Archivio mensile:Luglio 2026

Federico Garcìa Lorca

 

a cura di Giorgio Stella

L’ombra della mia anima

L’ombra della mia anima
fugge in un tramonto di alfabeti,
nebbia di libri
e di parole.

L’ombra della mia anima!

Sono giunto alla linea dove ha termine
la nostalgia,
e la goccia di pianto si muta
in alabastro di spirito.

(L’ombra della mia anima!)

Il nodo del dolore
si scioglie,
ma resta la ragione e la sostanza
del mio vecchio mezzogiorno di labbra
del mio vecchio mezzogiorno
di sguardi.

Un labirinto oscuro
di stelle affumicate
confonde il mio sogno
che è come illanguidito.

L’ombra della mia anima!

E un’allucinazione
dispone gli sguardi.
Vedo dissolversi
la parola amore.

Usignolo mio!
Usignolo! Ancora canti?

Madrid, dicembre 1919

Poesia e mistica, di Massimiliano Bardotti.

 

Il mondo non lo risaneremo –
Scorrerà per sempre la tristezza sulla terra –
ma potremo, questo sì,
spargere un profumo –
leggero attorno a noi –
che qualcuno che lo avverta sia sorpreso
da un ricordo, una speranza,
un cenno di consolazione.

Il mondo non lo risaneremo.
Per sempre ancora scorreranno vite
su questa terra triste –
su questo mondo che tristissimo costringe
le vite a rifugiarsi nel timore,
a consolarsi con pezzi già guastati
di felicità d’avanzo,
a confondersi in amori
messi insieme dalla pena.

Non lo risaneremo il mondo.
Non ci resterà che amarlo.

Bernardo De Angelis
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Michele Ranchetti

 

a cura di Giorgio Stella

Di chiesa in chiesa verso la reliquia
l’itinerario è dove sei, è in te, non ha
segni apparenti: dove era
una strada e attorno vi si apriva
un accorrere, è fisso
sbarrato un presente.
Rimane un abside, un portale
figure di dannati in fughe
apocalittiche a formare
un intrico di fede
murata nelle anime credenti:
i corpi vanno al riscontro.

Giuseppe Conte, “Della stessa sostanza dei sogni. Monologhi del mito”

Articolo di Giovanna Visci

IL RISVEGLIO DI PAN E LA GENESI DEL CANTO

Giuseppe Conte, Della stessa sostanza dei sogni. Monologhi del mito (Bompiani, 2026)

“Credici o crepa”.

È questa la chiave di lettura dell’ultima opera di Giuseppe Conte, Della stessa sostanza dei sogni. Monologhi del mito, edito da Bompiani. Un imperativo che non è un semplice espediente stilistico, una formula che si ripete come un mantra o il responso di un oracolo ma l’invito, quasi imperativo che lo scrittore rivolge a sé stesso e al lettore, a credere nel mito, nella letteratura, nei sogni per resistere ad un tempo di nichilismo e di morte. “Il problema è sempre credere, amico mio, non avere paura di credere”.

Il poeta Giuseppe Conte pubblica questo romanzo nel maggio del 2026, dopo decenni di fedeltà ai valori della poesia, del mito e della natura. Fin dagli esordi poetici con L’ultimo aprile bianco (1976) e narrativi con Primavera incendiata (1980), attraverso i numerosi romanzi, le raccolte poetiche riunite nel volume Poesie 1983-2015 edito per la Mondadori, e i numerosi saggi, tra cui Il mito greco e la manutenzione dell’anima (Giunti, 2021), la voce di Conte si è sempre distinta per la sua capacità visionaria e metaforica. La sua ricerca si è orientata costantemente, attraverso il mito, intorno a quelle dimensioni dell’esistenza come l’eros, la natura, l’anima, il sacro, che l’umanità contemporanea sembra aver smarrito, soggiogata dalle logiche del potere, dell’economia e della tecnologia. Per questo, lui, “come un archeologo dei suoi giorni”, come lo definisce Raboni, riporta alla luce ciò che è stato rimosso o dimenticato.

