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da qui

e che cazzo poi…solo perché stanno lì a scambiarsi salamelecchi ed affettuosità, ad ungersi reciprocamente, sopravalutando opere ed azioni del vicino di sedia e di bicchiere, a slumarsi con affetto irrefrenabile quasi fossero reduci che si incontrano dopo una lunga guerra, a eccitarsi pronunciando a turno quello che Gadda riteneva il pronome più orribile ed osceno di tutti ( “ io affermai che…” “ come io avevo già scritto” “ a quel punto, io avevo pensato che…”). Continua a leggere
di Valerio Venturi
Milano
Una iena scorrazza tra neomelodici napoletani, americani pimpati, nani e ballerine. E’ Piefrancesco Diliberto, in arte Pif. Palermitano, 1972, è autore e personaggio tv. E’ appena sbarcato su Mtv con Il Testimone , programma ironico d’approfondimento in cui opera da vero self-man: pensa, gira, monta. «Uso strumenti limitati: con 5mila euro hai il necessario. Come lavoro? Parto dalle mie curiosità. La cosa bella della tv è che ti permette di andare in un posto a fare tutte le domande che ti vengono: sei legittimato. Faccio così anche nel privato. D’altronde ne Il testimone metto un bel pò di me. In tv non si sa qual è il discrimine tra persona e personaggio; se si recita una parte è un conto, ma così… E la gente mi tratta come un amicone». Continua a leggere
di Luciano Lucci
Per me il ’68 non è un anno ma uno stato d’animo. Avevo poco più di vent’anni e sentivo che ogni cosa che facevo, che provavo, che pensavo era la stessa che condividevano milioni di altri giovani sparsi per il mondo. E’ certo che quella fu una stagione di idee (pacifismo, giustizia sociale, libertà individuali, diritti) e di sensibilità (immaginazione, creatività, fantasia, desideri) che ha avuto un lungo effetto attraversando anche le generazioni successive.
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Sono gravemente malato. Vorrei porgere pubblicamente le mie scuse a tutti coloro che hanno avuto cieca fiducia in me. Credevano nella mia presunta capacità di moltiplicare le ricchezze, e hanno depositato nelle mie mani il frutto di anni di lavoro, di risparmi familiari, il capitale dei loro investimenti/affari.
Chiedo scusa a chi vede i suoi risparmi svanire dai comignoli virtuali della borsa, e a chi si vede strangolato, incapace di pagare per gli interessi alti, per la mancanza di credito, per la recessione incalzante.
So che negli ultimi decenni ho superato i miei limiti. Come il re Mida, creai intorno a me una legione di devoti, come se avessi poteri divini. Continua a leggere
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Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni
Davide Sapienza (www.davidesapienza.net) è uno scrittore che esplora, ed esplora l’anima della natura, nel Grande Nord e nei luoghi più remoti. Dove l’uomo è solo con se stesso, con la sua anima e con quella del mondo. Continua a leggere
Da tempo avrei voluto invitare uno di voi a parlare ai miei ragazzi della vostra vita. Una vita che i ragazzi e io non capiamo.
Avremmo però voluto fare uno sforzo per capire e soprattutto domandarvi come avete affrontato alcuni problemi pratici della vita militare. Non ho fatto in tempo a organizzare questo incontro tra voi e la mia scuola.
Io l’avrei voluto privato, ma ora che avete rotto il silenzio voi, e su un giornale, non posso fare a meno di farvi quelle stesse domande pubblicamente.
Primo perché avete insultato dei cittadini che noi e molti altri ammiriamo. E nessuno, ch’io sappia, vi aveva chiamati in causa. A meno di pensare che il solo esempio di quella loro eroica coerenza cristiana bruci dentro di voi una qualche vostra incertezza interiore. Continua a leggere

La prima esperienza fu un mezzo spinello spartito col compagno di banco del liceo, in un angolo appartato. Non mi fece né caldo né freddo, e per anni coltivai l’idea che la canna fosse un bluff, una trovata per passare il tempo. Nel quartiere si moriva d’eroina: in una stessa famiglia, in pochissimo tempo, se ne andarono in due, come fossero partiti per la guerra. E guerra era: rivoluzioni senza fedi, battaglie senza cause né obiettivi, ma i morti erano veri. Nella via della famiglia sfortunata abitava una ragazza, occhi azzurri e corpo perfetto. Mi ci perdevo da ingenuo adolescente, inseguendo nel suo sguardo chissà quali segreti. L’odore della droga lo imparai in caserma; il fumo usciva lentamente, dalla fessura di una porta, lo strascico acre violentava le narici. I soldati si chiudevano dentro e consumavano il rito giornaliero, per resistere all’umiliazione della naja, o della vita in genere. Io, il tenente, non dovevo sapere né vedere: in effetti era una questione di odore, di atmosfera, l’aria alternativa – democratica o anarchica – allo stato militare. Ci arrivavo dopo, per una forma di pudore che da sempre mi accompagna. Poi vennero Davide e Mary, la droga pesante vista da vicino, i suoi effetti spaventosi. Mi chiesi perché loro sì e io no; e quale misterioso compagno di banco mi avesse impedito di finire tra i caduti della guerra fantasma, di essere travolto – come i Davide e le Mary che incontrai sempre più spesso – in un vortice di fughe senza fine, magari col conforto dei preti, tenenti perduti dietro gli occhi azzurri della vita, in cerca di segreti impenetrabili. Oggi, l’angolo appartato lo utilizzo per scrivere: provo a smantellare il vero bluff, che ci umilia ogni giorno incontrando sempre meno resistenza, in una guerra persa ancor prima di partire, overdose di falsità, per ingannare il tempo.
