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22 ottobre 2010, Torino: Lezioni invisibili. Italo Calvino e la leggerezza del fantastico

22 ottobre 2010

Lezioni invisibili. Italo Calvino e la leggerezza del fantastico

Circolo dei Lettori
Via Bogino, 9 – Torino
Ore 17.00 – 19.30

Interverranno: Mario Barenghi (Univ. Di Milano), Giuseppe Panella (Scuola Normale Superiore di Pisa) e Luciano Genta (La Stampa, Tuttolibri)

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Italo Calvino (1923 – 1985)

Italo  Calvino, Le città invisibili.

A Eudossia, che si estende in alto e in basso, con vicoli tortuosi, scale, angiporti, catapecchie, si conserva un tappeto in cui puoi contemplare la vera forma della città. A prima vista nulla sembra assomigliare meno a Eudossia che il disegno del tappeto , ordinato in figure simmetriche che ripetono i loro motivi lungo linee rette e circolari, intessuto di gugliate dai colori splendenti, l’alternarsi delle cui trame puoi seguire lungo tutto l’ordito. Ma se ti fermi a osservarlo con attenzione, ti persuadi che a ogni luogo del tappeto corrisponde un luogo della città e che tutte le cose contenute nella città sono comprese nel disegno, disposte secondo i loro veri rapporti, quali sfuggono al tuo occhio distratto dall’andirivieni dal brulichio dal pigia-pigia. Tutta la confusione di Eudossia, i ragli dei muli, le macchie di nerofumo, l’odore di pesce, è quanto appare nella prospettiva parziale che tu cogli; ma il tappeto prova che c’è un punto dal quale la città mostra le sue vere proporzioni, lo schema geometrico implicito in ogni suo minimo dettaglio.
Perdersi ad Eudossia è facile: ma quando ti concentri a fissare il tappeto riconosci la strada che cercavi in un filo cremisi o indaco o amaranto che attraverso un lungo giro ti fa entrare in un recinto color porpora che è il tuo vero punto d’arrivo. Ogni abitante di Eudossia confronta all’ordine immobile del tappeto una sua immagine della città , una sua angoscia, e ognuno può trovare nascosta tra gli arabeschi una risposta, il racconto della sua vita, le svolte del destino.
Sul rapporto misterioso di due oggetti così diversi come il tappeto e la città fu interrogato un oracolo. Uno dei due oggetti,- fu il responso -, ha la forma che gli dei diedero al cielo stellato e alle orbite su cui ruotano i mondi; l’altro ne è un approssimativo riflesso, come ogni opera umana.
Gli àuguri già da tempo erano certi che l’armonico disegno del tappeto fosse di fattura divina; in questo senso fu interpretato l’oracolo, senza dar luogo a controversie. Ma allo stesso modo tu puoi trarne la conclusione opposta : che la vera mappa dell’universo sia la città d’Eudossia così com’è, una macchia che dilaga senza forma, con vie tutte a zig-zag, case che franano una sull’altra nel polverone, incendi, urla nel buio.

Parole

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Ogni tanto penso a Italo Calvino. Immagino che sensazione proverebbe nel mare di parole che rischia di sommergerci ogni giorno; parole grezze, buttate lì come viene per riempire un vuoto sempre più inquietante. Siamo inondati da messaggi omogenei, fabbricati con le stesse frasi, prodotti coi medesimi clichés. Come reagirebbe lui che lavorava su ogni singolo vocabolo, plasmando un concetto fino al punto da renderlo perfettamente levigato, depurato dai residui dei luoghi comuni e degli slogan? Ai funerali dico sempre che dovremmo, oltre a piangere il morto, raccogliere la traccia che ha lasciato, custodire l’eredità trasmessa. Ecco: freniamo la deriva, trattiamo ogni parola come una pietra preziosa da maneggiare con riguardo.

