Archivio mensile:Ottobre 2016

TRA SUONO E PAROLA: LA MUSICA DI GANESH DEL VESCOVO

di Giovanni Agnoloni

ganeshMi è gradito fare una riflessione sul rapporto tra suono e parola, in occasione del conferimento al Maestro Ganesh Del Vescovo del prestigioso Concorso di Composizione Michele Pittaluga 2016 nella categoria dedicata alle composizioni per una oppure due chitarre a sei corde (della durata massima di 8 minuti circa, di forma e linguaggio libero).

Si tratta di uno dei più importanti riconoscimenti a livello mondiale per i compositori per chitarra classica. E Ganesh è un compositore e un esecutore attentissimo alla sonorità come veicolo di espressione di contenuti emozionali e spirituali.

Ben poco, oggi, si riflette su questi aspetti, nella critica letteraria. Normalmente l’attenzione è per lo più rivolta ad aspetti strutturali e concettuali, ma a mio avviso il nucleo della ricerca poetica e narrativa, così come di quella musicale, è proprio nel suono, da intendersi come vibrazione, e dunque manifestazione energetica primordiale. Il fatto che poi questo si articoli in narrazioni (o melodie) ed evochi concetti e valori è certamente importante, ma non “fa” da solo un’opera autenticamente artistica. L’anima della stessa attinge infatti al profondo, ovvero ai territori interiori dell’autore (o del compositore), dai quali il suo vissuto personale, relazionale e culturale si riversa sulla carta con la capacità di raggiungere visceralmente il lettore/spettatore. Continua a leggere→

“SONO DIO”, DI GIACOMO SARTORI

Recensione di Luigi Preziosi

sonodioL’ultimo libro di Giacomo Sartori, Sono Dio (NN Editore, Milano, 2016), sorprende sia per il tema sia per la cifra stilistica scelta per trattarlo, entrambi inconsueti per l’autore. Il titolo non nasconde un’iperbole o un’affermazione paradossale: dalle profondità dell’universo è dio stesso che parla. Racconta di sé, senza intermediari o rivelazioni che lo rendano comprensibile all’umanità. Contempla l’universo, con particolare interesse per la bellezza delle stelle, e si compiace della varietà infinita di forme con cui la vita si dispiega ovunque. Un po’ meno compiaciuto è il suo sguardo quando si posa su quel minuscolo dettaglio del creato che è l’uomo, di cui, nella sua sconfinata capacità di discernimento, coglie con precisione le imperfezioni, i limiti e le miserie. Le sue ricognizioni generano spunti per monologhi sconfortati sull’umanità, eccessivamente intenta ad attività non solo banali, ma anche deleterie per l’ordine cosmico, utili ad appagare egoismi voraci e irrefrenabili. Le conseguenti perversioni dell’uso del denaro, della tecnologia e della genetica che gli tocca osservare sono tali da farlo dubitare (contraddizione in termini, sia chiaro, l’onnipotente non può dubitare…) non solo della propria infallibilità ma anche del suo amore per le sue creature (il che ce lo rivela non proprio come il dio dei cristiani). Continua a leggere→

66. Annunci finali

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Noi “sapevamo”. Eravamo sicuri che gli eventi sarebbero accaduti, e altrettanto consapevoli della loro gravità. Tentavamo di comunicare la certezza in modi comprensibili e accettabili, ma arrivava il momento in cui si creava la distanza, il dubbio, in cui il muro dell’incredulità diventava una barriera insormontabile. Questo non ci impediva di proseguire nell’opera di sensibilizzazione, nell’annuncio di tempi che avrebbero cambiato lo scenario mondiale e, di conseguenza, l’insieme dei nostri microcosmi. Se da più di trent’anni la Madonna lanciava i suoi messaggi, il motivo doveva essere importante. Pensavo a quanto fosse difficile per Dio farsi presente ai suoi figli distratti, assorbiti dai loro interessi, obiettivi ed ambizioni, come se il tempo non dovesse riservare delle svolte, come se oltre l’angolo non potesse mai manifestarsi una sorpresa. Il nostro compito era aprire le menti, ma soprattutto i cuori: far riscoprire la dimensione della profondità, in un mondo appiattito sulle frivolezze e le apparenze, come una sala da ballo sfarzosa e rumorosa poco prima dello scoppio della guerra. Già, la guerra: era difficile immaginare gli effetti di un conflitto globale nell’epoca delle armi nucleari. Forse proprio questo faceva intravedere il cambio di paradigma generale a cui tutte le profezie si riferivano. Eppure erano pochi quelli che ascoltavano: mangiavano, bevevano, si sposavano. La storia sembrava ripetersi negli stessi termini, nello stesso, puntuale appuntamento con l’uomo e la donna sordi e ciechi. Noi annunciavamo, nonostante: qualcuno, prima o poi, avrebbe aperto gli occhi.