(versione audio)
Mia madre è sulla nuvola blu.
La nuvola è grande e riccioluta, ha il colore di una tempesta in arrivo in un giorno d’autunno. Scende vicino a me, restando sospesa da terra di qualche centimetro: mia madre si sporge e mi aiuta a salire. È un sogno, ma non so che sto sognando. Domattina cercherò di acchiappare la visione prima che sfugga dai buchi illuminati della serranda, mentre mi sveglio.
Sempre più mi vado convincendo di una strana convergenza, l’esposizione della quale costituisce la tesi di questo articolo. Si tratta di qualcosa di inaspettato e di sorprendente che riguarda due attori molto distanti l’uno dall’altro, anzi in continua reciproca polemica: mi riferisco al pensiero neodarwinista ortodosso da un lato e alla dottrina ufficiale della Chiesa cattolica in tema di bioetica dall’altro. A prima vista sembra non ci debba essere nulla di più distante, ma le cose, forse, non stanno così. Continua a leggere
L’uomo aveva bisogno di aiuto nei campi. I campi avevano bisogno dell’uomo.
L’uomo si faceva aiutare dagli animali, specie dal nobile cavallo. Il cavallo aveva bisogno di nutrirsi. I campi coltivati a biada e giganteschi alberi, maestosi, bellissimi da farti commuovere e tutt’ora quando li vedo mi emoziono.
Che fosse già scritto da qualche parte non era difficile pensarlo. Non tanto e non solamente perché molto e su tutto ormai si è effettivamente scritto. Ma perché il libro dei libri di “preveggenze” ne custodisce molte. Ed è per l’umanità un prezioso scrigno di verità e sapienza, un pozzo al quale attingere. Continua a leggere
Ciao, Chicago!
Se là fuori c’è ancora qualcuno che dubita che l’America sia un luogo dove tutto è possibile, che ancora si chiede se il sogno dei nostri Fondatori sia vivo nella nostra epoca, che ancora mette in dubbio la forza della nostra democrazia, questa notte è la vostra risposta.
È la risposta data dalle file di elettori che si estendevano intorno alle scuole e alle chiese, file mai viste prima da questa nazione, è la risposta che hanno dato le persone che hanno aspettato tre, quattro ore, molti per la prima volta in vita loro, perché erano convinti che questa volta doveva essere diverso, che la loro voce poteva fare la differenza. Continua a leggere
L’ordine naturale delle cose
abituazione
quello che c’è contorna e include;
poiché medium, fa velluto di tocchi;
la pelle assuefatta non sente, abituata.
le elitre, le graziose venature ambrate,
le fimbrie: pelle non sente
se non cute penetrata,
e pungiglione. il reticolo nocicettivo
non si cura di piccolezze, risolve
solo il dolore che serve, a suo gusto,
i tocchi giusti. dài a un cane dosi crescenti
di chinino o arsenico, non si è mai
troppo malati. la cecità è idiopatica. – lo sapevi?
il dolore non ha alcun meccanismo attenuativo,
come se ne valesse della vita – il soffrire. Continua a leggere
L’INCERTEZZA DELLE ATTESE, LA SICUREZZA DELLA SCRITTURA.
A proposito di Mater certa di Giuseppe Favati.
«Ecco ora il racconto dell’avventura che aveva determinata la situazione rispettiva nella quale sono venuti a trovarsi i personaggi di questa scena…»
(Honoré de Balzac, La duchessa di Langeais)
1. Figli e ideologie
Giuseppe Favati non demorde ancora. Dopo un primo romanzo tutto sommato classificabile come tradizionale ma con vistose e vigorose innovazioni linguistico-metanarrative (Villandorme e Cartacanta, Firenze, Il Ponte Editore, 2002) e un attraversamento trasversale e “filosofico” degno del Diderot dei Gioielli indiscreti di quel che resta della sessualità post-moderna (Per esempio, con la coda dell’occhio, San Cesario di Lecce, Manni, 2005), ecco qui un terzo romanzo (Mater certa, Firenze, Il Ponte, 2007) ancora più deciso individuato da una scrittura che pigia sempre di più sul pedale della frantumazione e della moltiplicazione delle voci e delle possibilità ancora rimaste alla scrittura romanzesca. Un romanzo bachtiniano e polifonico, forse – ma forse ancora qualcosa di diverso (sicuramente nei confronti dei romanzi precedenti). Sarà opportuno esaminarlo con cura. Ancora una volta – ed è importante dirlo – il libro si apre con degli esergo significativi (come già il precedente Per esempio, con la coda dell’occhio). Sarà interessante verificarli uno alla volta per comprenderne l’importanza. Il primo viene direttamente dalle Lettere dal carcere di Gramsci e recita: “Il tempo […] è un semplice pseudonimo della vita stessa” (lettera alla cognata Tatiana Schucht del 2 marzo 1933). Il pezzettino di testo compreso tra le parentesi quadre recitava peraltro che il tempo è “la cosa più importante”. Gramsci voleva rilevare come il tempo umano e quindi la Storia sia l’unica misura per giudicare e rivendicare la verità e la validità delle proprie azioni.
