Archivi categoria: Racconti

Sempre

di Elisabetta Bordieri

-Perchè non è possibile?
-Lo sai il perchè.
-No, non lo so, prova a dirmelo.
-Esistono strade impercorribili.
-Ah si?
-Si.
-Credevo tu potessi permetterti altro genere di risposte.
-Ne ho, solo che questa è l’unica ora che puoi permetterti tu.
-Non mi basta.
-Deve bastarti.
-Sei ingiusto.
-Sei lontana.
-Da cosa?
-Dal capire.
-Non voglio capire.
-Lo vedo.
-Ora basta.
-Come vuoi.
-Non è come voglio io ma come vuoi tu! E’ sempre come vuoi tu!
-Le solite accuse.
-Non è un’accusa, è un dato di fatto, guarda cosa hai fatto!
-Forse hai ragione tu, ora basta.
-Sei a corto di risposte vedo…
-Ascolta…
-Si, ascoltare è la mia migliore occupazione, dimmi.
-L’oro si purifica solo con il fuoco.
-Senti, se pensi di parlare con le frasi fatte lascia perdere.
-La sofferenza…
-La sofferenza!? Serve per redimersi? O cosa? Serve per crescere? Ti prego…
-Non vuoi ascoltare, hai già le risposte pronte, le mie non ti servono.
-Tu stai parlando con le parole di altri.
-Beh di altri….Sei tu che stai parlando con le frasi fatte e di altri, non io.
-C’è tanta pochezza in giro.
-Si lo so.

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Una spilla d’oro e di smeraldi finti

di Alfonso Nannariello

Puntate precedenti I


Fatta che fu la foto all’uscita dalla chiesa, il corteo nuziale andò a piedi a casa di mio padre, accompagnato dagli auguri della gente uscita sulla porta.

Arrivati a casa, mamma forse ricevette una spilla d’oro e di smeraldi finti. Nel salone e nella cucina mangiarono con i parenti stretti.

Dopo si rassettò di nuovo la parte aperta della casa. Tra un rumore di cose spostate e un poco di fracasso, si preparò il salone per il rinfresco. Si misero le sedie intorno alle pareti. Con fogli bianchi si coprirono le fornacelle dove si sarebbe messa l’orchestrina e, in un angolo della cucina, sotto le scale che andavano da zie’ Lina, si sistemò un tavolo per i liquori e i bicchierini e un altro per le paste fresche e quelle secche, e per i biscotti fatti in casa con anice e coloranti. Continua a leggere→

Il Corpo

Il Corpo

Di Guglielmo Pispisa – Kai Zen G

Il corpo martoriato me lo ricordo alla sera, quando venne deposto. Senza più dolore, ormai, inerte. Una bisaccia vuota, un calzare dal cuoio rovinato. Non sembrava più ciò che era stato.
Non voglio memoria della giornata che precedette quel momento, ma sono condannata a conservarla. La bisaccia vuota è solo una povera cosa, priva di significato perché svuotata del suo contenuto, arresa alla volontà di chi ha disposto per essa.
Eppure quella cosa povera e vuota, deposta dalla croce innanzi a me, non provava più dolore né paura. Non soffriva, perché aveva abbandonato l’essenza umana. E non ricordo d’aver provato un desiderio più forte di quello; mai ho voluto niente più di ciò che chiesi allora: fa’ che non abbia paura, fa’ che non provi dolore. Continua a leggere→

Il tubo

D’estate, alla fine di ogni sua giornata lavorativa, Marco Cedratti andava sempre a fare una nuotata.
Era il momento che maggiormente aspettava. Non al mattino, il mattino scorreva sempre con una leggerezza non voluta, con una facilità per molti versi inaspettata. Ma già sul principio del pomeriggio, immediatamente dopo la pausa pranzo, gli saliva con lentezza tra i pensieri l’immagine dell’acqua liscia e della costa silenziosa, insieme al bisogno d’uscire, di risalire le correnti di bagnanti che tornavano a casa e di recarsi sul litorale.
Da saltuaria pratica estiva, nuotare era divenuto col tempo il suo attimo di personale scollegamento dal resto del mondo. Continua a leggere→