Su una spiaggia della Sicilia, vicino ai Giardini di Naxos e ai piedi dell’Etna, dove i greci con le loro navi erano venuti a fondare la prima colonia e il tempio di Apollo, un litorale prossimo a scomparire ed essere divorato dalle onde del mare, l’io narrante, narratore di primo grado e primo alter ego dello scrittore, incontra quello che a prima vista sembra “un grumo nero, un tronco arenato, una montagnola di alghe secche” e che si rivela, poi, essere “un demone. Uno spirito custode del mare. O forse un senzatetto in carne e ossa”. Pare che dietro di lui si nasconda “un profeta inascoltato, un angelo caduto, un esiliato che possiede una verità terribile”, “uno di quei relitti umani” nei confronti dei quali il poeta ha sempre provato un senso di fraternità.

Già da questa prima pagina del libro si capisce come la narrativa di Conte mantenga, sempre, le tracce del suo stile di poeta: una scrittura fortemente metaforica e simbolica, l’accumulazione di immagini e di enumerazioni, un lessico misto tra il concreto e il sacrale. La sintassi è paratattica e per apposizioni, più evocativa che dimostrativa ed il tono è visionario. Con l’aiuto di Ungaretti e del titolo, Della stessa sostanza dei sogni, citazione presa in prestito dall’autore dalla Tempesta di Shakespeare, capiamo che “quel grumo nero” è un altro alter ego del poeta, un “grumo di sogni”, unanime e fraterno a tutti noi, non solo per la consapevolezza della fragilità e della labilità della vita umana ma anche per la capacità di saper vedere oltre ciò che appare e di sapersi connettere con il mistero. È un uomo libero che ama il mare, un senzatetto perché senza protezioni politiche o accademiche, “mon semblable, mon frère”, come avrebbe scritto Baudelaire; capace di accogliere le visioni e rivelarle agli altri, come Blake o Rimbaud; sullo sfondo di un paesaggio che, però, oltre ad essere quello paterno, rievoca quello della Sicilia di Quasimodo e degli Ossi di Seppia di Montale: eroso, in via di disfacimento, che ha dinanzi a sé come unico orizzonte possibile il mare. Per Conte il paesaggio è, oltre che luogo letterario, sempre il “punto di partenza per un ragionamento”, come aveva intuito Italo Calvino nel 1983 recensendo L’Oceano e il Ragazzo: la sabbia erosa è la denuncia di un problema ecologico, il mare è ricerca di un “varco”, oltre la realtà apparente e cruda delle cose, ma anche luogo ove arrivano naufraghi e reietti dal nostro Mediterraneo.

A questo demone senzatetto, che non ha un’Itaca e non sa dove tornare, ma sente il desiderio continuo di fare ricerca, proprio come il poeta dichiara di sé più volte nelle sue poesie (Il mio demone è un senzatetto in G. Conte Ferite e rifioriture, Mondadori, 2025), per sette giorni, tanti quanti sono i giorni della Genesi, appaiono all’alba delle dee, degli dei, delle eroine e degli eroi. Le figure non si susseguono in maniera casuale ma seguono un percorso ascensionale e sono ben collegate l’una all’altra: si parte da Gea, che emerge dal Caos, fino ad arrivare a Pan, di cui era stata annunciata la morte, che qui, rappresenta, invece, il punto di arrivo a suggello del percorso iniziatico del poeta. Il Saggio su Pan di Hillman viene citato dallo stesso autore come punto di riferimento nella Nota dell’autore, insieme ad altri scrittori come Ovidio, Omero, Pavese e Lawrence.