Edo e Neri, e la Chiesa del gonfalone in giubilo

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Raccontando del libero dialogo tra Edoardo De Angelis e Neri Marcorè in
“due amici dopo cena, tra chiacchiere e canzoni”

di Michele Caccamo

Ci sono parole capaci di agitare ogni fiammella della memoria: quella parte della nostra vita esclamativa che ci ha resi contenti, o l’infinita somiglianza tra le nostre nostalgie e le nostre paure. Ascoltarle è come tenere ferma una mappa nel vento, mantenendo una volontà strepitosa; è come lasciare roteare i ricordi nel mezzo del soffitto e nell’attesa, nel tempo.
Ieri sera sono stato sulle spalle di Edoardo De Angelis e Neri Marcorè: ho reso il mio cuore silenzioso e poggiato per terra le mie croci. Ho voluto essere senza esperienza senza linguaggio, per rimanere nel lato contrario dei miei occhi. Continua a leggere→

La poesia e “La prima verità”

di Massimo Maugeri

La prima veritàIl nuovo romanzo di Simona Vinci, “La prima verità” (Einaudi Stile Libero Big, p. 408, € 20), vincitore del Premio Campiello 2016, ha un rapporto molto forte con la poesia. Il titolo del romanzo deriva, in effetti, proprio dal verso di una delle poesie che Ghiannis Ritsos, grande poeta greco del Novecento, ebbe modo di scrivere a Leros, l’isola/manicomio in cui, partendo da vicende realmente accadute, la Vinci ha ambientato il suo romanzo.
Parliamo di poesia con l’autrice di “La prima verità”.

-Simona, che rapporto hai con la poesia?
La poesia è il mio grande amore, forse il primo. Credo che la prima cosa che ho pubblicato su una rivista quand’ero all’università sia stata una poesia. Un po’ me ne vergogno, perché credo che scrivere poesie sia difficilissimo. È più facile scrivere racconti o romanzi. Continua a leggere→

POESIA E POTERE – di Giovanni NUSCIS

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Pur ritenendo illuminante, per affrontare il tema, la lettura diretta di alcuni testi poetici non è forse inutile fare una breve premessa.
Inizierei intanto con due definizioni, una di poesia e una di potere, tra quelle che mi paiono più appropriate nell’economia del discorso.
Poesia (dal dizionario Garzanti) è “l’arte e la tecnica di comporre versi o, più generalmente, di esprimere in forme ritmiche (estranee alla prosa) idee, sentimenti e realtà secondo la propria visione del mondo”.
Potere (definizione sociologica da http://www.sapere.it/enciclopedia) “capacità di assumere decisioni che determinino comportamenti di altri, entro una relazione sociale che coinvolge gruppi o singoli individui. Il potere implica, perciò, la possibilità di ricorrere a strumenti in grado di imporre la decisione presa a soggetti che non la condividano. In questa prospettiva, il potere si manifesta come esercizio possibile di mezzi che spaziano dall’influenza personale (compresa la seduzione) al più brutale impiego della violenza fisica.” Continua a leggere→

La seconda edizione della V era del contest letterario online MINUTI CONTATI

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Lunedì 17 Ottobre alle 21,00 avrà luogo la novantesima edizione (seconda della V era) del contest letterario più veloce del web; padrino di questa edizione lo scrittore sardo Andrea Atzori, intervistato per l’occasione sul sito di Minuti Contati.

Atzori ha pubblicato diversi romanzi, tra cui la saga fantasy per ragazzi Iskida della terra di Nurak, che ha suscitato l’interesse del premio Oscar per gli effetti speciali Anthony La Molinara, che sta lavorando sulla realizzazione di un teaser cinematografico per il primo episodio della saga. Continua a leggere→

Toujours*

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Ho conosciuto il nome Paris nell’ultima traversina acciottolata dello Zorio, vicolo Carducci, a Casalvecchio,  scorgendo il nome, prima ancora di leggerlo, accanto alla Torre ne L’Almanach de L’Humanité, uno dei doni dello zio Nino, lo zio francese, a mio padre.