Nulla d’interessante fuori dall’assorbente

C’erano due uomini seduti su due sdraio di fronte al mare. Uno era mio padre.
Aveva i capelli bianchissimi – nella luce del sole parevano cristalli – e un paio di para-lenti scuri che teneva abbassati a quarantacinque gradi sugli occhiali da vista.
Indossava zoccoli alti e vecchi, gli stessi che fin da bambino gli avevo visto mettere ogni domenica per venire in spiaggia, e un paio di calzoncini azzurri. Con una mano, continuava ad accarezzarsi il naso scarnificato dalla malattia e dal caldo.
“Quest’anno è arrivata molto più tardi” gli sentivo dire.
“È per via dei cambiamenti climatici.”
L’uomo di fianco a mio padre era suo cugino. Avevano la medesima età, erano cresciuti a poche strade di distanza, ma i suoi capelli erano leggermente meno bianchi e la postura pareva più arcuata.
Se ne stavano seduti lì da quasi un’ora, a guardare le figure di passaggio e ad asciugarsi la fronte dal sudore. Sembravano due statue, da tanto poco si muovevano. Continua a leggere→

«Non c’è pace per gli empi», dice il mio Dio (Isaia 57:21)


Guido Reni, Susanna e i vecchioni (Auckland, City Art Gallery)

Arrivammo appena in tempo su in paese, stipando all’inverosimile due SUV e una Golf, quattordici tornanti in salita fatti a velocità di ciclista stanco, che se no gli ammortizzatori toccano il fondo corsa e le gomme grattano il parafango.

Arrivammo appena appena in tempo per quello che ci aspettava: la cena in piazza preparata per l’evento dall’Agenzia turistica, le premiazioni, i discorsi, e il clou, la presentazione del torneo triangolare a inaugurare il nuovo campo, e delle due squadre ospiti. «Ai massimi livelli europei!», avrebbe detto il sindaco al microfono, e giù applausi su di noi, schierati in piedi e in divisa sociale e le facce ebeti dietro bottiglie svuotate e avanzi di dessert, magari sotto i fari della TV locale. Continua a leggere→

Per farla figurare

di Alfonso Nannariello

Uno dei fratelli di mia madre, zi’ Ciccìll, voleva la bellavita. Per questo prese un altro corpo.
Quando sua sorella Cïetta sposò, lavorò a Foggia, nella tintoria del marito. Poi si mise in proprio, e la tintoria l’aprì a Calitri. Da allora fu ‘u Tintòr.
Trovato il verso alle sue aspirazioni nelle cose di qualità e di moda, costruì il suo fascino.
Vestiva con cura. Cappelli alla lobbia e abiti attillati, perfetti coi colori cittadini. Capelli sempre ben tagliati, e lucidati con la brillantina. Sotto al naso rettilineo i baffi a spazzola sembravano definitivamente sistemati. Cravatte regimental risaltavano sulle camicie bianche dalle giacche abbottonate alte. Bei fazzoletti uscivano quanto bastava, dal taschino. Continua a leggere→

Vincenzo Pardini, Banda randagia

di Alberto Pezzini

Vincenzo Pardini è uno scrittore al confine.
Prima di tutto perché la scrittura è una occupazione parallela alla vita che conduce di notte. Fa la guardia giurata per vivere, sta a Lucca dove la città offre poco se si hanno una figlia ed una moglie (le antiche mura rosse non danno il pane), ed è l’autore italiano che al momento possegga la migliore dimensione per il racconto breve. Continua a leggere→

Imprescindibile – one man show

One man show  di Franz Krauspenhaar tra poesia, racconti, improvvisazioni, forse invettive, forse altro ancora.

Il 9 Luglio venerdì a Milano presso la Fondazione Durini, Sala delle danze, all’interno della mostra “Il Mito del vero/il ritratto/il volto” in via Santa Maria Valle 2 (vicino a via Torino, MM Duomo.)
Dalle ore 21 fino ad orario imprecisato.

