Piercingati a puntino suoniamo a festa. Pronti per il nuovo gioco…
È amore, un grande amore quello che scoppia. Poi, all’improvviso, qualcuno rivela un particolare, un tassello del mosaico, un segreto a lungo nascosto, e per lei inizia il tormento. L’unica soluzione è sparire, andarsene, dimenticare. Perché?
Gli specchi
La riflessione impone
attenta disciplina:
nello sguardo
lucido e minerale
l’operazione non è, come si crede,
la moltiplicazione.
di Francesca Matteoni
Mai scordarsi che gli uomini come i cani abbisognano di padroni.
Mai far dono di sé senza riserva. Continua a leggere

I russi ci hanno tagliato il gas.
Mano male che sono stato previdente. A casa mia c’era una stufa a legna.
Ai bei tempi dell’antropologia teorica, ho sempre pensato che togliere a un uomo il fuoco oltre che la terra, è togliergli la libertà di fare. Ci hanno resi dipendenti da chi elargisce il lavoro come una grazia, e da chi apre o chiude il rubinetto dall’altra parte del tubo.
Avevo visto giusto: prima o poi sarebbe successo.
Sono cambiati i tempi e il Bengodi è finito.
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Parlano silenzio, le opere di Andrea Moneta. Cantano guerre senza sangue. Distanze di marmo, destini di arenaria. Ricordano elmi luccicanti e calzari ai piedi di semidei.
CESARE
Cesare viene la sera, e si siede sulla strada.
Cammina male, perché è zoppo,
ha una zampa rattrappita
perché è stato bastonato dal padrone.
Adesso non ha padrone,
vaga qua e là per il paese,
penso che gli diano da mangiare
perché non chiede niente, si mette lì seduto
e sta buono.
la poesia
richiede la morte
di cose molto care.
un verso perfetto
un vero grande pensiero
hanno la stessa forza
di un buco nero.

Il 22 marzo 1941 è nato Bruno Ganz a Zurigo. Ne sono felice, perché cinquant’anni fa nascevo anch’io lo stesso giorno.
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La poesia è musica: la metrica? E quale metro di giudizio segna i confini della musica che è poesia? Quale metronomo segna il tempo che rimane – eterno presente? I soliti “rumores” dicono sia solo “rumore”, solo “canzonette”; e la critica seria (quella che conta!) non le valuta degne – di essere “lette”. De gustibus, ex cathedra!
in ogni parte del pianeta potrebbe esserci qualcuno che pensa alla stessa cosa.
che c’è qualcosa di difficilmente definibile e afferrabile, eppure non esente da regole e da cànoni.
qualcosa che ci coinvolge, ma non s’impone.
qualcosa che parla solo se vuoi ascoltare.
qualcosa che ricorda la libertà, senza essere caos.
un ordine misterioso che sconvolge gli schemi.
un dialogo che parte da lontano.
e può arrivare ancora più lontano.
ma ci avvicina.
Prima di tutto vedete questa mano. Voi mi capite: 5 dita contengono 14 ossa, e software e hardware, mente e corpo, ecc. (e infiniti appunti e curiosità serie; è il vostro turno; e a me: è il tuo) – [a loro ho parlato veramente così, e a me altrimenti, in segreto; e il mio linguaggio era tutto questo: fuso nell’oralità del momento, con mosse – povero uomo -che attiravano l’attenzione; e poi l’attiravano, veramente; entravo a scuola senza rumore, con la barba non rasata: perché il corpo si cancellasse e l’attenzione fosse alla voce: non alzatevi in piedi quando entro, non chiamatemi professore; né poeta] Continua a leggere