12. Settanta volte sette

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Leopoldo, deluso nel desiderio di riscatto, riguadagna il pub. Pensa che, se berrà sette birre, Calvino tornerà di nuovo a consolarlo. La ragazza è diventata più prudente: scruta l’avventore e cerca di indovinarne le intenzioni. Leopoldo è un personaggio che si fa voler bene facilmente: ha un aspetto fisico gradevole, è cordiale e sorride volentieri. In questi giorni è un po’ cambiato, come se qualche cosa lo stesse logorando.
– Mi porta la solita? chiede gentilmente alla ragazza.
– La solita o le solite?
– E’ un periodo difficile, ho bisogno di sfogarmi.
– L’altra volta siamo stati in ansia: parlava da solo.
– Chi le ha detto che ero solo? Continua a leggere→

11. Cancellazioni

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Leopoldo si è ripreso dalla sbornia, e capisce di aver sognato tutto, però è contento della soluzione che il Calvino fantasma gli ha offerto il giorno prima. Non che sia rassicurato pienamente: e se davvero il romanzo fosse condannato? Se la sua breve vita finisse qui, dopo le prime undici pagine? Che direbbero di lui, che traccia lascerebbe del suo passaggio tra la gente? Decide di agire, di compiere qualcosa che rimanga: la cosiddetta buona azione, oggi caduta in disgrazia, e soggetta a verifica continua. Continua a leggere→

Tirato a neve

di Alfonso Nannariello

I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – X

L’anno successivo la nascita di mia sorella, nel 1959, da mio padre e suo fratello furono fatti gli atti per la divisione della casa. Poi si fecero i lavori.
Da noi furono tolte le carte dei parati e i muri furono imbiancati.
Credo che il bianco allora fosse il colore di una vita concentrata sulle cose che avevano il grado dell’essenza.

Nei fusti con l’acqua, la calce viva sciogliendosi bolliva, e bollendo bollendo si spegneva. Continua a leggere→

Pop raffinatissimo per le nuove poesie in musica di Andrea Chimenti

C’è un uomo e ci sono i suoi cinquanta anni. C’è una casa di Lego da smontare e rimontare, valutando ogni singolo mattone. Il colore: è abbastanza felice? La robustezza: è abbastanza solido? L’utilità: orpello improduttivo o sostanza?

Domande che producono un album, “Tempesta di Fiori”, il nuovo cd di Andrea Chimenti, cantautore aretino che da quasi trent’anni, prima con i Moda e poi come solista, emerge dalle nebbie della musica indipendente italiana con felice ostinazione e meritati riconoscimenti, il più famoso fra tutti un singolo con David Sylvian dei Japan che da solo varrebbe tutta una carriera.
Un album bello e intenso sulla vita, sul cambiamento, sull’amore. Sulla timidezza, sulla paura, sui percorsi da fare col cuore che brucia, sul coraggio che germoglia dalla disperazione, dal bisogno di restare vivi, umani con sé. I testi di Chimenti sono poetici e diretti, toccano corde profonde e comuni, si fondono con una musica originale e estremamente raffinata senza essere mai autoriferita o snob: tutt’altro, “Tempesta di fiori” è un album con molte più venature pop dei precedenti, leggerezza e melodia. Continua a leggere→

Guernica

di Alessandro Ansuini

« Avete fatto voi questo orrore, maestro?»
«No, è opera vostra »
Pablo Picasso

Al centro era lo scopo e io ancora più vasto
Seguivo gli odori della memoria per scovare i sentieri, le grotte
Sapevo che l’ultimo e il primo erano segnali di fumo sbagliati
E un limone matematico mi riportava a una gamba, a una carezza
A questo bellissimo piede, e dunque la stanza. Continua a leggere→

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.49: Il fascino della forma chiusa. Salvatore Martino, “Nella prigione azzurra del sonetto”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Il fascino della forma chiusa. Salvatore Martino, Nella prigione azzurra del sonetto, Faloppio (CO), Lieto Colle, 2009


