Archivi categoria: Letture

“Verso Nord”, di Pia de Jong

Estratto da

Pia de Jong
VERSO NORD

Traduzione di Claudia Di Palermo

Titolo originale: Lange dagen
Traduzione dal nederlandese di Claudia Di Palermo
I edizione giugno 2010
© 2010 Elliot Edizioni s.r.l.

Tutti i diritti riservati

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L’inverno in cui compii quattordici anni la nostra sala giochi si trasformò lentamente in una cabina di comando. Come una gazza in cerca di oggetti luccicanti per il suo nido, così mio padre si presentava ogni volta con delle nuove cose. La prima a richiamare la mia attenzione fu uno strumento d’ottone, una bussola appartenuta ancora a mio nonno. Mio padre si era deciso ad aprire il baule di cuoio che il giorno dopo il funerale aveva riposto in soffitta e da allora non aveva mai più toccato. Qualche ora più tardi lo vidi strofinare con cura lo strumento, che entrava esattamente nel palmo della sua mano, con un panno morbido. Mio padre diceva che bisognava curare bene gli oggetti, per farli durare più a lungo. Dietro il vetro c’era un ago arrugginito che vibrava appena toccavi la bussola. Continua a leggere

L’ALBATROS

di Antonio Sparzani
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Charles Baudelaire, Les fleurs du mal, I: Spleen et idéal

II. L’Albatros

Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.

À peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l’azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d’eux.

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid!
L’un agace son bec avec un brûle-gueule,
L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait!

Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l’archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.

L’albatros muove la fantasia degli umani; quello che affascina dev’essere il suo appartenere a un altro mondo, un mondo di ebrezza di voli incuranti delle tempeste, di luoghi inaccessibili ? nidifica nelle isole australi più a sud dei “ruggenti 40” ? di eleganza senza confini, di grida incomprensibili, cui l’uomo sempre e comunque vorrebbe attribuire un significato. Il suo mito comincia dal nome della famiglia cui appartiene Continua a leggere

Cosa significa alle volte un premio.

La vittoria del premio Viareggio-Rèpaci da parte del romanzo Riportando tutto a casa di Nicola Lagioia, significa a mio parere soprattutto due cose.
La prima è che in Italia i premi hanno ancora una loro dignità, un ruolo culturale e una ragione d’essere non direttamente legati agli interessi e alle vendite dei grandi gruppi editoriali (il che non è poco, considerando il livello a cui sono scesi negli ultimi anni il Campiello e lo Strega).
Il secondo è che finalmente torniamo a parlare di noi, e lo facciamo investigandoci, interrogandoci, non risparmiandoci, calandoci nelle viscere di quegli anni, gli ottanta, che se un ruolo l’hanno avuto nell’attuale e generalizzato scatafascio del Paese è stato quello di averne costituito il tragico incipit. Continua a leggere

Teratografia – di Vladimir D’Amora

Vladimir e poi D’Amora, 36 inverni che so’ finiti tutti, biondo. E napoletano che non ama Napoli, e non solo perché la pizza è ormai di gomma. Indeciso tra Cruyff e Maradona, separato, vendo quelle scritture la cui morte è fantasma, ancora. Due bei lutti, come corpi morti di animali, intrattabili, col coro di sfibranti mormorii e martello. Convivo, ora, con una femmina ossuta, di quella distonia che sì giova al feticismo erotico, ed un fratello camuso e quasi ventenne e bello come i gelati. Quando guadagno, mangio e bevo e leggo, il vino nero, chiuso, sincero. Ma vendo parole, operazioni di parole, spiritica verticalità, con un pizzetto indecente, terso e rado. Continua a leggere

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Scritture dal mondo arabo: Nagib Mahfuz, Per le strade del Cairo

«Per le strade del Cairo», tradito dalla traduzione.

