Archivi categoria: Poesia

sei giugno

La mia gatta tutta arrotolata, una coccarda,
la mia leoparda d’argento,
si stirò, si allungò, mi disse “Non piangere,
avrai tragedie più grandi, non è ancora il momento,
bevi il Campari, grattami!”. Allora Continua a leggere→

La terza riva del fiume – Melquíades Fermín HERRERA


(Una delle pochissime immagini esistenti di Melquíades Fermín Herrera. Il ritratto fu eseguito, in stato di trance, a distanza di migliaia di chilometri, e senza aver mai conosciuto o visto il soggetto, da Jean Giraud/Moebius.)

Breve nota di presentazione

Nonostante la mole sempre crescente di pubblicazioni e di studi a lui dedicati, sono ancora moltissime le zone d’ombra che avvolgono la figura e l’opera di Melquíades Fermín Herrera, e pochi, veramente pochi, anche se di grandissima importanza (soprattutto sul piano dell’intelligenza complessiva dei testi che ci ha lasciato), i dati certi e inoppugnabili in nostro possesso. Continua a leggere→

Osip MANDEL’STAM – Tre poesie

Viviamo senza più fiutare sotto di noi il paese,
a dieci passi le nostre voci sono già bell’e sperse,
e dovunque ci sia spazio per una conversazioncina
eccoli ad evocarti il montanaro del Cremlino.
Le sue tozze dita come vermi sono grasse
e sono esatte le sue parole come i pesi d’un ginnasta.
Se la ridono i suoi occhiacci da blatta
e i suoi gambali scoccano neri lampi.

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«Ama e taci». Il Bardo continua, 3.

a cura di Gaja Cenciarelli e Antonio Sparzani.

[brano tratto dal Re Lear, a cura di Giorgio Melchiori, Biblioteca Mondadori. Atto I, scena I. Le parentesi quadre sono state riportate esattamente come compaiono nella versione pubblicata da Mondadori nel 1976]
Nella foto: il Globe]

LEAR – Now, our joy,
Although our last and least, to whose young love
[The vines of France and milk of Burgundy
Strive to be interessed:] what can you say to draw
A third more opulent than your sisters’? [Speak!]

CORDELIA Nothing, my lord.

[LEAR Nothing?

CORDELIA Nothing.]

LEAR Nothing will come of nothing. Speak again.

CORDELIA Unhappy that I am, I cannot heave
My heart into my mouth. I love your majesty
According to my bond, nor more nor less. Continua a leggere→

Maria Grazia Calandrone

da Questa probabile persona (inedito)

Se il calice del sorriso

reggerà alla luce del mattino

porteremo la luce nelle ossa come sposalizio segreto

e nella parte vuota e chiara della nostra ombra

sarà consumato come incenso l’odore delle armi

e dei ferri chirurgici, una piccola schiera di scomparsi

uscirà alla luce dietro di noi

come il sole sui prati di marzo

come un popolo d’aria sui travi

e i corpi che furono

bruciati come combustibili e sepolti

con uccelli salati e farine di farro

con un cono di grasso sulle parrucche e con ditali

d’oro, tutti i corpi bellissimi che furono

formati da una donna

usciranno nel giorno interamente

e formeranno scie,

una bava di immortalità.

“Gli incendi” di Filippo DAVOLI

Nudo. E la nudità che ti distingue
dagli altri crocifissi della Terra
è il sublime ed altissimo vedere
di chi scolpendosi nel legno rinunciava
a ogni cosa di sé. Non hai nemmeno
ferite, solo silenzio
che copre la superficie liscia, opaca
di chi ascolta.
Sei nudo interamente, come la vita
che il mistero compatta
negli iniqui dolori, nei percorsi
labili della notte. Soltanto nudo
e totalmente altro.  Continua a leggere→

Giovanni Giudici

da La vita in versi

La vita in versi

Metti in versi la vita, trascrivi
fedelmente, senza tacere
particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è
sapere, né potere, bensì ridicolo
un altro voler essere che te.

Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano
complicità di visceri, saettando occhiate
d’accordi. E gli astanti s’affacciano

al limbo delle intermedie balaustre:
applaudono, compiangono entrambi i sensi
del sublime – l’infame, l’illustre.

Inoltre metti in versi che morire
è possibile più che nascere
e in ogni caso l’essere è più del dire.

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Il dono di Eraclito – Jibril AL-HALIM


(Un rarissimo ritratto di Jibril Al-Halim. Dalla collezione privata del Prof. Franz Doch Gebrochen, per gentile concessione.)

Jibril Al-Halim (Gibraltar, 1454 – Rákóczy, 1532) – Il dono di Eraclito (1507)

Traduzione a cura del Prof. Franz Doch Gebrochen (Univ. di Sárospatak) e del Prof. Ugolino Conte (Univ. di Tozeur)

 

1.

trama volti dove traspare il taglio
il grumo arso di graffi
che alla pietà si stempera
e declina
in piume e acerbe fedi
di memoria Continua a leggere→

Natalia Lisi

Pergamena di pioggia

ti porgo la dimora che abiti
la faccio silenzio, ci scrivo
con le vene e con le labbra

ho un campo nel brivido, verso
tutta la luce del creato

nella amara piaga dei discorsi

fuochi del grembo ctonio
ci tennero alle redini d’un canto
la pelle contro il tuono
guadata dagli sguardi

con la guancia strappata alla marea
parli alle parole, le dici di innervarsi
di fare note, sangue

di spegnere nelle vene il nostro liquido
bollente

nudo nome, che ci sovrasti
penetri il largo dorso delle mani
penetri a fondo nella carne e stai
disteso come in estasi.

*****

[Il blog di Natalia Lisi ha per titolo: raDa delle Folgori: http://dearibelle.splinder.com]

Ciclo di Giuda – di Lorenzo CARLUCCI


(Untitled, 2002, immagine fotografica di Marco Mazzi)

[Lorenzo Carlucci, Ciclo di Giuda e altre poesie, postfazione di Matteo Veronesi, Forlì, Editrice L’Arcolaio, “Il Laboratorio”, 2008.
Dall’opera è stato tratto un video d’arte curato e prodotto da Marco Mazzi.]

IL MISTERO DEL TRADIMENTO. NOTE PER IL GIUDA DI CARLUCCI

     Il Vangelo di Giuda, di cui le sabbie di Nag Hammadi hanno da poco restituito una versione copta, era già indirettamente noto attraverso gli eresiologi della prima età cristiana. Ne parlava, in particolare, Ireneo di Lione nell’Adversus haereses, accennando ai Cainiti, che, in chiave gnostica, consideravano Giuda un illuminato, profondamente compartecipe dei misteri del divino, detentore di una sapienza assoluta ed arcana, e coinvolto, in modo essenziale e necessario quanto paradossale, nel disegno della salvezza e della redenzione, e celebravano il mysterium proditionis, l’arcano e tragico mistero (forse nel duplice senso di segreto e di rito, di enigma e di festa mistica, di viluppo inesplicabile e di via d’accesso al regno del sacro) del tradimento decisivo e fatale, senza il quale, del resto, il disegno della salvezza sarebbe rimasto incompiuto. Continua a leggere→

da “Davanzali di pietà”, #2, 2008, di Marina Pizzi

37.

sotto la volta di un nodo di stoppia

barcolla il trave della cella.

il veto del sole sotto l’alluce

indica la strada del dietrofront.

l’azzurro mendìco del cielo nero

al bar del coro non grida mai.

appieno vuoto questo dividendo

la sa con pena la promessa livida.

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