Questa raccolta di centoventidue sonetti racchiude al suo interno non solo la storia della vicenda personale del suo autore ma circonda con le sue circonvoluzioni verbali una sorta di piccola storia del mondo. Cultore avvertito e solerte della forma chiusa del verso, Martino sa che potrà usarla compiutamente solo se essa sarà sempre aperta a tutte le suggestioni possibili, a tutte le dimensioni e proposte letterarie che sarà in grado di far riverberare e precipitare, quasi soluzione satura, su di essa. Il sonetto, in sostanza, è uno strumento a doppio taglio che va utilizzato bene, con cura – se si sbaglia, il rischio è quello di precipitare in un vacuo accademismo di maniera dove la forma chiusa resta barricata in se stessa.

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10. Birre

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Leopoldo è agitato: tornando a casa ha trovato una lettera anonima con un’accusa di plagio all’autore del romanzo di cui è il personaggio principale. Sarebbe troppo simile al Marcovaldo di Calvino. La notizia lo ha ferito, sente di avere ben poco in comune col suddetto, un’altra estrazione sociale e culturale, altri contesti, radici incompatibili. Teme, poi, le conseguenze: potrebbero impedire la pubblicazione, mettere il libro al bando, emettere sanzioni pecuniarie insostenibili per le sostanze esauste del suo inventore. Continua a leggere→

L’illuminista illustrato

Pedullà costruisce libri da abitare. L’ultimo, Il vecchio che avanza. Scampoli illustrati di politica e letteratura degli Anni Zero, edito alla fine del ’9 dalla cooperativa romana Ponte Sisto (la stessa cui il critico calabrese affida la stampa delle due riviste da lui fondate all’inizio del millennio, «L’illuminista» e «Il caffè illustrato»), non tradisce le aspettative: tutto è minuziosamente e sapientemente architettato perché l’ospite possa visitare con ogni conforto stanze logge recessi senza mai accusare la benché minima stanchezza. Via, dunque, le pedantesche note al piede (respingerebbero); bando alle obese referenze bibliografiche (annoierebbero); nessuna pietà per gl’indici analitici (desterebbero sospetti). Ecco, invece, le illustrazioni didascaliche a tinte fumettisticamente sgargianti (l’occhio non vuole forse la sua parte?); le gustose macchie di colore mutuate da uno degli auctores del Nostro, D’Arrigo: «lassotto», «laddentro», «il visto cogli occhi», «il visto cogli occhi della mente»; il sermo usitatus et simplex mescidato di registri incompatibili, dall’aulico all’informale, non escluso il turpiloquiale, perché bisogna rivolgersi al lettore medio con l’affabilità e la naturalezza d’un compagno di strada, e del lettore medio riprodurre lingua e pensiero con artifici mimetici da mortificare il più scafato scrittore espressionista («capi politici che hanno testa ma non hanno coglioni»; «lettori cui non gliene potrebbe fregar di meno delle sorti della letteratura»; «parole deformate da orrore e incazzatura», «Perelà ha fatto vedere come va il mondo. Nel migliore dei casi va a puttane»). Continua a leggere→

9. Il peccato originale

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Da un po’ di giorni, Leopoldo ha in mente questa frase: “Se non fossi uno scrittore, vorrei essere Dio, che non ha scritto nulla”. Non sa chi l’abbia detta, e forse non l’ha detta nessuno; eppure, non sa come, se la trova sempre lì, e non riesce a liberarsene. In effetti, pensa, è curioso: pare che Gesù non abbia scritto nulla e forse non sapeva neanche scrivere. Sembra che i più grandi personaggi non abbiano vergato un rigo. Che la scrittura sia un ripiego per figure minori? Chi scrive si trascina un bagaglio di sconfitte e frustrazioni, mentre il saggio si occupa di vivere, impegno non indifferente? Continua a leggere→