Poi lo sentii riecheggiare, il nome Paris, all’ora di cena, ancora nella luce dell’eterna estate del paese, alla radio, con Toujours Paris, col “Miei cari amici vicini e lontani, buonasera ovunque voi siate” di Nunzio Filocamo – ed erano poi le voci di Edith Piaf, di Leo Ferré, di Gilbert Becaud, di Yves Montand, Charles Aznavour, Charles Trenet, Juliette Greco, fino all’immenso Maurice Chevalier (gran bonario protagonista del film Jessica nella dirimpettaia “Forzadàgro”), fra i più amati da mio padre, a trasformare il vicolo, per quell’altrove aperto come la nostra valle panoramica, in un altrove in cui eravamo di casa, freneticamente e amabilmente cantato, per ipotetici immensi viali.

Dalla Francia, che per noi era in fondo solo una grande disseminazione di Paris, zio Nino portava in dono profumi, pain d’épices, gauloises, e il racconto delle lotte, troppo presto lasciate in Italia, dai tempi dell’Unità clandestinamente diffusa nelle fodere dei cappotti dell’amico sarto, quel Nino Aveni nella cui bottega si riuniva la cellula del soldino (era il codice usato nelle passeggiate serali a Messina, nelle ombre di Piazza Cairoli).

Certo, zio Nino appariva ormai francese in tante cose, ma anni dopo dovetti ricredermi: lo zio passava le serate con Verdi, Rossini, Bellini, Donizetti, Mascagni, Leoncavallo… Sicché avrà riso, sornione, della nostra passione per la lontana Paris musicale, coltivata in un lontano vicolo panoramico dello Zorio.

Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa

[youtube=https://youtu.be/OvqMwCVzCyA]

da qui

Fernando Pessoa


Ode alla Notte

da: Fernando Pessoa, Poesie di Álvaro de Campos, a cura di Maria José de Lancastre, traduzione di Antonio Tabucchi, Biblioteca Adelphi, 1993.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Spiegel im Spiegel , Arvo Pärt

Vieni, Notte antichissima e identica,
Notte Regina nata detronizzata,
Notte internamente uguale al silenzio,
Notte con le stelle, lustrini rapidi sul tuo vestito frangiato di Infinito.
Vieni vagamente, vieni lievemente,
vieni sola, solenne, con le mani cadute lungo i fianchi,
vieni e porta i lontani monti a ridosso degli alberi vicini,
fondi in un campo tuo tutti i campi che vedo,
fai della montagna un solo blocco del tuo corpo,
cancella in essa tutte le differenze che vedo da lontano di giorno,
tutte le strade che la salgono,
tutti i vari alberi che la fanno verde scuro in lontananza,
tutte le case bianche che fumano fra gli alberi
e lascia solo una luce, un’altra luce e un’altra ancora,
nella distanza imprecisa e vagamente perturbatrice,
nella distanza subitamente impossibile da percorrere.
Nostra Signora delle cose impossibili che cerchiamo invano,
dei sogni che ci visitano al crepuscolo, alla finestra,
dei propositi che ci accarezzano sulle ampie terrazze
degli alberghi cosmopoliti sul mare,
al suono europeo delle musiche e delle voci lontane e vicine,
e che ci dolgono perché sappiamo che mai li realizzeremo.
Vieni e cullaci,
vieni e consolaci,
baciaci silenziosamente sulla fronte,
cosi lievemente sulla fronte che non ci accorgiamo d’essere baciati
se non per una differenza nell’anima
e un vago singulto che parte misericordiosamente
dall’antichissimo di noi laddove hanno radici quegli alberi di meraviglia
i cui frutti sono i sogni che culliamo e amiamo,
perché li sappiamo senza relazione con ciò che ci può essere nella vita.
Vieni solennissima,
solennissima e colma di una nascosta voglia di singhiozzare,
forse perché grande è l’anima e piccola è la vita,
e non tutti i gesti possono uscire dal nostro corpo,
e arriviamo solo fin dove arriva il nostro braccio
e vediamo solo fin dove vede il nostro sguardo.