Questi personaggi si presentano al senzatetto, parlano in prima persona, utilizzando un linguaggio che è caratterizzato da una varietà di registri: a volte utilizzano un lessico colloquiale, gergale, onomatopeico (“cazzo”, “quel briccone”, “grooooow rooooow oooooow”) a volte elevato e specifico (“sclerotizzato”, “agalmatofilia”); a volte parlano in inglese (“Hi man, wake up”), altre in greco (“kai su kaire), altre in italiano; conoscono canzoni (“My fair lady”) e versi dei poeti (“Quant’è bella giovinezza…chi vuol esser lieto sia”). Danno del “tu” al senzatetto, in modo confidenziale, proprio a testimonianza che gli dei sono fra noi, come noi, caratterizzati da una modernità e da una varietà umana. È il Mitomodernismo. Sono loro stessi a raccontarci le loro storie nei diversi monologhi, I monologhi del mito, come rivela il sottotitolo del libro. Anche loro, narratori di terzo grado, costituiscono ulteriori aspetti dell’anima dello scrittore, a un livello più profondo: ciascuno è una parte dei movimenti dell’anima di Conte e dell’essere umano. Se ci interroghiamo su questa scelta narrativa dello scrittore, capiamo che è dovuta alla volontà di avvicinarsi all’essenza dell’anima dell’uomo, caratterizzata proprio dalla molteplicità. Provando a chiederci quale divinità sia più vicina al nostro animo o a quella di Conte, non riusciremo a trovare una risposta: tutte le voci delle dee e degli dei, delle eroine e degli eroi risuonano in noi. Non possiamo scegliere chi seguire fra Atena, Afrodite, Ermes o Antigone ma tutte le voci restano in noi riecheggiando la moltitudine whitmaniana: “Do I contradict myself? / Very well then I contradict myself,/ (I am large, I contain multitudes)”. La scelta della narrazione a incastro, permette di scendere in profondità, di scandagliare l’animo umano e dello scrittore, oltre che ampliare le prospettive e le visioni del racconto.

La narrazione di questa Genesi, inoltre, ha un percorso lineare e ascensionale ed interessante sarà, poi, interrogarsi sull’oggetto della creazione. Nella prima giornata si comincia con Gea, Eos, Afrodite, Anfitrite, Medusa, Ifimedia, Amimone: tutte divinità greche femminili, riconducibili all’archetipo del femminile originario che hanno a che fare con la l’acqua, la fecondazione, il desiderio e la metamorfosi. Sono la forza creatrice originaria e trasformativa. La seconda alba porta con sé delle divinità liminali, che invitano a riflettere sui labili confini dell’identità umana: Ermes, Ermafrodito, Tiresia, Tamiri ed Efesto sono figure che incarnano la metamorfosi e ci invitano a riflettere su come l’essere umano cresca e si arricchisca con l’incontro con l’atro, diverso da sé. La terza mattina le visioni del senzatetto portano Atena, Artemide, Atalanta, Marpessa, Aretusa e Persefone. Ci troviamo di nuovo di fronte a delle figure accomunate dall’elemento femminile, profondamente legate agli elementi naturali e al destino. Si tratta, però, di un femminile diverso che rivendica il diritto all’autonomia e alla rinascita.  Nella quarta mattina arrivano Eracle, Prometeo, Pigmalione, Dedalo e Talo: gli eroi dalla forza erculea, che rappresentano il potere creativo e trasformativo dell’uomo, attraverso la forza, la tecnica, l’intelligenza. Ma Conte ci avverte: “Ascoltami, un eroe non è chi compie grandi imprese, ma chi resiste, cocciuto, alla barbarie del mondo.” Nella quinta mattina, ecco che arrivano a coppie Arianna, Teseo, Medea, Giasone, Edipo e Antigone. Ed è l’occasione per riflettere sull’amore di coppia che soffoca, al pari di “Novembre” che rappresenta “il sapere sclerotizzato e scaduto”: lo strutturalismo, la semiologia, la psicoanalisi freudiana, il sociologismo marxista, tutto quello a cui Conte si è ribellato alla fine degli anni Settanta, rivendicando “il diritto di parlare di alberi”, in opposizione a quanto affermato da Brecht. Interessante è l’incontro con Antigone perché genera nel senzatetto, narratore di secondo livello, una reazione unica in tutto il libro. Sinora egli ha sempre ascoltato tutti gli dei parlare sdraiato sulla sabbia, ora si mette in ginocchio, in segno reverenziale, perché ama la sua ribellione e il suo atto di insubordinazione contro il potere gli sembra supremo e necessario. Questa donna che parla, che si ribella, che disobbedisce a una legge iniqua, viene punita ma dona l’esempio a tutte le ragazze che verranno e si rivolge a loro direttamente: “Io obbedisco a leggi più alte e più eterne. È una donna che ti parla, è una donna che si è ribellata, che ha detto no, che ha pagato con la vita la sua disobbedienza. Ho rinunciato a tutto. […] C’era, c’è, qualcosa di più forte dell’affetto e dell’amore, per me. La lotta, la giustizia, la pietà. Ho perso tutto, infelice, figlia di una stirpe infelice. Ma ho dato l’esempio a tutte le ragazze che verranno. Il potere è guerra e sangue, combattetelo, insorgete, mettete le vostre leggi davanti alle sue. Voi potete farlo. Voi, soltanto voi, avete energie per farlo.” L’alba della sesta mattina porta con sé personaggi del ciclo troiano: Enone, Paride, Briseide, Patroclo e Pentesilea. Con loro scopriamo che le vicende della guerra, anche quando portano gloria e fama, arrecano sempre il dolore. L’ultima mattina porta con sé delle figure del ciclo dell’Odissea: Nausicaa, Circe, Calipso, Penelope. Ogni donna ha vissuto e racconta in modo diverso il suo rapporto con Odisseo, punto di riferimento per tutti gli uomini ma da cui Conte si sente in parte diverso: egli non ha mai avuto un’Itaca, mai un Telemaco, mai la sua scaltrezza. Forse in comune hanno avuto la passione per il viaggio, la sete di conoscenza, il mare, l’incontro con diverse donne protagoniste dell’Odissea. La prima, Nausicaa, la giovane “dalle bianche braccia”, che lo ha accolto rispettando le leggi della xenìa; la seconda, Circe, la donna-maga che costringe l’uomo a confrontarsi con la sua natura animale; la terza, Calipso, la donna nasconditrice che invita a riflettere gli uomini sul paradiso e l’immortalità come gabbia spingendo Odisseo a preferire la mortalità e i suoi limiti; infine Penelope, moglie fedele e intelligente, capace di attendere l’uomo che ama senza essere passiva.