I sapori del giallo

Venerdì 10 settembre inizia la rassegna I sapori del Giallo, col patrocinio del SIULP (Sindacato Unitario Lavoratori Polizia) a Langhirano (Parma). Scrittori si alterneranno durante le tre giornate parlando dei loro libri, inoltre vi saranno proiezioni di film, concerti e tante degustazioni. Questi gli scrittori presenti: Giuliano Serioli, Paolo Roversi, Bruno Morchio, Elisabetta Bucciarelli, Giusy De Nicolo, Andrea Villani, Peter Gomez & Lirio Abbate, Gianni Flamini, Antonio Bloise, Ansoino Andreassi, Claudio Rinaldi, Alberto Custerlina, Andrea Ribezzi, Antonella De Carlo, Francesco Di Lorenzo, Maurizio Blini, Augusto De Angelis, Giuseppe Caliceti, Alessandro Dal Lago, Lucio Nocentini, Francesco Fiorentino & Carlo Mastelloni, Patrizia Debicke van der Noot, Mauro Baldrati, Emilio Marrese, Rossella Drudi, Giovanni Pedrani.

Informazioni qui

La Macondo di tutti i sud del mondo

“Spiaggia libera tutti” di Chiara Valerio (Laterza – Contromano) 160 pagg., € 10.00
“Spiaggia libera tutti” di Chiara Valerio (Laterza) è un docufilm cartaceo su Scauri, il posto dove l’autrice è nata e cresciuta: galoppata nel far-(spaghetti)-west a cui questa giovane e ipertalentuosa scrittrice dedica un canto d’amore affettuoso, letterario, letteraturoso e molto comico, ma col patetico a fil di groppo.
Scauri come Macondo, il paese sudamericano dove è ambientato “Cent’anni di solitudine” di G. G. Marquez; Scauri raccontata con una prosa a metà tra Roberto Bolaño e Jerome K. Jerome – l’autore di “Tre uomini in barca”. E come nel capolavoro di Marquez questo libro porta nello sguardo complessivo il significato di un passaggio di consegne generazionale tra padri e figli, un lascito di continuità storica, morale, emotiva e sociale tra figli e genitori, nonni, bisnonni, e quelle persone che – pur non essendo parenti – appartengono dell’anima di un luogo al punto da esprimerne contenuti condivisi tra tutti, come antichi aedi.
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Pro/vocazioni. Dieci domande a scrittori e poeti italiani. # 13 ALESSANDRO ZACCURI

A cura di Franz Krauspenhaar

Dieci domande secche (o delle 100 pistole) a scrittori e poeti italiani. Sempre le stesse domande per tutti, non si scappa. Scrittori e poeti giovani e meno giovani, famosi e poco conosciuti. Domande provocatorie (forse) sulla vocazione letteraria. Uno spaccato, un ritratto, un modo di vederci più chiaro, uno spunto per approfondire una conoscenza. Uomini e donne che fanno della loro vita un romanzo non solo da continuare a vivere ma anche da continuare a scrivere. O sotto altre forme della scrittura, come la poesia. Un modo per essere al mondo ed esprimere non solo se stessi ma proprio questo mondo che noi siamo e allo stesso tempo ci contiene.

Sei uno scrittore. Chi te lo fa fare?

Nessuno. È il mio modo di guardare il mondo, niente di più. E scrivere, secondo me, è quello che mi riesce meglio. Per molto tempo ho cercato di far finta di niente, occupandomi di letteratura come critico. Ho pubblicato il mio primo libro di narrativa nell’anno in cui compivo i quaranta. Mi sarei anche fermato lì, al regalo per la raggiunta mezza età. Invece è andata diversamente. Non me ne rammarico.

Amori e odi letterari. Per favore alla voce odi non citare solo gente defunta.

Vale se dico che detesto Dan Brown? Pessime trame, stile inesistente e, oltretutto, ha rovinato almeno un paio di argomenti che, in mano ad altri autori, si sarebbero trasformati in romanzi interessanti. Quanto agli amori, ho una predilezione per alcuni grandi autori, Herman Melville e T.S. Eliot su tutti. Da qualche tempo, però, mi sto appassionando a una serie di “maestri minori”: scrittori poco o non abbastanza conosciuti, nei quali in qualche modo riconosco qualcosa di quello che sto cercando di fare. Qualche nome, distribuito grosso modo per ambito di appartenenza: Friedrich Glauser per la detective story, Nikolaj Leskov per l’Ottocento russo, Stefano D’Arrigo per il nostro Novecento, Mervyn Peake per il fantastico, E.L. Doctorow per la letteratura americana contemporanea. Più qualche scoperta recentissima, tutta da approfondire, come quella dei francofoni Jacques Chessex e Béatrix Beck. Continua a leggere→

