In “Viola di morte” c’è una figura di donna che, dall’interno della sua casa riscaldata dal fuoco del camino, fa a Landolfi, il quale si trova all’esterno, nel freddo invernale, un cenno enigmatico e inquietante, sul quale il poeta s’interroga inutilmente per anni per infine concludere: “Ora so, che son saggio, / Ora so, / Che mi dicevi di no”.
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7. Il cerchio del silenzio
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da qui
Che dire del papa appena eletto? Si capì subito l’aria che tirava: a farne le spese fu il movimento che predicava il nuovo, scavava nella fede per trovarne gli agganci con la storia.
La libertà è un boccone amaro da mandare giù, soprattutto quando è unita alla retta intenzione, vero, Ernesto?
Eppure il papa precedente si era sporcato le mani con la società, lui che per primo fu graziato dalla mannaia inesorabile del potere temporale. Continua a leggere
STORIA CONTEMPORANEA n.82: “The Stalking Place”. Leonardo Bonetti, “Racconto d’inverno”
The Stalking Place. Leonardo Bonetti, Racconto d’inverno, Genova-Milano, Marietti 1820, 20092
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di Giuseppe Panella*
Primo di una tetralogia già in corso (nel 2010 è, infatti, uscito il Racconto di primavera sempre presso Marietti 1820), Racconto d’inverno è un romanzo disperato pieno di speranze. Redatto da un morto che sa di “essere ancora vivo” dato che è rimasto in vita per raccontare la propria morte, l’opera prima di Bonetti è il resoconto, lucido e allucinato, del sogno ad occhi aperti di un protagonista che non vorrebbe accettare l’idea di non poter più vivere eppure continua a farlo. La sua non vita è la chiave di volta dell’intero libro. In esso, la vita e la morte si intrecciano e si susseguono senza soluzione di continuità. Uno “sbandato” di cui non viene detto il nome o la provenienza e di cui non viene rivelato il passato arriva a una grande casa che si erge in un bosco in prossimità delle montagne che difendono il confine del paese in guerra:
Vivalascuola. I precari della scuola
Noi siamo quelli che si possono cambiare,
i disponibili, i tappabuchi della scuola, quelli
che possono aspettare, che non lasciano
memoria, nomi senza volto e senza storia
a settembre in classe
a giugno fuori dal portone,
pedine d’una cinica scacchiera sgangherata
che vuole il pregio di dirsi istituzione.
(Francesco Sassetto, qui)
Una scuola precaria
di Claudio Nicrosini
Un tema difficile, un soggetto frammentato
Il tema del precariato fra i lavoratori della scuola, in un certo senso, risente della natura segmentata e frammentaria del suo oggetto. Ne è difficile uno sviluppo sintetico ed efficace, perché l’oggetto stesso “sfugge” e si modifica costantemente. Esistono, in effetti, diverse forme di precariato: diverse graduatorie, diversi contesti regionali Continua a leggere
C’era una volta il grande cinema italiano #9 – L’onorevole Angelina.

L’onorevole Angelina di Luigi Zampa esce nel 1947.
Anna Magnani la fa di nuovo da padrona, o per meglio dire da popolana: ha nuovamente a che fare con la borsa nera, questa volta nei panni borgatari e donchisciotteschi di una capopopolo improvvisata, una specie di squatter ante litteram, occupatrice di case, paladina della povera gente che in questa Italia rinnovata e stradaiola fa un po’ di chiasso in più ma viene ascoltata quanto prima, cioè niente. Continua a leggere
LE ARANCE NON RACCOLTE di Salvatore Ferlita
Il sogno più o meno inconfessato di ogni scrittore è che le proprie opere possano sopravvivere alla inevitabile fine del loro creatore. È un sogno immenso, che si realizza solo per pochissimi eletti: i più grandi, i mostri sacri della scrittura, i consacrati dalle Patrie Lettere. Spesso sono i libri migliori a vincere la scommessa contro il tempo. Eppure, nell’oceano sconfinato di parole e di carta prodotto negli anni, nei decenni, nei secoli, tante opere meritevoli di essere ricordate finiscono inevitabilmente con l’essere risucchiate nei gorghi della dimenticanza, per finire depositate sui fondali dell’oblio. È per questo che, da siciliano, sono profondamente grato al critico e italianista Salvatore Ferlita che ha tentato, con successo, di realizzare un’ambiziosa opera di recupero di autori e testi di valore che, per motivi vari e non sempre identificabili, sono stati emarginati o – in alcuni casi – persino cancellati dalla nostra memoria letteraria. Nel volume antologico “Le arance non raccolte. Scrittori siciliani del Novecento”, appena edito per i tipi di Palumbo (pagg. 351, euro 20), Ferlita punta i riflettori su nomi che – nella maggior parte dei casi – risulteranno ignoti al comune lettore (e a molti degli addetti ai lavori). Come precisa lo stesso Ferlita nella prefazione, “A chi scrive premeva soprattutto trarre in salvo alcune pagine di un drappello di autori siciliani condannati alla condizione di minori, sacrificati sull’altare del canone, in nome di un gruppo ristretto di scrittori ritenuti maggiori, gli imprescindibili, insomma i classici”.