In conclusione appare Pan e l’incontro con il dio si rivela un risveglio. Il monologo di Pan ha un tono diverso rispetto alle altre voci, che risultano più narrative. Questo è un inno, un testo lirico che richiama la scrittura di Whitman non solo per i contenuti (la celebrazione dell’io, della molteplicità dell’identità umana, dell’idea di democrazia, di uguaglianza, della amore per la natura, di recupero del corpo e della sessualità) ma anche per la forma (una prosa ritmica vicina al verso libero e lungo whitmaniano che dà la sensazione di ampiezza e di respiro, anafore, ripetizioni, elenchi, paratassi, uso della prima persona, tono celebrativo e profetico). Se Plutarco annunciava la morte di Pan con l’avvento del Cristianesimo, per indicare che la società occidentale predilige la razionalità sull’istinto, la città sulla natura, controlla la spontaneità, il gioco, il sesso, separa il corpo dall’anima, ecco che Conte arriva alla fine del libro a far sentire la voce del dio che ci risveglia e permette a lui, e a noi, di recuperare il gioco, il desiderio, la sessualità, il piacere, la natura, il corpo, il ritmo e, quindi, a questo punto di poter scrivere versi. In Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni. Monologhi del mito Conte, infatti, ci mette davanti non solo alla Genesi del mondo ma a quella del suo poièin, del suo fare poetico. Ci mostra come la sua scrittura nasca partendo dal Caos, “materia inerte e senza forma, tutta buchi e vortici di oscurità pronti ad assorbire e trattenere in sé ogni raggio di luce” fino ad arrivare, attraverso la trasformazione e la metamorfosi, alla nascita di “una stella dalla luce abbagliante […] la stella della sera, Venere”: bella, armoniosa e compiuta. È chiaro l’insegnamento di Nietzsche: “Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante”: i disordini, i dubbi, le sofferenze, le passioni non ancora risolte sono condizioni a volte necessarie per poter generare qualcosa di creativo, di bello e vitale.