FK sarà presente in sala anche fra le 18 e le 20 per due chiacchiere preventive.

Guest star: Fernando Coratelli.

Pompei (ovvero l’altra faccia della fine) di Pasquale VITAGLIANO

“Devo decidermi entro oggi. Questo è il programma della giornata.” E pose il libro sul comodino affianco al suo letto, dopo aver lasciato traccia con un segnalibro. Praga misteriosa. Lo aveva comprato nel suo ultimo viaggio all’estero. Le torri, le guglie, l’orologio astronomico. Lo avevano colpito le statue. Né classiche e nemmeno stilizzate, né tanto meno informi. Teatrali, piuttosto. Anzi, allegoriche. Erano familiari. Da presepe napoletano, che contrastava con lo stile gotico dominante. Si sentiva in entrambi i casi lo sforzo di raccontare la realtà. A proprio modo, ovviamente. Deformandola. Continua a leggere→

Lettera a Luca

di Mario Gravina

Luca ritirò la posta dalla cassetta delle lettere che, come al solito, la trovò zeppa di pubblicità.

“Vorrei sapere chi li autorizza a deporre nella cassetta della posta tutta questa robaccia”.

“Dici sempre la stessa cosa ogni volta che ritiri la corrispondenza”. Disse Marco ridendo scherzosamente.

“La chiami corrispondenza questa?” Luca allungò le mani verso Marco mostrando un mucchio di cartoline e depliants pubblicitari. E’ tutta carta sprecata, inutile, anzi dannosa. Per produrre tutta questa cartaccia si abbattono intere foreste. A noi lasciano il compito cretino di cestinarla o, per i più informati, raccoglierla per farla riciclare”. Continua a leggere→

Maria De Filippi (13)

di Emanuele Kraushaar

Allora: io sono uno che piace. Anche se ho le labbra molto sottili, le donne dicono che ho fascino. Così un giorno decido di partecipare al programma Uomini e donne di Maria De Filippi.
Quando vado alla prima puntata, è un appuntamento al buio: significa che corteggerò delle ragazze che non avevo ancora visto.
Ce ne sono due.
Una mi piace e non mi guarda.
L’altra non mi piace e pure questa non mi guarda.
Non mi fanno parlare mai e vengo eliminato.
Quando torno a casa chiamo mia madre.
È la prima a sapere che mi rifarò le labbra.

I corvi e la notte. Di Nadia Agustoni


(Uccelli sui rami)

Una vedetta non abbandona la postazione, nemmeno quando il vento sembra la voce dei morti. La gente mi conosce come un bambino speciale e sembra non pensarmi in altro modo, non immagina che io sono solo un bambino e rido e soffro senza sapere il perché. Infatti non tutte le volte noi sappiamo i perché. Non siamo come i libri: siamo pagine strappate via o ancora da scrivere. Sicché io sto sui tetti e penso, penso profondamente alla notte. Chi capisce la notte attraversa l’universo. Siamo così soli quaggiù che la notte ci nasconde e abbiamo posti dove le cose e la gente riposano. E’ allora, nel riparo, che si vedono i pensieri andare via da noi. Si staccano e fanno un giro di boa, perché somigliano a barchette di carta con righe e parole scritte dentro a caso. Continua a leggere→

Maria De Filippi (12)

di Emanuele Kraushaar

Sono fidanzato da quasi un anno, ma quando mi rispondono che posso partecipare al programma Uomini e donne di Maria De Filippi, decido di lasciarla per non averla tra i piedi.
“Vado a fare il corteggiatore, poi se mi sceglie dico di no e faccio il tronista” le dico e poi la mollo.
Quella scoppia a piangere e mi dice che non importa: anche se vado al programma di Maria De Filippi. Ma io manco la guardo negli occhi: sono già dentro la metropolitana.
Scendo alla fermata Subaugusta e non a Cinecittà  perché il tragitto verso Cinecittà me lo voglio godere tutto.
Io ci vivrei a Cinecittà, starei sempre lì sul pratino verde davanti agli studi pure quando piove, al bar dove incontri Pino Insegno o Enrico Papi.
Alla quinta puntata la tronista mi elimina.
Mi viene da piangere in televisione e anche se avevo chiesto di tagliare, hanno fatto vedere tutto e sotto hanno messo una canzone di Zarrillo.
Dopo un paio di giorni chiamo la mia ex.
Quando usciamo è vestita con una minigonna cortissima e si è fatta i capelli scuri.
“Mi sono commossa a vederti in tv” mi dice, mentre la stringo forte a me.
[Altri Maria De Filippi]