Di Maria Elena Paniconi

Nagib Mahfuz, premio Nobel per la letteratura 1988, presenta ai lettori e ai critici un duplice volto. Il primo è quello di romanziere a suo modo «regionale», legato all’ambiente urbano e in particolare alla pancia più impermeabile – almeno in apparenza – ai venti della modernizzazione, quella zona del Cairo fatimide in cui l’autore trascorse l’infanzia. Recensendo uno dei tanti romanzi cittadini di Mahfuz, L’epopea dei harafish del 1977, J.M. Coetzee sottolinea come l’immaginario mahfuziano si nutra di una dialettica interna alla città stessa: «I romanzi realisti di Mahfuz si concentrano sui ceti urbani. Non c’è traccia di contadini né di campagna … Se qualcosa viene contrapposto alla città, è la città stessa in una fase precedente del suo sviluppo, non il villaggio». Così al Cairo moderno si contrappone quello fatimide, al quartiere di Sakakini si contrappone quello di Jamaliyya, in un chiaroscuro di ambientazioni che si riflette poi nelle traiettorie dei personaggi, nelle loro lotte, nelle fughe, nelle ascese e nelle perdizioni talvolta annunciate.

Ecco allora apparire l’altro volto di Mahfuz, quello del narratore universale, in grado di tradurre in una prosa paziente, ricca di dettagli e di infinte sfumature psicologiche, il percorso dell’individuo nel mondo, in un’era che si vuole moderna. Continua a leggere

La questione Mondadori secondo Wu Ming

Su Carmilla è uscito un post articolato sulla questione Mondadori.

In particolare interessante l’intervento di Wu Ming, a partire da una discussione molto vitale sul loro blog.

LA QUESTIONE EINAUDI + DUE O TRE COSETTE CHE I BOYCOTT BOYS NON SANNO L’Einaudi non è Berlusconi, perché quest’ultimo passa, mentre l’Einaudi resterà. Resterà il catalogo, per dirla con Valter Binaghi, “poeticamente più sovversivo del mondo”. Resterà quel soggetto, quella voce nel dibattito culturale e civile.
Quindi […] bisogna TENER DURO, “resistere un minuto più del padrone”. Bisogna lottare dentro, per salvaguardare i margini e gli spazi di autonomia rispetto alla proprietà, per riequilibrare con mosse “buone” ogni concessione o cedimento, ogni eventuale “scivolone”. Date un’occhiata al catalogo e vedrete quali e quante sono le mosse “buone”. Abbiate un po’ di pazienza e vedrete, quest’autunno, alcune uscite strategicamente fondamentali. Continua a leggere

Occidente

Quando la voce lo raggiunse, Arhat stava camminando con alcuni amici sulla strada antistante la moschea dell’Iman. Gli ci volle un po’, per riuscire a fare ordine nelle parole. Aveva ancora lo sguardo allacciato ai minareti, alle cupole, ai portali intarsiati, ai marmi, ai pavimenti e alle piastrelle multicolori all’ombra dei quali aveva trascorso la mattinata conversando.
La voce era quella di un suo compagno di corso. Lo raggiunse alle spalle. E una volta vicina, ansimante, impaurita per il dubbio d’essere stata pedinata da orecchie invisibili, gli riferì che erano andati a cercarlo addirittura all’Università. Continua a leggere

Il Capitano Mario (XVI)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV)

L’AVVENIMENTO DECISIVO

Fu infatti in quei fatidici mesi autunnali del 1942 che si verificò quella svolta decisiva la quale doveva rovesciare definitivamente le sorti del conflitto. La battaglia di Stalingrado si portò via con sé la vittoria, la gloria, le ultime speranze e sopra tutto 300 mila uomini tra morti e dispersi da entrambe le parti in conflitto. Fu una spaventosa tragedia, a cui si aggiunse l’arresto definitivo delle truppe dell’Asse a El Alamein sulle coste dell’Africa settentrionale, mentre gli Inglesi al Nord Europa resistevano disperatamente ai bombardamenti cosiddetti a tappeto che distruggevano le loro città industriali, e gli Americani stavano per entrare in azione.

Ma i Tedeschi non si arrendevano e non si arresero all’accerchiamento di Stalingrado da parte di 22 nuove divisioni sovietiche. Avevano l’ordine di resistere e resistettero infatti per oltre due mesi e mezzo. Di questa enorme, inutile carneficina avevamo notizie da qualcuno dei nostri alpini superstiti o da altre vittime dello stesso destino.

Messaggi senza speranza da parte di chi sapeva di dover morire: spezzavano il cuore. Eppure destava stupore e un’indefinibile pietà la loro tristezza senza ribellione, senza disperazione.
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Anitya Hotel

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I luoghi d’accoglienza emanano sempre un forte senso di non appartenenza, di gradevole insignificanza estetica, comodità fisica precaria; si è soli, in un luogo che si è pronti a lasciare senza rimpianti, ma dove pure è piacevole stare. Senza quell’attaccamento spasmodico che invece ci consuma a casa nostra. E che ci fa soffrire. Anche gioire, ma sempre con un filo sottile di paura celata.
Dovremmo vivere come in un Hotel, con cura e semplicità dell’esserci, pronti al distacco. Pienamente presenti. Tentare almeno.