Ecco allora la forza risvegliatrice di Pan, che scuote la coscienza addormentata dalle logiche della razionalità, del consumo e della tecnica riportandola al contatto con la natura, con il desiderio e con una dimensione sacra dell’esistenza per aprire le strade alla scrittura della poesia: “Hi man, wake up, ora svegliati e scrivi. Cos’altro sai fare?”

La campana e il vuoto. Kaveh Akbar, o il sacro come ferita

di Andrea Sirotti

C’è un modo, in Kaveh Akbar, di nominare Dio senza metterlo al sicuro in un olimpo devozionale. Dio entra nei suoi versi come forza esposta al dubbio, alla goffaggine, alla fame, al desiderio, al corpo. Il sacro non vi appare mai nella forma di una certezza ascetica; irrompe semmai come una pressione, una ferita, un’ipotesi che torna a bussare proprio quando sembrerebbe impossibile crederle. Per questo Il miracolo, la raccolta uscita in Italia nel 2025 per Il Saggiatore, è un libro religioso nel senso meno pacificato del termine: costringe il lettore a sostare nel punto in cui fede e dubbio si assomigliano e si feriscono a vicenda, senza offrire alcuna dottrina, per quanto eretica possa essere. Continua a leggere→

Vincenzo Cardarelli

 

a cura di Giorgio Stella

Alla morte

Morire sì,
non essere aggrediti dalla morte.
Morire persuasi
che un siffatto viaggio sia il migliore.
E in quell’ultimo istante essere allegri
come quando si contano i minuti
dell’orologio della stazione
e ognuno vale un secolo.
Poi che la morte è la sposa fedele
che subentra all’amante traditrice,
non vogliamo riceverla da intrusa,
né fuggire con lei.
Troppe volte partimmo
senza commiato!
Sul punto di varcare
Lin un attimo il tempo,
quando pur la memoria
di noi s’involerà,
lasciaci, o Morte, dire al mondo addio,
concedici ancora un indugio.
L’immane passo non sia
precipitoso.
Al pensier della morte repentina
il sangue mi si gela.
Morte, non mi ghermire,
ma da lontano annunciati
e da amica mi prendi
come l’estrema delle mie abitudini.

Fiabe

di Fabrizio Centofanti

Un tempo si raccontavano le fiabe, dove il lupo era il lupo, l’orco l’orco, la fata la fata. Oggi il lupo è travestito da fata, e viceversa. L’uomo non distingue più tra chi lo salva e chi lo sbrana, e cresce con l’idea che un’azione cattiva possa essere anche buona: insulta, ferisce, uccide, come se collezionasse fioretti per la prima comunione. In un mondo in cui bene e male si confondono può accadere di tutto: è già un miracolo che una macchina si fermi al rosso, che un cliente paghi la spesa, che un uomo o una donna vadano al lavoro. Ma capita spesso che un’auto ignori la segnaletica stradale, che qualcuno si appropri della roba altrui, che la gente si assenti dai doveri quotidiani in modo fraudolento. Quando tutto sarà capovolto, ci guarderemo in faccia e proveremo a chiederci dove sia cominciato tutto questo. Riesumeremo dal cassetto le fiabe di un tempo, dove il lupo era il lupo, la fata la fata, l’orco l’orco, e un po’ alla volta ritroveremo il filo.

La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Carolina Anna Falbo

FARE LUCE CON LA POESIA – intervista a Carolina Anna Falbo

La luce è un ragguaglio spirituale – dice la poetessa Carolina Anna Falbo – che si contrappone al livore e alla rabbia percepiti come effetti collaterali di un’esistenza a tratti narcotizzata e abbrutita. Non sono necessarie (o sempre possibili) grandi accensioni: la luce dell’anima arriva nel silenzio, nel sapersi bastare. Continua a leggere→

Anne Sexton

a cura di Giorgio Stella

Neve

Fiocchi fiocchi beati,
spuntano dal cielo
come mosche candeggiate.
La terra non è più nuda.
La terra indossa i suoi vestiti.
Gli alberi sbucano dalle lenzuola
ed ogni ramo porta un calzino di Dio.

