La versione di Giuseppe – Poemetto per don Tonino Bello

FESTIVAL IL MONTESARDO – Musica Antica, Teatro e Poesia –

Dodicesima edizione, 2011

Regione Puglia, Città di Alessano, Accademia di Terra d’Otranto

Direttore artistico: Doriano Longo

31 AGOSTO – Piazzetta Santa Maria del Foggiaro, Alessano (Lecce), ore 20.30

LA VERSIONE DI GIUSEPPE – Poemetto per Don Tonino Bello

Lettura di Ippolito Chiarello con musiche di Rocco Nigro (fisarmonica)

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L’innamoramento del diverso

di Gloria Gaetano

Dacia Maraini, La seduzione dell’altrove, Rizzoli, Milano, 2010

Salgo per le stradine di Erice, la bella e vivace cittadina fenicia dall’acciottolato un po’ impervio per i miei tacchi. Tra poco assisterò allo spettacolo “Passi affrettati”, di Dacia Maraini e la rivedrò dopo tanti anni, un po’ cambiate entrambe, ma con la stessa energia e volontà combattiva delle vetero-femministe. Continua a leggere→

92. Colpi

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Il poliziotto ha la pistola in mano, il dito sul grilletto, lo sguardo fisso sul bulldozer. Allunga le braccia, le mani sono unite, strette all’arma; la nuca è rasata e la camicia bianca.
– Ho bisogno di parlarti.
– Ti sento agitata, Magdalenne.
Un uomo, con la maglietta blu, grida qualcosa nel telefonino; più avanti c’è un soldato col casco e la giacchetta neri. Continua a leggere→

BALLABILE TERREO, di Laura Liberale

Di Ballabile terreo, di Laura Liberale, pubblicato da D’If edizioni (2011, Napoli), ho avuto la fortuna di assistere ad una anticipazione pubblica, ovvero alla lettura di estratti da parte dell’autrice, nel corso del Premio Miosotis 2010, nella cui occasione il libro è stato premiato.

L’occasione alta di questa silloge-poemetto è fornita dalla scomparsa, per malattia, del padre Alberto, di cui già il titolo “Ballabile terreo”, coraggioso e vertiginoso anagramma del nome-e-cognome, reca traccia, forse testimonio di un legame quasi “plantare” al suolo della terra viva (e il ballo è questo, legame e scioglimento dal peso del legame, affondamento ctonio e trascendere aereo); un ballabile che ci piace rassomigliare al ballabile delle musichette da fisarmonica diatonica dell’antica provincia italiana. Continua a leggere→

90. Quel tutto

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Gad ha un’espressione enigmatica, mentre mastica gli gnocchi di patate: inquadra l’angolo bar, moderno come tutto il resto; dal soffitto pendono due lampade enormi e stilizzate; sulla destra, in fondo, c’è una specie di vetrina in cui non riesce a distinguere gli oggetti, di colore scuro. Avigail ha un’aria agitata: i grandi occhiali scuri non riescono a nascondere il nervosismo che irrigidisce i muscoli e la costringe a battere le dita sul tavolo di legno. Continua a leggere→

Ibrahim Qashoush in memoriam

 

Il 5.7.2011 il poeta e cantautore siriano  Ibraim Qashoush fu assassinato dalla polizia del regime. Fu trovato morto, con la gola tagliata, nel fiume Al-Assi. Il Pen Club International denuncia il fatto e  ricorda con il seguente testo di una sua canzone il fatto che in molte parti del mondo la parola è minacciata dalla morte.

 

Syria is longing for freedom

Syria is demanding freedom

We will oust Bashar

With our strong will alone

 

We are Muslims and Christians

Demanding freedom

Greetings to Daraa city

Who started this peaceful uprising

 

When we demanded freedom

They called us terrorists

When we demanded our rights back

They called us fundamentalists

 

It is written on our national flag that

Bashar has betrayed the nation

It is written on our flag that

Our aim is bring the regime down

It is written on our flag

That Syrian state-owned media is damned

Death rather than humiliation

Syria is looking for freedom

 

 

La Siria ha sete di libertà
La Siria chiede la libertà
Cacceremo via Bashar
Tramite la sola nostra volontà
Siamo mussulmani e cristiani
E chiediamo la libertà
Saluti a Daraa City
Dove la ribellione pacifica è cominciata

Quando chiediamo la libertà
Ci chiamano terroristi
Quando chiediamo di ridarci i nostri diritti
Ci chiamano fondamentalisti

E’ scritto sulla nostra bandiera nazionale che
Bashar ha tradito la nazione
E’ scritto sulla nostra bandiera che
il nostro obiettivo è di far cadere il regime
Sta scritto sulla nostra bandiera
Che i media statali siriani sono dannati
Piuttosto la morte che non l’umiliazione
La Siria ha bisogno di libertà

