Archivi autore: fabrizio centofanti

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Talent scout. Andrea Milano, Paesaggio con figura verticale

a cura di Alberto Fraccacreta 

Andrea Milano, Paesaggio con figura verticale, Transeuropa

 

Il mio augure 

 

A Eddy, Amelio filosofo solitario 

 

Ascoltavamo il verso degli uccelli. 

Per me il verso degli uccelli

era sempre stato un senso di colpa. 

Il mio augure li distingueva. 

Sotto questo manto di neve 

riesumeremo nuovi corpi? 

Sorprendersi resuscitare – mi dicevo. 

“Il verso degli uccelli” – lui diceva – 

“è una chiamata al bello”. 

Insegnami mio augure a distinguere 

il senso di colpa e la bellezza. 

 

E le mie mani, che non ho mai usato 

per ammazzare, le userò un giorno 

le userò per rubare. Ruberò

i petali ai ciliegi ancora in fiore 

li ruberò per ridarmi vita, 

per ridarmi vigore. 

 

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Lui


Gesù si prende cura della nostra navigazione nella vita. Sa quanto sia facile perdere la bussola, per questo ci infonde la speranza  di tenere il timone fisso sulla rotta giusta. Sulla meta che è Lui.

Intervista di Gino Rago a Giorgio Linguaglossa sul suo ultimo libro saggistico sulla «nuova poesia»

Intervista di Gino Rago a Giorgio Linguaglossa sul suo ultimo libro saggistico sulla «nuova poesia», L’elefante sta bene in salotto (la Catastrofe,l’Angoscia, la Guerra, il Fantasma, il kitsch,il Covid, la Moda, la Poetry kitchen) Ed. Progetto Cultura, Roma, 2022, pp. 232 con una poesia kitchen da Le risposte del Signor Cogito

 

Domanda: Il retro di cover di L’Elefante sta bene in salotto,  una riflessione sulla «nuova poesia» che si snoda per 222 pagine, recita:

»L’Elefante sta bene in salotto. Intanto, con la sua proboscide fracassa il vasellame, le suppellettili e tutti i ninnoli; ci dice che siamo già oltre i confini del Moderno, che siamo in pieno Dopo il Moderno, nell’epoca del modernariato e del vintage come repertorio permanente di stili defunti che possono essere ripescati riciclati e disusati; ci dice che non c’è alcun elefante, che tutto è a posto, che i nostri dubbi sono in realtà miraggi, prodotto di scetticismo e di cinismo, che abitiamo il migliore dei mondi possibili e ci invita a costruire con uno stile patico le nostre abitazioni di cartapesta ed i lungometraggi con i quali allietiamo le nostre solitudini sociali. Il Signor Capitale ci ammannisce la sordità e la cecità ad obsolescenza programmata, ci dice che l’ultroneo va bene per situazioni ultronee e va bannato, che il reale è razionale e che non esiste nulla di meglio della condizione in cui ci troviamo. Nella realtà viviamo come se fossimo a bordo di un sommergibile: amiamo e odiamo senza le isoglosse del desiderio e della passione, preda di invidie distopiche; in realtà siamo tutti diventati apatici e atopici.  Continua a leggere→

La gioia


Dio è gioia. Non a caso, per i Padri d’Oriente, la tristezza è un pensiero cattivo, uno dei vizi capitali. Se mi abbandono alla provvidenza dell’amore, non posso non trovare in me la gioia di Chi mi ama.

La parola ai poeti. Anita Piscazzi

La parola poetica è una condizione necessaria, spirituale e intima che prelude alla relazione con gli altri e cerca il confronto, anche se l’inquietudine porta ad essere in continua conflittualità interiore e a tendere verso un qualcosa di estremamente riservato e inspiegabile.
Credo sia l’impasto di mano, cuore e mente che portano ad una riflessione che è sempre abitata dalla vita stessa, dal quotidiano e anche da tutto ciò che può sembrare in apparenza banale.  Continua a leggere→

Giorgio Stella. Da “Sterpia”


Dove pisciano i cani

È là, dove pisciano i cani

tra i santi e i morti

che io, davvero, non posso

più morire

ma solo essere me stesso –

Qualche volta ci passa Pasolini;

scende dalla sua Cadillac bianca

che sembra il baraccone

d’un circo, così ridotta a

sanguinare quel sangue antico

che l’anima estinta tace –

Quando gli si chiede

com’è che è andata lui

risponde che

“è stato come gridare tutto

quanto in una sola volta” –

Se lo si interroga meglio

si prende a massaggiare le

guance scavate,

come alludesse che era una

carezza lo scialle che lo coperse.