Naturalmente ci sono minori e minori. “Minori che sono davvero tali”, scrive Ferlita “e altri che lo sono a torto, condannati a una subalternità da una congerie di cause, che vanno, tanto per fare qualche esempio, dalla disattenzione di certi critici al contesto storico in cui le opere in questione hanno visto la luce; dalla predisposizione personale degli autori all’eremitaggio fisico e spirituale, all’insipienza degli editori che su di essi non hanno creduto fino in fondo. E così a seguire”. Continua a leggere
6. L’incantesimo
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Quando i figli del droghiere mi dissero che con un negro non volevano uscire, mi sentii male per la prima volta.
Io ho un sogno, che un giorno questa nazione si leverà in piedi.
Mia madre mi disse di non impressionarmi: nessuno è più importante di te, figlio, non dimenticarlo.
E vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni. Continua a leggere
Baci
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Vorrei scrivere di nulla, sapere
che le parole sparse per il mondo
sono sassi che affondano nel fiume
il ricordo di un bacio rifiutato
chissà perché chissà perché ti chiedi
macché non era un bacio
le avevi chiesto di fare l’amore
lei voleva arrivarci lentamente
fu allora che imparasti la prudenza
l’azzurro degli occhi non bastava
mancavano le stelle
le nuvole leggere
per fare un cielo
ci vogliono cose senza senso
per chi vuole disporre e possedere
senza capire che il segreto è solo
saper scrivere di nulla, trovare
i sassi sprofondati
nel fiume come baci ancora in volo.
5. Dove comincia
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Che mio zio mi portasse in seminario fu un fatto ritenuto prevedibile, se non ineluttabile. Dalle nostre parti, la religione è una seconda pelle.
Al di là della parete si discute, si decidono le sorti, viene in mente un manipolo di cardinali investiti dal vento, gli zucchetti che volano, tonache e mantelle agitate come bandiere di lotta popolare.
Il collegio è una groviera sotto le montagne, ci aspettavamo che un gigante lo venisse a divorare e si sedesse soddisfatto a digerire e godersi il panorama. Continua a leggere
Mario BERTASA – Tiro con l’arco
Da:
un’altra,
un’altra volta
.IV
Fu una stagione in cui credevo
che le parole non mi bastassero.
Da allora ne ho imparate di nuove, ne ho pure inventate.