Dalla traduzione inglese (l’originale è in arabo) di Ghias Aljundi) tradotto in Italiano da Stefanie Golisch

89. Ha – Motsa

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E’ un altorilievo senza pretese di originalità: due personaggi colti nel momento del massimo stupore, davanti a un terzo a braccia aperte, con le palme rivolte verso l’alto; lo sfondo dorato ricorda che una presenza preziosa si rivela nel momento in cui meno te lo aspetti. Continua a leggere→

Aa.Vv, “C’era (quasi) una volta”

Si chiama C’era (quasi) una volta la raccolta di fiabe (o quasi-fiabe) appena uscita per la Senzapatria Editore. Il volume nasce da un’idea di Marino Magliani.

Dal sito dell’editore:

«Tutti i profitti derivanti dalla vendita saranno devoluti a NutriAid, un’organizzazione umanitaria indipendente, nata nel 1996, con sede nazionale a Torino e sedi locali in varie regioni d’Italia. NutriAid opera in Rwanda, Senegal, Madagascar e Repubblica Democratica del Congo dove costruisce, ripristina e coordina centri intensivi di lotta contro la malnutrizione infantile severa e cronica, per il trattamento del disequilibrio ponderale nei bambini. Realizza interventi sanitari attraverso la propria unita? medico-scientifica inviando equipe mediche specializzate. Attua programmi di sicurezza alimentare operando in partnership con importanti istituzioni internazionali, sostiene le famiglie in progetti di sviluppo agricolo e allevamento per prevenire le ricadute ed emergere dalla fame e dalla poverta?.

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Da Somewhere ai TQ

di Franz Krauspenhaar

Stanotte su Sky ho visto l’ultimo film di Sofia Coppola, Somewhere. Non vado più al cinema, è una perdita di tempo. E’ un pò come andare allo stadio: con tutte le partite visibili sul piccolo schermo perchè pagare il biglietto, lo spostamento, perdere tempo? La tv satellitare ha dato il colpo mortale al calcio dal vivo e al cinema sul grande schermo. E così sia, anche perchè il mondo è cambiato, e soprattutto si è involgarito, e no di certo perchè si dicono più parolacce in pubblico. Quando qualche anima bella mi accusa  di cattivo gusto spiego che simile categoria appartiene ai borghesucci del dopoguerra, o agli arricchiti dell’oggi, quelli che comprano i loro quadri a Telemarket. I clienti di un demente della pittura come Mark Kostabi. Tornando a me, stanotte, insonne come sempre, ho visto Somewhere. Continua a leggere→

88. Insostenibile

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Avviene tutto in un momento: la serenità interrotta – il tavolo, i quadri appesi alla parete, il vaso nella nicchia, le immagini che rassicurano la mente -, gli uomini dal volto coperto fanno irruzione senza dire una parola – oltre la finestra, l’albero è immobile, come Myriam e Chochana, che rimangono di sasso -, avevano finalmente convinto Magdalenne – diciamoci tutto, dobbiamo uscire da questa situazione, Continua a leggere→

STORIA CONTEMPORANEA n.79: Il mistero dell’organo di Melegnano. Gabriele Prinelli, “La mano dell’organista. Melegnano 1817”

Il mistero dell’organo di Melegnano. Gabriele Prinelli, La mano dell’organista. Melegnano 1817, Genova, Fratelli Frilli Editori, 2009

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di Giuseppe Panella*

La scena è a Melegnano, in provincia di Milano, in epoca postnapoleonica. Gaspare, un giovane artigiano specializzato nella riparazione di organi antichi trova nelle canne di quello della chiesa del paese che sta per sostituire con uno nuovo delle ossa appartenenti a una mano umana (in principio aveva pensato che fossero quelle di un piccione che vi era finito per caso e vi era morto). Dopo aver consultato il medico Federico detto il “Malsano” (per il suo aspetto fisico non dei migliori), la sua ipotesi viene confortata dalla diagnosi anatomica di quest’ultimo. Ma come erano finite quelle ossa in un luogo dove nulla avrebbero avuto a che farci? Per tutto il romanzo, Gaspare cerca la risposta a questa domanda che, alla fine, si trasformerà in una storia tra il macabro e il fiabesco, di quelle che, una volta, si raccontavano davanti al fuoco nelle lunghe e implacabili sere invernali.