Vieni, dolorosa,
Mater Dolorosa delle Angosce dei Timidi,
Turris Eburnea delle Tristezze dei Disprezzati,
fresca mano sulla fronte-febbricitante degli Umili,
sapore d’acqua di fonte sulle labbra riarse degli Stanchi.
Vieni, dal fondo dell’orizzonte livido,
vieni e strappami dal suolo dell’angustia in cui io vegeto,
dal suolo di inquietudine e vita-di-troppo e false sensazioni
dal quale naturalmente sono spuntato.
Coglimi dal mio suolo, margherita trascurata,
e fra erbe alte margherita ombreggiata,
petalo per petalo leggi in me non so quale destino
e sfogliami per il tuo piacere,
per il tuo piacere silenzioso e fresco.
Un petalo di me lancialo verso il Nord,
dove sorgono le città di oggi il cui rumore ho amato come un corpo.
Un altro petalo di me lancialo verso il Sud
dove sono i mari e le avventure che si sognano.
Un altro petalo verso Occidente,
dove brucia incandescente tutto ciò che forse è il futuro,
e ci sono rumori di grandi macchine e grandi deserti rocciosi
dove le anime inselvatichiscono e la morale non arriva.
E l’altro, gli altri, tutti gli altri petali
– oh occulto rintocco di campane a martello nella mia anima! –
affidali all’Oriente,
l’Oriente da cui viene tutto, il giorno e la fede,
l’Oriente pomposo e fanatico e caldo,
l’Oriente eccessivo che io non vedrò mai,
l’Oriente buddhista, bramanico, scintoista,
l’Oriente che è tutto quanto noi non abbiamo,
tutto quanto noi non siamo,
l’Oriente dove – chissà – forse ancor oggi vive Cristo,
dove forse Dio esiste corporalmente imperando su tutto..
Vieni sopra i mari,
sopra i mari maggiori,
sopra il mare dagli orizzonti incerti,
vieni e passa la mano sul suo dorso ferino,
e calmalo misteriosamente,
o domatrice ipnotica delle cose brulicanti!
Vieni, premurosa, vieni, materna,
in punta di piedi, infermiera antichissima che ti sedesti
al capezzale degli dei delle fedi ormai perdute,
e che vedesti nascere Geova e Giove,
e sorridesti perché per te tutto è falso, salvo la tenebra e il silenzio,
e il grande Spazio Misterioso al di la di essi.. Vieni, Notte silenziosa ed estatica,
avvolgi nel tuo mantello leggero
il mio cuore… Serenamente, come una brezza nella sera lenta,
tranquillamente, come un gesto materno che rassicura,
con le stelle che brillano (o Travestita dell’Oltre!),
polvere di oro sui tuoi capelli neri,
e la luna calante, maschera misteriosa sul tuo volto.
Tutti i suoni suonano in un altro modo quando tu giungi
Quando tu entri ogni voce si abbassa
Nessuno ti vede entrare
Nessuno si accorge di quando sei entrata,
se non all’improvviso, nel vedere che tutto si raccoglie,
che tutto perde i contorni e i colori,
e che nel cielo alto, ancora chiaramente azzurro e bianco all’orizzonte,
già falce nitida, o circolo giallastro, o mero diffuso biancore, la luna comincia il suo giorno.

Bisogna pensare alla madre. Un raccontino di Rosa Salvia

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Bisogna pensare alla madre come terra inerte e al tempo stesso bramosa di frutti perché, nel gioco fra passività e desiderio, lo spirito maschile compia la sua riproduzione, a distanza, come si addice al sole che, con l’energia dei suoi raggi, scalda la materia e causa la vita.
Esso rimane comunque “fuori” da quel processo vischioso in cui la vita si trasforma in corpo entro un altro corpo, quello materno il cui fuoco lento semplifica lo spazio, eco d’ una voce chiusa nell’inconscio che risale dall’oltre.
Là dove sta l’ansia di vita, l’ansia di morte, là dove si fa tutto doppio e leggero
Pesante come il cerchio di un anello d’oro fino –
Là dove non sei sicuro di sapere se esisti
Là dove odi fiabe uscire dalla pietra, molle come una palude
Là dove vuoi divenire un segno, un fossile, una foglia, a testimone del mistero dei tempi –
Là dove una sola scheggia di te basterà ad abbattere un muro
E nel verde silenzio crescerà il filo di Arianna che lega esperienza e intuizione.