L’illuminista illustrato

Pedullà costruisce libri da abitare. L’ultimo, Il vecchio che avanza. Scampoli illustrati di politica e letteratura degli Anni Zero, edito alla fine del ’9 dalla cooperativa romana Ponte Sisto (la stessa cui il critico calabrese affida la stampa delle due riviste da lui fondate all’inizio del millennio, «L’illuminista» e «Il caffè illustrato»), non tradisce le aspettative: tutto è minuziosamente e sapientemente architettato perché l’ospite possa visitare con ogni conforto stanze logge recessi senza mai accusare la benché minima stanchezza. Via, dunque, le pedantesche note al piede (respingerebbero); bando alle obese referenze bibliografiche (annoierebbero); nessuna pietà per gl’indici analitici (desterebbero sospetti). Ecco, invece, le illustrazioni didascaliche a tinte fumettisticamente sgargianti (l’occhio non vuole forse la sua parte?); le gustose macchie di colore mutuate da uno degli auctores del Nostro, D’Arrigo: «lassotto», «laddentro», «il visto cogli occhi», «il visto cogli occhi della mente»; il sermo usitatus et simplex mescidato di registri incompatibili, dall’aulico all’informale, non escluso il turpiloquiale, perché bisogna rivolgersi al lettore medio con l’affabilità e la naturalezza d’un compagno di strada, e del lettore medio riprodurre lingua e pensiero con artifici mimetici da mortificare il più scafato scrittore espressionista («capi politici che hanno testa ma non hanno coglioni»; «lettori cui non gliene potrebbe fregar di meno delle sorti della letteratura»; «parole deformate da orrore e incazzatura», «Perelà ha fatto vedere come va il mondo. Nel migliore dei casi va a puttane»). Continua a leggere

La Macondo di tutti i sud del mondo

“Spiaggia libera tutti” di Chiara Valerio (Laterza – Contromano) 160 pagg., € 10.00
“Spiaggia libera tutti” di Chiara Valerio (Laterza) è un docufilm cartaceo su Scauri, il posto dove l’autrice è nata e cresciuta: galoppata nel far-(spaghetti)-west a cui questa giovane e ipertalentuosa scrittrice dedica un canto d’amore affettuoso, letterario, letteraturoso e molto comico, ma col patetico a fil di groppo.
Scauri come Macondo, il paese sudamericano dove è ambientato “Cent’anni di solitudine” di G. G. Marquez; Scauri raccontata con una prosa a metà tra Roberto Bolaño e Jerome K. Jerome – l’autore di “Tre uomini in barca”. E come nel capolavoro di Marquez questo libro porta nello sguardo complessivo il significato di un passaggio di consegne generazionale tra padri e figli, un lascito di continuità storica, morale, emotiva e sociale tra figli e genitori, nonni, bisnonni, e quelle persone che – pur non essendo parenti – appartengono dell’anima di un luogo al punto da esprimerne contenuti condivisi tra tutti, come antichi aedi.
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Pro/vocazioni. Dieci domande a scrittori e poeti italiani. # 13 ALESSANDRO ZACCURI

A cura di Franz Krauspenhaar

Dieci domande secche (o delle 100 pistole) a scrittori e poeti italiani. Sempre le stesse domande per tutti, non si scappa. Scrittori e poeti giovani e meno giovani, famosi e poco conosciuti. Domande provocatorie (forse) sulla vocazione letteraria. Uno spaccato, un ritratto, un modo di vederci più chiaro, uno spunto per approfondire una conoscenza. Uomini e donne che fanno della loro vita un romanzo non solo da continuare a vivere ma anche da continuare a scrivere. O sotto altre forme della scrittura, come la poesia. Un modo per essere al mondo ed esprimere non solo se stessi ma proprio questo mondo che noi siamo e allo stesso tempo ci contiene.

Sei uno scrittore. Chi te lo fa fare?