Oggi che provo scipito, e non l’avrei mai immaginato possibile, quel senso
trasecolato d’amore che sentivo diffuso in me per sempre,
sono voci a vuoto. Continua a leggere
Semiotica, pub e altri piaceri, di Alexander McCall Smith
di Guido Michelone
C’è anche un pezzo di Stivale o Bel paese in questo nuovo bellissimo romanzo di Alexander McCall Smith prolifico autore scozzese, notissimo in tutto il mondo (anche quale accademico, impegnato nel diritto e nella bioetica), ma ancora poco seguito in Italia: su parla di vini rossi (anche francesi, spagnoli, californiani) e soprattutto di studio forzato della nostra lingua da parte di uno dei tanti protagonisti: il più giovane, il più ribelle e il più simpatico. Per il resto è tutto un libro molto scottish, o meglio il gustoso ritrattato dei nuovi fermenti nell’antica città di Edimburgo, famosa per la cultura, la flemma, le arti, il quieto vivere e una sottile ironia che serpeggia, con raffinata intelligenza, anche in ogni pagina di un divertente libro corale. Dunque, con destrezza affabulatoria e vena satireggiante, McCall Smith mette in scena la routine quotidiana degli inquilini di una palazzina al 44 della centralissima Scotland Street: nei giorni ancora caldi di inizio settembre, Pat, Domenica, Bruce, Matthew, Lou, Fairbairn, Angus, il cane Cyril, Ramsey, il piccolo Bertie con i due genitori e i compagni di scuola, compongono un grosso mosaico coloratissimo della borghesia edimburghese, un po’ snob e radical chic, tentata dal politically correct a ogni costo. Continua a leggere
QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.78: Tutti i colori del mondo. Roberto Parente, “Eravamo di passaggio”
Tutti i colori del mondo. Roberto Parente, Eravamo di passaggio, Firenze, Lucio Pugliese Editore, 2010
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di Giuseppe Panella*
Roberto Parente è essenzialmente (e irreversibilmente) un pittore anche quando si affida alla sua ispirazione letteraria ma la sua frequentazione della poesia non rifugge certo dal ripiegamento esistenziale e dalla lirica d’amore (e spesso erotica). La sua, di conseguenza, è una proposta globale, di intendimento generale della riflessione artistica (orazianamente ut pictura poësis, tanto per intenderci). La sua scrittura poetica gioca di sponda con l’arte pittorica e le fa da cassa armonica di risonanza. La presenza di dipinti (anche non suoi) e di collage costituisce un tentativo (talvolta ben riuscito) di collegare la dimensione del colore con quella dell’illuminazione lirica o del flash (parzialmente) narrativo. Come scrive Pier Francesco Listri nella sua nota introduttiva al volume:
4. Uno spazzino
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da qui
Ho fatto di tutto: lo spazzino, il facchino, l’inserviente.
I soldati salgono sui carri, i giovani gridano, corrono, sventolano cartelli che inneggiano alla pace, un gruppo incappucciato alza le torce accese nella notte. Continua a leggere
L’esordiente di Raul Montanari
di Guido Michelone
C’è molta carne al fuoco in questo nuovo romanzo del cinquantunenne autore milanese-bergamasco, il quale si diverte, stavolta, a giostrarsi tra fiction e realtà (iperrealisticamente tra fiction pura e realtà vera) e sopratutto a giocare con la letteratura medesima. Montanari nel suo undicesimo romanzo, imbastisce anzitutto una trama dove l’autobiografia pubblica/privata e l’aspetto strettamente metalinguistico vantano un ruolo primario, fondendosi fra loro, integrandosi a vicenda. Raul presenta le ‘peripezie’ dello scrittore cinquantenne Livio Aragona, frustrato per essere ritenuto solo un brillante giallista (o noirista) da pubblico e critica, dunque alla ricerca del colpaccio per elevarsi di grado, che, nell’ambiente significa vincere un premio letterario, anzi il Premio per eccellenza, ma innominabile per scaramanzia. A mettere il bastone fra le ruote a Livio intervengono le donne, due, in questo caso, belle, mature, problematiche ma disponibili e soprattutto innamorate di lui; entrambe però sono freno e ostacolo alle mire ambiziosissime del personaggio (e dell’artista): da un lato Veronica, allieva del corso di scrittura creativa, diviene ben presto non solo la nuova amata/amante, ma la più acerrima rivale per la conquista del suddetto Premio; dall’altro l’ex moglie Silvia con il rude boy friend Emiliano, a causa di quest’ultimo (criminale e pazzoide), metterà in serio pericolo l’esistenza del romanziere, a cui vuole ancora un gran bene (e forse qualcosa in più). Attorno a questa partita a quattro, Montanari svolge benissimo i differenti piani letterari, grazie a un fine tratteggio psicologico di caratteri e di azioni e grazie a un intreccio di proposito scontato alle prime apparenze, quindi via via sviluppato e avviluppato fino al botto compulsivo di un avvincente imprevedibilità (che è poi il registro giallo-noir, ma virgolettato e citazionista, dell’intera opera montanariana). Continua a leggere
Massimiliano Bossini, Forcipe
3. Di che colore
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In primo piano c’è una chiesa dalla facciata che ricorda San Miniato, un campanile troppo alto che sfida nemici invisibili e tenaci, a ridosso di case di cui si intravedono il tetto e le finestre del piano superiore. Dietro, una collina in cui si alternano viti e cipressi e in cima una chiesa più piccola col campanile a torre.