UN PICCOLO, GRANDE, SPINOSO AMORE

Di certo erano una coppia. Forse una famiglia.

Forse erano appena innamorati, oppure lui era da un po’ che corteggiava lei. E lei, chissà, aveva fatto la ritrosa, o magari aveva deciso di cedergli presto.

Lui probabilmente l’aveva inseguita nel bosco, di notte, al chiaro di una luna piena e complice. Perché lei è una romanticona e lui lo sa, e sa anche che il corteggiamento è un preciso, piacevole dovere che gli compete. Continua a leggere→

L’idiozia del portiere

di Franz Krauspenhaar

Ritorno col pensiero all’unica partita che vidi all’estero: in Germania, nell’agosto del 79, al Rheinstadion di Duesseldorf. Giocava la squadra di casa, il Fortuna, contro un’altra squadra tedesca di cui non ricordo nulla. Insieme ad amici tedeschi tifosi del Fortuna facevo finta di tifare, in quel bello stadio da mondiale. Si spengono i riflettori. Mi sembra di essere caduto sul set di un film di Fritz Lang. In un angolo, un attore corpulento: è Raymond Burr in “Blue Gardenia”. Parte l’omonima canzone di Nat King Cole. Continua a leggere→

The Sunroom

The Sunroom
Di Matteo Telara


“Devi smetterla di scrivere per un po’” aveva detto la mia compagna. “Devi provare a distrarti con qualcosa d’altro.”
“Come?”
“Qualcos’altro. Leggi. Prendi un libro che ancora non sei riuscito a cominciare. Qualunque cosa.”
Ed eccomi allora, lo scrittore incapace di scrivere storie che provava a leggerne una.

Dunque dovete sapere che la mia dolce metà aveva un debole per gli angoli della casa, amava le decorazioni, sosteneva la bellezza dei dettagli. Una collezione di vecchie scatole di latta qua. Le monetine dell’I-Ching là. Una raccolta di libri illustrati, sapientemente mischiata a manuali di fotografia, riflessioni sull’erotismo, saggi di astrologia. Di tutte le sue creazioni, ad ogni modo, di tutti i suoi segni distintivi, di tutto quel suo fulgore di bellezza e personalità, il capolavoro assoluto era senza dubbio la sunroom. Continua a leggere→

Immersioni

Anche la primavera del duemiladieci era passata in un lampo, inghiottita da un inverno implacabile e piovoso. Al suo declino, sul nascere, intorno a metà giugno, c’era voluto un anticipo di estate per rompere l’atmosfera di cupa assuefazione iniziata a ottobre dello scorso anno. Era bastato un bagno nell’acqua cristallina della riviera per tornare a sentirsi parte di quella natura sempre più trascurata negli anni, chiuso tra le pareti dell’ufficio e dello studio, in casa. Continua a leggere→

“L’autobus dei Pranksters”, di Dianella Bardelli

di Dianella Bardelli*

L’autobus dei Pranksters non è solo tutto colorato e lucido pieno di stelline su un cielo blu pieno di strisce e festoni azzurri e rossi- e tutto dorato- no, non è solo questo- l’autobus ride- se la ride tutto il tempo soprattutto quando viaggia e sulla torretta i Grateful Dead sparano la loro musica  e Ken dirige, non solo sull’autobus- Ken dalla torretta dirige e fa vibrare il mondo- il mondo e le strade e le paludi e i boschi che i Pranksters attraversano- e così sotto la direzione di Ken il mondo si illumina e pulsa e danza interiormente.

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