Scarrafone

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Di tutti si può dire bene. L’amante di Hitler ne parlava benissimo, credo, come del resto gran parte del popolo tedesco, in certi anni. Qual è il confine tra oggettivo e soggettivo? Dove comincia la distorsione esplicita, patente, indifendibile? A Napoli c’è un detto: ogni scarrafone è bello a mamma soia. Madre scarafaggio o madre coraggio, non si sa. Ricordo una scena de La giornata di uno scrutatore, di Italo Calvino. Un padre contempla, al Cottolengo, il figlio incapace di intendere e volere mentre mangia le mandorle portategli da casa. Lascia i suoi campi e viene fino a qui, sapendo che la scena sarà sempre la stessa: il figlio mastica e lui guarda, senza perdere un dettaglio. Cosa c’è di attraente in un quadro così scarno, quasi inumano, per l’assenza di una luce qualsiasi di spirito o ragione? Certo, un figlio è sempre un figlio, ogni scarrafone è bello a mamma soia. In realtà, nello spettacolo grottesco c’è qualcosa di più, descritto con parole che da allora in poi non ho potuto più dimenticare: Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari. E pensò: ecco, questo modo d’essere è l’amore. E poi: l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo.

Cui dono lepidum

Sirmione lascia senza fiato: mirabile in ogni suo dettaglio, come fosse modellata senza riservare nulla all’imprevisto. Catullo non poteva farne a meno, lui così attento alla seduzione della forma, si trattasse di natura o di letteratura, di Clodia-Lesbia o di Giovenzio. Il suo libro non avrebbe potuto che essere expolitum, lavorato al punto da diventare lucido, impeccabile, come l’opera di un altro intarsiatore ugualmente raffinato; curiosamente, i loro nomi propongono un gioco di richiami, come abitassero la stessa città invisibile dell’esattezza: Catullo, Calvino, Sirmione, Sanremo. Il destino unisce chi nella parola ha colto il senso del tutto, il logos riflesso nel volto della musa vergine di un nuovissimo libretto.

Notte di luna

di Antonio Sparzani

Da quando un certo mio cugino mi suggerì discretamente ma con una certa autorevolezza — io avevo appena superato la maturità ed ero stato un entusiasta e vorace lettore di Remarque — di leggere Gadda, eseguii prontamente e prontamente mi innamorai del nuovo autore, desiderando immediatamente leggere tutto quello che aveva scritto. Non dico di aver portato a termine questo compito alla lettera, tuttavia da allora ho molto cercato di portarmi avanti su quella strada. Oggi voglio parlare di questo:

    Un’idea, un’idea non sovviene, alla fatica de’ cantieri, mentre i sibilanti congegni degli atti trasformano in cose le cose e il lavoro è pieno di sudore e di polvere. Poi ori lontanissimi e uno zaffiro, nel cielo; come cigli, a tremare sopra misericorde sguardo. Quello che, se poseremo, ancora vigilerà.

Con questa visionaria apertura comincia Notte di luna, il primo dei disegni milanesi che compongono l’Adalgisa (prima edizione 1944), disegni scritti e arabescati da Carlo Emilio Gadda (1893-1973). Questo inizio mi ha sempre affascinato come tutte le cose che non capisco completamente nelle quali però sospetto un meraviglioso segreto. L’ingegnere Carlo Emilio è presente anche nei suoi testi più letterariamente impegnati, i cantieri e i sibilanti congegni lo affascinano. Ma, leggendo questo come tanti altri scritti suoi mi convinco sempre che nella sua scrittura lo sfondo continuo ma mai opprimente di una “coscienza scientifica” nitida e discreta, si fonde senza sforzo con la sua prosa continuamente poetica. Continua a leggere

Dieci per cento

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Il labirinto è un’immagine buona per tutte le stagioni. Quale metafora migliore per la vita? Utilizziamo solo il dieci per cento del cervello, ma ci ingarbugliamo come fossero due. Siamo programmati male? Una vocazione da puntaspilli senza la dotazione genetica del riccio. Pare che a questa impasse ci sia una soluzione: niente di sofisticato, anzi, un gesto estremamente semplice: uscire dalla stanza, anche mentale, e andare verso un altro, privi di secondi fini, con lo scopo di dare, consegnarsi; di riempire un vuoto, la vera matrice del malessere, la fucina di tutti i labirinti: questi altro non sono, infatti, che l’assenza dell’altro, un filo attorcigliato su stesso, che inceppa il dieci per cento di materia cerebrale, spacciandolo per un programma scadente e di seconda mano.

Il piacere di leggere ovvero la scrittura impossibile. Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino

di Giovanni Inzerillo

 

Il piacere di leggere ovvero la scrittura impossibile. Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino.

 

Pubblicato nel 1979 e presto diventato un caso letterario internazionale, il testo di Calvino non può essere facilmente definito come un romanzo in senso stretto. Sebbene il Novecento ci abbia abituato alla frammentarietà -fu la Coscienza sveviana il primo vero romanzo moderno in netto contrasto con la tradizione-, alla metaletteratura, allo sperimentalismo e al citazionismo, questo testo sembra andare oltre.