La mano è tesa, benedice, è il prolungamento necessario del volto appena sorridente, le grandi orecchie predisposte all’ascolto, come se l’udito fosse la cosa più importante, come se ogni cosa che conta nascesse dall’ascolto. Continua a leggere
“Fuochi di Bengala e altre poesie”, di Krzysztof Karasek
Fuochi di Bengala e altre poesie, di Krzysztof Karasek (ed. Il Ponte del Sale, 2011) (a cura e per la traduzione di Leonardo Masi)
Recensione di Giovanni Agnoloni
I lavori letterari a cui ‘mette mano’ Leonardo Masi, raffinato polonista e musicista di cui già abbiamo parlato, su questo blog, si segnalano sempre per una profondità “diversa”. L’ultima volta ne parlammo riguardo alle poesie da lui tradotte per le Edizioni della Meridiana, Antimondo di Tomasz Ró?ycki, uno dei più importanti poeti polacchi dell’ultima generazione. Oggi guardiamo invece a Fuochi di Bengala e altre poesie, raccolta di liriche di Krzysztof Karasek (ed. Il Ponte del Sale), che in Polonia è un protagonista della vita letteraria fin dagli anni Settanta, quando faceva parte di un movimento poetico detto Nowa Fala (“nuova ondata”). Leonardo Masi, che ha tradotto e curato questa antologia di testi, è anche autore della postfazione al volume (mentre la prefazione è di Jaros?aw Miko?ajewski), nella quale ben tratteggia l’itinerario artistico di questo autore apparentemente così “strano”, perché fuori dagli stereotipi dell’intellettuale accademico (ex studente di educazione fisica, grande amante delle bevute), ma al tempo stesso di un’intensità di sguardo direi quasi ‘chirurgica’, perché capace di andare dentro al cuore del segreto emotivo dell’uomo. Continua a leggere
2. Serrande verdi
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E’ un albergo sobrio, con ringhiere e serrande verde chiaro, un edificio dove sembra non accada nulla, nella vita. Lo si può vedere da varie angolazioni, e più lo osservi più ti convinci che certamente no, qui non accadrà mai nulla.
I netturbini protestano, vogliono lo stesso trattamento, lo stesso contratto di lavoro. Il clima è teso, violenze, assemblee, sit in e boicottaggi. Continua a leggere
Kamen’
Di Amedeo Anelli
Nel panorama denso di proposte delle riviste italiane di poesia, la specie più diffusa è ancora la rivista contenitore: un bric à brac di evenienze, di occasioni, di opportunità e di opportunismi, una mortificazione dell’eventualità dell’esistente, di un progetto letterario disgiunto da qualsiasi accadimento e poetica, presenti talvolta, ma in forma mortuaria e di registrazione catastale.
Riteniamo che non si possa fare critica, e men che meno riviste di poesia di una qualche utilità sia per chi ci scrive sia per chi è ospitato, senza un’approfondita visione della Letteratura e della Critica. Riteniamo, inoltre, che tali discipline si debbano aprire alla molteplicità dei saperi contemporanei e alla complessità del reale facendosi carico, ma anche superando le autonomie disciplinari. Chi non sa leggere i risultati delle discipline scientifiche contemporanee, dei saperi, della totalità della Cultura in senso lato, difficilmente potrà innovare gli strumenti critici e storiografici. Continua a leggere
Frammenti di un discorso poetico
di Rosa Salvia
Come nebbia ogni cosa si dissolve. La distanza è il metro del tragico, la stanza è il luogo della poesia, ( “la cameretta di Petrarca e di Leopardi” ) o la piccola casa di Beppe Salvia ( poeta lucano morto suicida a Roma a soli trent’anni, nel 1985 ), il quale chiude una sua poesia con questi bellissimi versi: “Io amo la mia casa perché è bella / e silenziosa e forte: sembra d’aver / qui / nella casa un’altra casa, d’ombra, / e nella vita un’altra vita, eterna”. Continua a leggere