Nessuno. È il mio modo di guardare il mondo, niente di più. E scrivere, secondo me, è quello che mi riesce meglio. Per molto tempo ho cercato di far finta di niente, occupandomi di letteratura come critico. Ho pubblicato il mio primo libro di narrativa nell’anno in cui compivo i quaranta. Mi sarei anche fermato lì, al regalo per la raggiunta mezza età. Invece è andata diversamente. Non me ne rammarico.

Amori e odi letterari. Per favore alla voce odi non citare solo gente defunta.

Vale se dico che detesto Dan Brown? Pessime trame, stile inesistente e, oltretutto, ha rovinato almeno un paio di argomenti che, in mano ad altri autori, si sarebbero trasformati in romanzi interessanti. Quanto agli amori, ho una predilezione per alcuni grandi autori, Herman Melville e T.S. Eliot su tutti. Da qualche tempo, però, mi sto appassionando a una serie di “maestri minori”: scrittori poco o non abbastanza conosciuti, nei quali in qualche modo riconosco qualcosa di quello che sto cercando di fare. Qualche nome, distribuito grosso modo per ambito di appartenenza: Friedrich Glauser per la detective story, Nikolaj Leskov per l’Ottocento russo, Stefano D’Arrigo per il nostro Novecento, Mervyn Peake per il fantastico, E.L. Doctorow per la letteratura americana contemporanea. Più qualche scoperta recentissima, tutta da approfondire, come quella dei francofoni Jacques Chessex e Béatrix Beck. Continua a leggere

Il Capitano Mario (XV)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV)

A Rivanazzano, in Valle Staffora

Seguirono, per noi, qui in Italia, due anni dolorosissimi tra difficoltà sempre più gravi e deprimenti sofferenze continue che pareva non dovessero finire mai più. Cominciava allora l’estate che portò dapprima con sé una certa distensione. Sapevo che laggiù in Grecia i pericoli più gravi erano cessati e noi pensavamo alla villeggiatura. In Val d’Intelvi quell’anno era impensabile andare: impossibile approvvigionarsi. Svanito il sogno di Italo di prendersi una casa sul lago in cui ricavare un appartamento anche per noi. Anche loro optarono per la campagna; io scelsi di portare i miei Penati a Rivanazzano, abbastanza vicino a Pavia. Trovai posto in una villetta che aveva un giardino affacciato sulle rive della Staffora dove potevo leggere e scrivere all’ombra protettiva di una grande antica pianta. Si aveva l’illusione, purtroppo assai fugace, di trovare qui tranquillità e pace. Il paesaggio era dolcissimo fra le colline dell’Oltrepò pavese che digradavano con lento pendio verso il torrente, di fianco al quale la valle si stendeva – ampia e fertile – in una verde piana di prati e pascoli e di campi coltivati. C’era la rassicurante possibilità di approvvigionarsi di viveri, sia pure a borsa nera, e c’era l’aria salubre che scendeva dalla testata della valle e gli ampi viali ombrosi che conducevano sia verso Salice che verso il centro del paese e l’ameno parco delle Terme. Il paese era animato dalla presenza di un attendamento di militari in esercitazione che spesso suonavano la banda e attiravano l’attenzione della gente tra cui erano numerosi gli sfollati come noi.

Io conducevo fuori ogni giorno le bambine: la piccola sul carrozzino, l’altra per mano: entrambe felici. Più spesso però uscivo sola con la Carla. Camminavamo a lungo in silenzio. A volte la piccola si fermava a raccogliere un fiore da spedire al papà, a volte da quei suoi silenzi fiorivano osservazioni che rivelavano una sensibilità così profonda da rimanerne stupiti. Mi faceva bene al cuore la compagnia di quella mia cara pensosa bambina, ma nello stesso tempo provavo un senso di pena per lei, perché a differenza dalla sorellina, per la quale non avevo nessun motivo di preoccuparmene, questa mi pareva troppo sensibile e temevo che partisse svantaggiata nell’affrontare le immancabili durezze della vita. Ma poi concludevo – scrivendone a Mario – che se Dio l’aveva creata così intelligente e riflessiva, affidandola a una famiglia disposta a comprenderla, le avrebbe concesso anche di adattarsi all’ambiente esteriore dandole la forza di non lasciarsene soverchiare.
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Levitare

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Essere qui, ora e nell’ora, sentire l’ineluttabilità del sentirsi accadere nel mondo come una possibilità, nonostante tutto ciò che ci trattiene, levitare dal passato, fare d’ogni attimo un volo, non rimpiangere, salire.