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Un esempio come il suo (Italo Calvino)

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Ho sempre amato vocabolari, dizionari, lessici, repertori linguistici d’ogni tipo e natura. Forse per la lettura precoce di Italo Calvino, uno che tornava su una frase, una singola parola finché la sentiva meno imperfetta possibile, meno soggetta al disordine, all’entropia che tutto inghiotte. Il finale del Barone rampante è una testimonianza impressionante del campo di battaglia che era la sua pagina; ma anche in Se una notte d’inverno un viaggiatore il confronto tra lo scrittore produttivo e lo scrittore tormentato recava il segno di una lotta senza fine per portare alla luce il nitore di un vocabolo, il riflesso semantico di un giro di frase ben tornito. Oggi mi rendo conto di quanto sia necessario un esempio come il suo, quanto la nostra lingua abbia bisogno della sua ossessione, della guerra dichiarata al caos grammaticale, che ne trascina inesorabilmente altri, nella sua rovina.

Armagheddon 3

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Cosa fare, dunque? Quale ruolo giochiamo noi delle lettere, impotenti ad agire ufficialmente sulle realtà economiche e sociali, impossibilitati a raggiungere le leve del potere, capaci di plasmare non le grandi forme della vita del paese, ma solo le realtà impalpabili e sfuggenti che chiamiamo parole? La risposta è già stata formulata da uno scrittore che nella seconda metà del novecento ha detto quasi tutto quel che c’era da dire, con parole non meno impalpabili e sfuggenti, ma destinate a lasciare il segno per sempre: Continua a leggere

La gaia scienza di Italo Calvino

[Anticipiamo il testo che Piergiorgio Odifreddi pronuncerà domani al liceo Cassini di Sanremo, che ha avuto tra i suoi allievi Italo Calvino ed Eugenio Scalfari.n.d.r]

di Piergiorgio Odifreddi

Se uno scienziato osasse affermare che Galileo è stato «il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo», verrebbe immediatamente tacitato dagli umanisti e tacciato di scientismo e di ignoranza. A dirlo è stato però un letterato, in un’ intervista al Corriere della Sera del 24 dicembre 1967. E non un letterato qualunque, bensí uno dei mostri sacri della nostra letteratura! Si trattava di Italo Calvino, e la sua affermazione definiva non solo il posto di Galileo nel pantheon letterario italiano, ma anche il proprio. Perché stare dalla parte di Galileo significa, in particolare, stare anche dalla parte di Ariosto e di Leopardi, per le loro reciproche affinità. E significa, in generale, prendere posizione a favore di una concezione della letteratura come mappa del mondo e dello scibile, e di uno stile intermedio fra il fiabesco realista e il realista fiabesco. Calvino ovviamente apparteneva virtualmente a questa linea di forza della nostra storia letteraria, grazie alla trilogia composta da Il visconte dimezzato (1951), Il barone rampante (1957) e Il cavaliere inesistente (1959). E negli anni ‘ 60, quando si trasferí a Parigi e incontrò Raymond Queneau, aderí formalmente alla poetica dell’ Oulipo fondato da quest’ ultimo, che perseguiva e persegue il triplice obiettivo di una scrittura che possieda ed esibisca immaginazione scientifica, linguaggio logico e struttura matematica. Continua a leggere

Dialoghi d’amore 5: Agilulfo e Priscilla

di Antonio Sparzani
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Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez è lo straordinario interprete – per pura forza di volontà – de Il cavaliere inesistente scritto da Italo Calvino nel 1959. Armatura bianca splendente e inappuntabile, mai alza la celata se non quando gli viene ordinato dal suo imperatore Carlo Magno, per permettergli di constatare che lui non esiste (Oh questa poi – esclamò l’imperatore – Adesso ci abbiamo in forza anche un cavaliere che non esiste); scudiero Gurdulù, l’esatto contrario di Agilulfo.
Nel viaggio che intraprende per ricuperare la certezza di una verginità di quindici anni prima, il cavaliere s’imbatte nel castello di Priscilla, dove viene degnamente accolto dalla dama, evidentemente adusa ad ospitare con  cortesie particolari i cavalieri: questi tuttavia è il primo con caratteristiche così speciali. Ecco il loro autentico dialogo d’amore.:

– Il cielo s’imbruna, – osservò Priscilla.
– È notte, è notte fonda, – ammise Agilulfo.
– La stanza che vi ho riservato…
– Grazie. Udite l’usignolo là nel parco.
– La stanza che vi ho riservato… è la mia…
– La vostra ospitalità è squisita… È da quella quercia che canta l’usignolo. Continua a leggere

L’ atlante di Calvino. Se le città invisibili raccontano i nostri sogni

pedro cano

di Franco Marcoaldi

Per quanto favolosi, Bengodi e il Paese di Cuccagna non appagano pienamente lenostre fantasie sui luoghi immaginari. Ci serve qualcosa di più elettrico, nervoso. E quel qualcosa, forse, si può trovare in città. Per questo abbiamo ripreso in mano «Le città invisibili» di Italo Calvino: il libro in cui, a suo stesso giudizio, ha «detto più cose»; in cui sono confluiti tutti i ragionamenti, le osservazioni e le ansie riguardo alla sua idea di letteratura. Perché la città, suggerisce nelle «Lezioni americane», è il simbolo ideale della costante frizione tra il desiderio di un ordine razionale e geometrico della realtà e il caos pulviscolare che la sottende. Per dare conto di questo doppio movimento, Calvino disegna un atlante metropolitano fantastico e noi lo seguiamo stupefatti. Perché tutti quei luoghi, frutto dell’ immaginazione, raccontano al contempo la nostra realtà quotidiana: raccontano la simultanea molteplicità di un mondo che ci illudiamo di conoscere e controllare per intero, mentre ci sfugge da tutte le parti, alimentando frustrazione e smarrimento. E’ come se fossimo chiamati a un compito che non riusciamo ad assolvere. Continua a leggere

Le città invisibili

le città invisibili

di Anna Pannega

Un debito con un amico, a Fabrizio da Anna, lettrice.

Era il 2005 quando ho saputo che a Palermo, città di sole e di bellezza, ci sarebbe stata una mostra di Pedro Cano intitolata “Le città invisibili”, ho pensato subito che fosse uno di quei regali inaspettati della Tyche che ti fanno esclamare, ingenuamente: “questo è per me, solo per me! “

La magia degli acquarelli di Cano dedicata alle città di Calvino: summa di leggerezza , aerea, fragrante, che però si fa nebbia densa ed avviluppante ad entrarci dentro.

Leggerezza come categoria estetica, ma anche come obiettivo etico; sottrazione di peso; …ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città … ( ci lascia detto il maestro Calvino nelle sue Lezioni americane, p.7, Oscar Mondadori, 1999). Continua a leggere

Perché leggere i classici

orlando

E’ classico ciò che tende a relegare l’attualità a rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.
E’ classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona.

Resta il fatto che leggere i classici sembra in contraddizione col nostro ritmo di vita, che non conosce i tempi lunghi, il respiro, l’otium umanistico; e anche in contraddizione con l’eclettismo della nostra cultura che non saprebbe mai redigere un catalogo della classicità che fa al caso nostro. Continua a leggere

Ecco il progetto

notte-stellata-sul-rodano

Chi arriva a Tecla, poco vede della città, dietro gli steccati di tavole, i ripari di tela di sacco, le impalcature, le armature metalliche, i ponti di legno sospesi a funi o sostenuti da cavalletti, le scale a pioli, i tralicci. Alla domanda: – Perché la costruzione di Tecla continua così a lungo? –  gli abitanti senza smettere d’issare secchi, di calare fili a piombo, di muovere in su e in giù lunghi pennelli, – Perché non cominci la distruzione, – rispondono.
E richiesti se temono che appena tolte le impalcature la città cominci a sgretolarsi e a andare in pezzi, soggiungono in fretta, sottovoce: –  Non soltanto la città.
Se, insoddisfatto delle risposte, qualcuno applica l’occhio alla fessura d’una staccionata, vede gru che tirano su altre gru, incastellature che rivestono altre incastellature, travi che puntellano altre travi. – Che senso ha il vostro costruire? – domanda. – Qual è il fine d’una città in costruzione se non una città? Dov’è il piano che seguite, il progetto?
– Te lo mostreremo appena termina la giornata; ora non possiamo interrompere, – rispondono.
Il lavoro cessa al tramonto. Scende la notte sul cantiere. E’ una notte stellata. – Ecco il progetto, – dicono.

(I. Calvino, Le città invisibili, in: Calvino racconti e romanzi II, I Meridiani Mondadori, p.466 )