How I Discovered Poetry di Marilyn Nelson (USA, 1946)

libro

It was like soul-kissing, the way the words
filled my mouth as Mrs. Purdy read from her desk.
All the other kids zoned an hour ahead to 3:15,
but Mrs. Purdy and I wandered lonely as clouds borne
by a breeze off Mount Parnassus. She must have seen
the darkest eyes in the room brim: The next day
she gave me a poem she’d chosen especially for me
to read to the all except for me white class.
She smiled when she told me to read it, smiled harder,
said oh yes I could. She smiled harder and harder
until I stood and opened my mouth to banjo playing
darkies, pickaninnies, disses and dats. When I finished
my classmates stared at the floor. We walked silent
to the buses, awed by the power of words. Continua a leggere→

Gli album di Roland Barthes

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di Guido Michelone

 

Nel 2015 per festeggiare il centenario della nascita di Roland Barthes, il grande studioso francese prematuramente scomparso a 65 anni per un banale incidente automobilistico (investito di striscio da un furgoncino, muore un mese dopo per lesioni interne non subito rilevate), le parigine Éditions du Seuil pubblicano il volumone Album, ora prontamente tradotto da Il Saggiatore. Cos’è Album? Come dice il sottotitolo, si tratta di Inediti, lettere e altri scritti, che assumono un significato fondamentale per completare la conoscenza di un autore sui generis che tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso rivoluziona non solo la cultura d’Oltralpe, ma il panorama intellettuale del mondo intero. Continua a leggere→

LE STREGHE DI LENZAVACCHE di Simona Lo Iacono

di Massimo Maugeri

Una delle caratteristiche principali della poetica di Simona Lo Iacono consiste nella commistione tra letteratura e diritto, tra narrazione e norma giuridica. Questo elemento, che potremmo considerare come vero e proprio marchio caratterizzante della scrittura dell’autrice siracusana – già presente nei suoi tre precedenti romanzi: Tu non dici parole (2008), Stasera Anna dorme presto (2011), Effatà (2013) – lo ritroviamo anche nella sua nuova opera letteraria: Le streghe di Lenzavacche (edizioni e/o – semifinalista al Premio Strega 2016). Il riferimento a una normativa giuridica (relativa all’istituzione scolastica al tempo del regime fascista) avrà un ruolo fondamentale per lo sviluppo della narrazione.
La trama è costruita su un duplice piano temporale (il 1600 inoltrato e il 1938) sviluppato nel medesimo luogo di ambientazione: l’immaginario paesino siciliano di Lenzavacche che si affaccia alla mente di noi lettori come una piccola realtà cittadina a vocazione rurale e peschereccia (peraltro una contrada chiamata Lenzavacche esiste davvero nella provincia siracusana). Continua a leggere→

65. Lo Straniero

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Si affacciava sempre più un’idea portante, di quelle che appena si presentano diventano necessarie e imprescindibili: l’idea dell’alterità del Regno e del Vangelo, e dunque dell’urgenza di aprirsi a qualcosa – o meglio a Qualcuno – che non può lasciarti come prima.
La preghiera ci faceva comprendere che lo Spirito comunica le coordinate della vita trinitaria, quello che San Paolo chiama “il pensiero di Cristo”. Aprirsi all’Altro significava accogliere lo Straniero che abitava in noi, camminava con noi, come quel giorno sulla strada da Gerusalemme a Emmaus. Suonava anche più chiara, in questo modo, la dichiarazione del pastore universale davanti a tutti i popoli, nel giorno del Giudizio: ero straniero e mi avete ospitato. Il primo forestiero da accogliere era il Sé, che giaceva inascoltato nell’abisso della vita, quello che appare solo in sogno in certe notti segnate dal destino. Se avessimo aperto la porta al viandante misterioso, all’Archetipo di tutti gli archetipi, avremmo incontrato anche noi stessi, e non avremmo temuto mai più nulla. La vita trinitaria si faceva strada nei cuori provati da sofferenze e umiliazioni. Quella strana forma di amore che si chiama agàpe si insinuava alla luce del giorno, e non più solo nei sogni della notte. L’Altro era la chiave per distinguere le coordinate del nostro viaggio verso il Paradiso.