La mano


Gesù ci prende per mano, nella Sua passione: in ogni stazione ce la stringe, per ricordarci che quanto accade è per salvarci dal male. Solo in croce non può più farlo, ma quello è il momento dell’abbraccio.

Raffaela Fazio. Dalla ferita, la vita.

da qui


Nella singolarità di ciascuno di noi, dovuta al diverso bagaglio con cui nasciamo e alle diverse esperienze che facciamo, esiste un sostrato comune, che potremmo chiamare anche “verità”. Una verità non tanto oggetto di conoscenza circoscrivibile, quanto ispiratrice di vita; ad essa attinge il linguaggio archetipico, declinandosi in modo sempre riconoscibile. Questo è il motivo per cui paure e sogni a cui la creatività umana ha dato voce millenni fa trovano tuttora in noi risonanza.

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Quel problema


Tenendo fisso lo sguardo su Gesù, si legge nella lettera agli Ebrei. Pensiamo se ci guardasse solo quando lo guardiamo: è uno stimolo a rivolgersi verso la risposta, lo scioglimento, la soluzione di quel problema che è la vita.

La voce degli ultimi. Il doulos, lo schiavo, sintetizza tutti i popoli crocefissi

 

“Cristo Gesù, pur essendo di natura divina… svuotò se stesso, assumendo (incarnando) la natura di schiavo…”. 

È lo schiavo il vero passaggio dalla descrizione della realtà che fa l’Antico testamento – che vedeva nel popolo ebraico il popolo eletto, scelto da Dio, che era stato sottoposto a molte prove, a molte sofferenze e molti dolori – a quella che ne fa il Nuovo. Gesù, in qualche modo, non si identifica più con il popolo eletto, ma con il popolo sofferente, con il popolo messo alla prova, con tutti coloro che subiscono ingiustizie, con tutti i popoli crocifissi della storia, nel silenzio e nell’abbandono. Tutti costoro possono essere riuniti in una sola parola: schiavo. Perché schiavo è colui che non è più nelle mani di Dio, che è strappato da quelle mani, per essere messo solo nelle mani degli esseri umani che possono fare di lui ciò che vogliono: lasciarlo in vita o metterlo a morte, dargli il lavoro o il riposo, sottometterlo allo sfruttamento di ogni tipo o concedergli magnanimamente la libertà… 

Il nuovo libro su don Mario


È uscito il secondo volumetto della piccola biblioteca dedicata a un grande uomo, don Mario Torregrossa. Portare avanti la sua opera è la scelta che risuscita un concetto oggi smarrito: il bene comune. Leggere don Mario, parlarne, ragionarci sopra, lasciarsi fecondare dalla sua visione, è un passo in avanti verso la civiltà dell’amore, il sì a un Progetto che ha la forza di scongiurare ogni guerra.

Acquistabile qui:

https://www.youcanprint.it/una-nuova-visione-delluomo/b/cf1e329d-f02f-5214-bfc7-2be31d4c6f61

La parola ai poeti. Abele Longo


Credo di aver scritto sempre poesie,
anche se è solo dal 2005, anno in cui è nata mia figlia Sophia, che è diventata una pratica abituale. Con la nascita di Sophia mi sono ritrovato ad avere meno tempo per quelli che sono i miei maggiori interessi, il cinema e il teatro, ed ho così scoperto che forme brevi come la poesia ben si confanno all’essere genitore. Mi sono ritrovato a leggere una cerchia sempre più cara di poeti – Yeats, Thomas, Campana, Vallejo, Bodini, Alberti, Pasolini, Dolci, Gelman, Bishop, Strand, Ondatje – e a scrivere versi su ogni pezzo di carta a portata di mano. Ne ho fatto la mia ”officina”, come mi piace definirla, che mi dà la possibilità di staccarmi dal quotidiano per reinventarlo, cercare parole e immagini come coordinate di un viaggio sempre nuovo.

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Trenta denari


Gesù è ferito dal rifiuto dell’intimità, che offre con amore. Fermarsi, scendere in sé, ritrovarsi nel battito del cuore, sono i gesti della vera preghiera. Con che li barattiamo? Da due millenni i trenta denari passano di mano in mano, ogni momento.

Insieme


Pensiamo, a volte, d’essere da soli. La folla crea effetti stranianti: sembra di sparire, di scoprirsi invisibili, con un fondo di amarezza. È allora che Gesù ci parla, ci ricorda una parola che guarisce: insieme.