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87. Chi non odia

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Lo chiamano Santa Maria del Tremore: è un piccolo santuario eretto sul colle da cui i concittadini volevano gettare giù il Mashiah. All’ombra di due grandi alberi si contempla la costruzione in pietra, con un arco da cui si affaccia un angolo di azzurro.
– Me lo immagino, mentre prende il rotolo del profeta e legge il brano. Continua a leggere→

Provocazione in forma d’apologo 203

“Ossessione” è una parola anche troppo gentile. Significa “assedio”. Significa che siamo asserragliati dentro mura e combattiamo da eroi per difenderle dagli altri che premono dall’esterno. Ma spesso le cose stanno in modo ben diverso, e la parola che si dovrebbe usare, se non fosse logorata e deformata dall’uso religioso che ne è stato fatto, sarebbe “possessione”.
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86. Senza più parole

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Il deserto inquieta: ricorda che esiste un punto vuoto, senza appigli; le sicurezze franano, come rocce trasformate in sabbia cotta dal sole. I monti, sullo sfondo, sono un altro ostacolo alla vita; o forse il segno che esiste un aldilà nell’aldiqua, una speranza che non riesce mai a morire. Le chiamano rovine di Qumran, ma c’è da chiedersi cosa non sia rovina di quanto nasce dalle mani umane. Shlomstione lo sa bene: per questo tocca una spalla di Yeohochoua, con la certezza di colpire. Continua a leggere→

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.75: L’avvento del Numinoso. Renzo Ricchi, “Eternità delle rovine”

L’avvento del Numinoso. Renzo Ricchi, Eternità delle rovine, con un’ Introduzione di Gualtiero De Santi, Borgomanero (NO), Giuliano Ladolfi Editore, 2011

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di Giuseppe Panella*


Eternità delle rovine è un libro malinconico e desolato ma non disperato. Già nella nozione stessa di eternità si dà spazio a un’illusione attiva e non rinunciataria – quella della possibilità sempre presente che ciò che perisce e transita in modo apparentemente irreversibile sia destinato a durare anche se in un’altra dimensione (un’altra vita forse). Inoltre è pur sempre l’eternità (e quindi la sua non numerabile durata) a essere in primo piano rispetto alla pesante fragilità delle rovine.

Come recita la poesia che dà il titolo alla raccolta:

«Non c’è più rumore. / Uomini qui risero e piansero / bambini nacquero e giocarono / si guardarono attorno sorridenti / senza sospetti / pieni di fiducia / ragazze in fiore / illuminarono lo spazio. // Come lontano / l’urlo del cacciatore antico / che uccise il primo cervo / il grido che scosse la foresta / smorzò il brusio della natura. // Niente più. / Solo il vento resta / i profili delle colline / l’orizzonte / il cielo aperto / gli alberi immoti. // Creature e cose / s’inoltrarono impotenti / nel silenzio. // Silenzio / sacro velo che occulti / le orme perdute della vita. // Oh l’eternità delle rovine !» (pp. 14-15).

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Anna Maria Carpi, L’asso nella neve (Transeuropa, 2011)

 

 

A come appaio non ci fate caso.

Non sono io,

si sa che io è un altro.

Non mi lasciate il posto sul metrò

e le carte d’argento non le voglio,

preferisco pagare, stare in piedi.

Vecchiaia? È l’Himalaya, il Tibet,

una divisa che non posso indossare.

La mia taglia non c’è,

io non ho fine.

Se solo avessi uno, un altro, un solo

che ci crede con me.

 

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Tappa vomito n. 2


-Come ti senti?- mi fa la nostra Brunetta.
-Bene-, la prima bugia di oggi.
Del resto se tra poco starò male è solo colpa mia. Mia, e del gelato Coppa dei Campioni. L’hanno fatta bicolore, bianco e nero, panna e cioccolato. Forse è per via dei colori della nazionale tedesca, quella che quest’anno ha vinto i Mondiali. Peccato, che a me piaceva di più l’Olanda e quei cappelloni dei suoi giocatori.
La nostra Brunetta me l’ha detto, che mi avrebbe fatto male. Ma io no. A insistere che lo volevo, quando ci siamo fermati al bar della pompa, con la foto del gelato nel cartello di metallo sul frigo.
D’ora in poi, ne sono sicuro, la nostra Brunetta si volterà in continuazione per chiedermi come sto. Ed io, sul sedile di plastica rossa, con l’asciugamano pronto accanto, a tornare a mentire.
Adesso che il Pilota ha imboccato l’autostrada della Morte, il gelato inizia a girarmi sullo stomaco. Noi dentro la centoventotto blu. Fuori il sole a cuocere il tetto.
-Pensa a qualcos’altro- mi fa la Brunetta.
Ecco, me l’ha detto un’altra volta. Che poi mi ero già distratto per conto mio, senza bisogno che me lo ordinasse lei, tanto l’Autostrada della Morte di distrazioni ne offre un sacco. Continua a leggere→