Se c’è un diritto di alcuni testi a farsi pur leggere da qualcuno, un diritto esercitato spesso a prezzo di lotte e inenarrabili difficoltà, ci sarà anche il diritto di un libro a una copertina appropriata. Un vestito adatto a presentarsi al mondo, a farsi vedere, a circolare, e che pure rappresenti qualcosa di ciò che è all’interno.
Nella sostanza un problema di marketing, di catturare l’occhio del visitatore di librerie, edicole e supermarket, di seduzione, neppure troppo discreta in alcuni casi. Scansando il rischio di ingannevole pubblicità. Ecco allora la lusinga dei gusti: sobrietà Bauhaus o florilegi Art Deco? Colori vivi o tinte autunnali? Prevedere, orientare quello che vuole il pubblico. Ma c’è anche il proposito del narratore di sostenere il testo con qualche cosa d’altro, un supplemento di significato, un elemento che lo scrittore senta un po’ suo, in modo non dissimile dallo scritto. Continua a leggere
Enrico Camanni, La notte del Cervino , Cda & Vivalda Editori –2003 – pagg. 168 – euro 12,00
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Si torna indietro nel tempo della memoria. E del cuore. E’ un libro dolcissimo e di strazio interiore questo che è ambientato in una notturna Ivrea, freddolosa come certi amori che svaporano nell’autunno. Non è solo libro di montagna. E’ un libro di dolori, un cancro che divora un padre serio, una madre che si dispera, ed una figlia che impara il giornalismo e la montagna attraverso un amore che ha il dono di poter restare. E’ un libro pieno di cose domestiche, questo. Sa di buono anche se ha dentro un grandissimo e lacerante dolore. Come un grido nella notte. Camanni dice che un grande dolore ha bisogno di respirare. Lo sanno i familiari di chi si è beccato un cancro. Come un proiettile che arriva all’improvviso. O un cane, una brutta bestia che latra e non guarda nessuno negli occhi perché è sporca da morire dentro di sé. Continua a leggere
Ma li avete visti quei pezzenti entrare a Piazza Navona sul furgoncino bianco con dentro mazze di ferro colorate di bianco rosso e verde? Li avete visti scendere e togliersi le cinte e cominciare senza nessun motivo a tirar cinghiate? Li avete visti mentre impuniti venivano, con tutta calma, fatti spostare dalle forze dell’ordine su un lato della piazza? Li avete visti mettersi in formazione, posare per i fotografi, fare le faccette da duri? Li avete visti questi pezzenti mentre assalivano liceali inermi e professoresse e maestre? Dico, li avete visti? Probabilmente non li avete visti bene perché altrimenti avreste alzato la testa e allargato le spalle; non li avete visti bene perché avete costretto una trasmissione televisiva a farveli rivedere, stavolta meglio, con immagini inedite e ingrandite. Ora li avete visti? Ancora no? Strano però. Dato che ancora non li avevate visti questi pezzenti ieri sera hanno scavalcato i cancelli della rai e col volto coperto dai passamontagna hanno urlato ai giornalisti della trasmissione che aveva tentato di farveli vedere minacce contro i familiari. Avete capito? Sentito? Continua a leggere
LA CRISI TRA PASSATO E PRESENTE
L’altalena delle borse non coincide con la fine del capitalismo, ma con un suo assestamento per riportare ordine e integrare così le periferie dell’impero. La crisi letta attraverso le tesi di Guy Debord sulle «società dello spettacolo»
di Ugo Mattei
Provare ad utilizzare le categorie di Guy Debord per riflettere sulle grandi trasformazioni in corso apre percorsi di ricerca che possono essere solo accennati in un articolo, ma sui quali occorrerà tornare in futuro. È noto come il «dottore in nulla» nella sua Società dello Spettacolo avesse introdotto due modelli contrapposti, lo «spettacolo concentrato» proprio delle società totalitarie e dittatoriali, e lo «spettacolo diffuso» proprio delle democrazie occidentali, dominate dal consumismo. Continua a leggere
“Francesco? Che sorpresa! Non tornavi da un sacco di anni…”
“Ventidue…”
“Beh, sono davvero tanti… ti trovo in forma… ma ora siediti, voglio offrirti qualcosa da bere.”
Mi accomodai su uno sgabello, presso il bancone.
“Va bene il solito? Non sarai diventato astemio?”
“Non ancora del tutto…” Continua a leggere