C’è speranza,
c’è speranza ovunque.
La metto in bocca.
Qualcuno una volta disse:
non mettere in bocca se non sai
se è pane o pietra.
Tutto quello che metto in bocca è pane
che lievita, gonfio come una nuvola.

C’è speranza,
c’è speranza ovunque.
Oggi Dio dà latte
ed io ho il secchio.

Crepe. Riflessione sulla crisi di Raffaele Niro

 

CREPA

“La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere.”

Antonio Gramsci, Quaderni del carcere [i]

“Wo aber Gefahr ist, wächst
Das Rettende auch.” [ii]

Friedrich Hölderlin, Patmos

Il vocabolario della lingua italiana [iii] registra crepa come sostantivo femminile, derivato dal latino cr?pare, con il significato di “fenditura prodottasi in una superficie, per esempio nello spessore di un terreno arido, secco, o che si presenta in murature o pavimenti, dovuta a cattive condizioni di stabilità dell’organismo strutturale o a insufficiente resistenza della muratura stessa”.

Nella sua accezione più comune la crepa indica un danno, un cedimento, un segnale di instabilità.

Chi è cresciuto in territori instabili, in case che portano nei muri la memoria dei terremoti, conosce la crepa come esperienza concreta.

La si osserva da bambini.
La si misura con gli occhi.
La si impara a leggere come un testo.

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Antonio Porta

 

a cura di Giorgio Stella

[i piedi affondano nella terra molle]

i piedi affondano nella terra molle
i piedi si dimenticano dentro la terra molle
smemorato si allontana con le stampelle di legno
le gambe cedono a una svolta del sottobosco
qui il suolo rifiorisce tutto a tappeto
c’è una testa appoggiata al davanzale
una lingua si sporge per sete
stracolmo di inganni
paese di Primavera
ricordate

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Sulla riva del mare

(foto privata)

«Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: “Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti”.
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”. Egli rispose loro: “Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno”.» [Mt 13,1-23]

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20 righe (per niente) facili

 

di Pasquale Vitagliano

Come Lucy in the Sky Laura Di Donna deve conciliare l’universo mondo con le piccole cose degli umani. Le prime possono arrivare a essere incommensurabili, le seconde, inaccettabili. Ingegnere aeronautico (elemento non trascurabile qui), con Superficie di scrittura (Altavilla Edizioni, 2026) è al suo esordio poetico. Come la pittura è (anche) un modo di decifrare la Natura, anche la poesia può aspirare a tradurre le regole ferree della fisica in sentimenti compatibili. Sarà per questo, forse, che le stanze del libro sono introdotte con titoli che indicano tecniche di pittura. Di zolfo e di gesso odorava la mano/ L’incontro con te/ era solo stechiometria di un abbraccio.

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Jirì Orten

 

C’è calore da te…

(trad. G. Giudici – V. Mikeš)

C’è calore da te, ah qui poter dormire,
nella terra profonda mi immergerei volentieri,
in una mestizia di piogge sgocciolerebbe il mio corpo
tutto spoglio, questo nudo immiserito.

Farsi ciechi di luce con un canto che si spegne!
Già al mio palato sento sete di solitudine,
che m’inebria e mi chiama a un restare
che non sia timoroso ed entri nella musica.

Essere morto, padre, appartenere a nessuno,
non udir passi, non pensare, non sentire,
essere morto, indicibile con se stesso giacere,
esser pronto per sempre, finito essere e avere.

Avere, avere almeno, almeno quel che è più fedele,
il mio libero niente, sognare che si frantuma
in bei cubetti, esser solo, esser più taciturno,
esser nel centro esatto, essere tempo e giardino.

Esser morto alle donne, esser morto agli amici,
esser morto all’angoscia, essere morto ai morti,
essere sì, così proprio, così pienamente e totale,
e non vedere più niente che abbia nome di foglia.

Ah quanto è il tuo calore, da te poter dormire,
mi immergerei volentieri nella terra profonda,
in una mestizia di piogge sgocciolerebbe la gioia
che già soffriva per una meta mai vista.