Pro/vocazioni. Dieci domande a scrittori e poeti italiani. #12 GHERARDO BORTOLOTTI

a cura di Franz Krauspenhaar

Dieci domande secche (o delle 100 pistole) a scrittori e poeti italiani. Sempre le stesse domande per tutti, non si scappa. Scrittori e poeti giovani e meno giovani, famosi e poco conosciuti. Domande provocatorie (forse) sulla vocazione letteraria. Uno spaccato, un ritratto, un modo di vederci più chiaro, uno spunto per approfondire una conoscenza. Uomini e donne che fanno della loro vita un romanzo non solo da continuare a vivere ma anche da continuare a scrivere. O sotto altre forme della scrittura, come la poesia. Un modo per essere al mondo ed esprimere non solo se stessi ma proprio questo mondo che noi siamo e allo stesso tempo ci contiene.

Sei uno scrittore. Chi te lo fa fare?

È tutto frutto di un equivoco. Fino a un certo punto mi è sembrata una buona idea, diciamo fino ai 25 anni. Era una cosa che mi veniva spontanea, la soddisfazione narcisistica c’era, la sublimazione  anche. Per di più, potevo vestirmi a tono.

Poi, mi son trovato con un sacco di racconti che non finivano, mi ero esposto con gli amici, con le ragazze. Ero già stato segnato dal silenzio delle riviste a cui mandavo i miei testi, dalla superficialità di altri che scrivevano. Nel corso della giornata, continuavo a ripetermi che dovevo solo vergognarmi.

D’altronde, ormai la frittata era fatta. Da qualche parte dovevo pur andare a parare. Adesso, c’è solo da capire come va a finire. Continua a leggere

Pro/vocazioni. Dieci domande a scrittori e poeti italiani #11 ENRICO GREGORI

A cura di Franz Krauspenhaar

Dieci domande secche (o delle 100 pistole) a scrittori e poeti italiani. Sempre le stesse domande per tutti, non si scappa. Scrittori e poeti giovani e meno giovani, famosi e poco conosciuti. Domande provocatorie (forse) sulla vocazione letteraria. Uno spaccato, un ritratto, un modo di vederci più chiaro, uno spunto per approfondire una conoscenza. Uomini e donne che fanno della loro vita un romanzo non solo da continuare a vivere ma anche da continuare a scrivere. O sotto altre forme della scrittura, come la poesia. Un modo per essere al mondo ed esprimere non solo se stessi ma proprio questo mondo che noi siamo e allo stesso tempo ci contiene.

Sei uno scrittore. Chi te lo fa fare?

Per mestiere scrivo da 35 anni. Ovvio che la cronaca nera da sbattere sui giornali è cosa ben diversa dalla narrativa. Ecco, narratore più che scrittore. O almeno ci provo. Me lo fa fare il fatto che mi viene. Su come viene, poi, non decido io. Continua a leggere

Mondo Beatnick

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Un ambiente pre-Beat
(descrizione della casa di Henry Miller e June Mansfield Smith – Mona nei romanzi – di Hennery Street a New York. Miller era considerato dai beat, in particolare da Jack Kerouac, una sorta di padre letterario. Riportato da Anais Nin in Henry & June)

Letti sfatti tutto il giorno, capita spesso che ci cammini sopra con le scarpe; le lenzuola un casino. Si usano camicie sporche a mo’ di asciugamani. Il bucato viene portato fuori di rado. Lavandino intasato da troppi rifiuti. Si lavano i piatti nella vasca da bagno, tutta unta e con un bordo nero. Il bagno è sempre freddo come un frigorifero. Si rompono i mobili per gettarli nel fuoco. Le persiane sempre abbassate, finestre mai lavate, atmosfera sepolcrale. Il pavimento è costantemente ingombro di stucco, attrezzi, pittura, libri, mozziconi di sigarette, spazzatura, piatti sporchi, pentole. Jean gira sempre in tuta da lavoro. June sempre mezza nuda a lamentarsi de freddo.

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L’UOMO CHE SMISE DI FUMARE di G. Pelham Wodehouse

Se sono vere le due seguenti considerazioni – “il buonumore è un toccasana” e “leggere fa bene” – ogniqualvolta avremmo trovato un buon libro capace di farci ridere, o quantomeno sorridere, avremmo trovato un tesoro… o preso i classici due piccioni con una fava. Scrivo questo breve preambolo pensando allo scrittore inglese G. Pelham Wodehouse (nato a Guildford, nel Surrey, il 15 ottobre 1881 – morto a New York il 14 febbraio 1975), grande umorista ma anche autore dotato di uno stile pregevole, al punto da avere ammiratori del calibro di Hilaire Belloc, Evelyn Waugh, Rudyard Kipling, Salman Rushdie e Douglas Adams.
Come ha avuto modo di sostenere il citato Evelyn Waugh: “Wodehouse ha creato un mondo affinché ci potessimo vivere e divertirci… Un mondo idilliaco, che non morirà mai.”
Un nuovo pezzo di questo mondo, prodotto dal creatore – tra gli altri – dei racconti di Jeeves e del Castello di Blandings, è giunto di recente in libreria. Si tratta di una raccolta di racconti intitolata “L’uomo che smise di fumare” (Guanda, 2010, p. 240, € 16, traduzione di Silvia Piraccini).
L’ottima copertina dai colori sgargianti, disegnata da Alberto Rebori, mostra un omuncolo “digrignante” – spaparanzato su una poltrona rossa – che tiene in mano un sigaro. Sopra di lui, l’icona di una sigaretta cancellata da una X.
I racconti sono ambientati a Londra, all’Angler’s Rest, dove il signor Mulliner – instancabile chiacchierone del locale – è solito offrire storie incredibili e divertenti (piacevoli da ascoltare tra una sorsata di whisky e l’altra). Continua a leggere

“Per Amelia Rosselli” (una non parodia)

A seguito dell’interessante dibattito suscitato dalla parodia rosselliana di Gualberto Alvino recentemente pubblicata qui, propongo il mio poemetto rosselliano non parodistico (da A.L.B., Devi chiamarmi sempre, Campanotto 2005, ripreso in La furia dei venti contrari, Variazioni Amelia Rosselli. Con testi inediti e dispersi dell’autrice, a cura di Andrea Cortellessa, Le Lettere 2007).
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Il Capitano Mario (XIV)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII)

Fronte greco-albanese

Se questa era la nostra condizione in città, ben peggiore era quella dei nostri soldati sul fronte greco-albanese. Il 28 ottobre del ’40 Mussolini aveva dichiarato guerra alla Grecia, con la scellerata convinzione di “spezzarle le reni”, come diceva, ossia di vincerla in due settimane, che diventarono oltre otto mesi (c’era da aspettarsene di più); e in quelle condizioni che sembrano oggi inverosimili a chi ha nella testa un briciolo di materia cerebrale. Sei divisioni italiane erano schierate su di un fronte montuoso, esteso per 200 chilometri contro quattordici greche, che conoscevano perfettamente il terreno, decise a difenderlo: come infatti fecero, con eroismo e con la sovvenzione degli Inglesi.

Mario era in prima linea sotto il tiro dei fucili e delle mitragliatrici nemiche, di marca inglese, che non risparmiavano nemmeno le tende con la croce rossa dei così detti ospedali da campo. Le nostre truppe erano male equipaggiate, costantemente in mezzo al fango e con le scarpe autarchiche, vale a dire con le suole di cartone pressato che si scioglievano sulla neve, e infatti a molti soldati gli si congelavano i piedi. Restavano anche spesso privi di munizioni e di viveri, oltre che di medicamenti d’urgenza. Questi arrivavano coi muli per i sentieri di quelle montagne sulle quali i Greci potevano sparare dall’alto centrando agevolmente i punti strategici. C’era un mulo che passava ogni giorno col suo carico su di un fragile ponticello di legno. Individuata la posizione, il tiro nemico spazzava via senza indugio il povero trasportatore che – eroe senza medaglia – se ne partiva col suo carico prezioso: così per tutto quel giorno, e per un altro e forse per un altro ancora ogni attesa era vana. Per farsi coraggio non restava che cantare: “canta che ti passa” anche la fame, dicevano. Come raccontano i Fioretti di San Francesco che quando il Santo era ricoverato nella capannuccia del convento di S. Chiara, perché era malato, per non sentire il male, cantava le lodi al Signore. Altrettanto facevano gli Alpini della lulia, poco lontano da loro, con quel triste canto rimasto famoso: “Sul ponte di Perati bandiera nera: l’è il lutto dell’alpin che fa la guera”.
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