8. E’ già finito

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Leopoldo sembra un po’ idealista: come illudersi di vincere la diffidenza tra i clienti di un esercizio commerciale? Non basta la giustificazione letteraria di gettare un sasso nello stagno della trama, perché sarebbe più efficace un gesto estremo: i telegiornali informano ossessivamente su atti inconsulti, gente accoltellata o travolta dall’automobile dell’antagonista o bruciata come fosse una bistecca al barbecue. In effetti, lanciare la sfida della comunicazione è una chimera. Continua a leggere→

Provocazione in forma d’apolog(o/ia) 174

L’aperitivo rosso in bottiglietta troncoconica ed il liquore giallo che ha il nome di un premio letterario stanno lì da decenni uguali nel gusto e nella confezione, impavidi piloni contro cui le ondate dell’esistenza si abbattono invano. Non si può dire lo stesso di una certa birra rossa fino all’anno scorso più buona e calmante del latte di mamma: da quando la presentazione è cambiata di un niente è cambiato decisamente pure il gusto; anche se al numero verde, al quale si telefona dopo aver superato un comprensibile imbarazzo, il giovanotto di turno dice che no, che l’azienda, di fronte alle segnalazioni già pervenute in tal senso, ha fatto sapere che si tratta di mera suggestione. Ah, si ribatte, perché di segnalazioni in tal senso ne sono già pervenute, nevvero? Seguono un silenzio e un clic.
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7. Io uccido

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Leopoldo ha imparato la lezione, ma non demorde. Ritiene che l’autogrill sia un simbolo privilegiato della società occidentale; forse farebbero più al caso gli immensi centri commerciali con scaloni in marmo e negozi barocchi, ma lì si sente in soggezione e preferisce ripiegare su forme meno impegnative. Si fa coraggio ed entra di nuovo tra la folla in maniche corte e macchie di sudore sparse senza un ordine preciso. Avverte l’ostilità dei corpi, che difendono la posizione nella doppia fila che dalla porta d’ingresso si allunga in direzione della cassa. Continua a leggere→

Va tutto bene

Alle tre di mattina non era ancora tornata. Prima di uscire mi aveva detto che la batteria del telefonino era quasi a zero. Ragione per cui a un certo punto della notte avrebbe smesso di funzionare.
Un attimo dopo averla sentita richiudersi la porta alle spalle e uscire mi era venuto da pensare – considerando che si trattava della sua prima notte fuori in una città che neppure conosceva – che avrebbe potuto preoccuparsi di ricaricare la batteria nel pomeriggio o durante la cena.
Però lei se n’era dimenticata. Aveva detto proprio così, ‘dimenticata’ aveva detto, senza notare il moto di rilassata indifferenza con cui avevo finto di accogliere le sue parole. Continua a leggere→

IL TERZO SGUARDO n.10: Lo sguardo di Ipazia. John Toland, “Ipazia. Donna colta e bellissima fatta a pezzi dal clero” e “AGORA”, regia di Alejandro Amenábar

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella


Lo sguardo di Ipazia. John Toland, Ipazia. Donna colta e bellissima fatta a pezzi dal clero, trad. it. e cura di Federica Turriziani Colonna, Firenze, Clinamen, 20103; AGORA, regia di Alejandro Amenábar, sceneggiatura di Alejandro Amenábar e Mateo Gil, 2009

Scrive John Toland all’inizio del suo breve rapporto su vita e morte di Ipazia, filosofa vissuta ad Alessandria d’Egitto tra il 370 e il marzo del 415 dopo Cristo, una delle figure più straordinarie della cultura ellenistica e donna di rara intelligenza e bellezza:

«Quello che vi narro è un racconto breve ma ricco, come i libri degli antichi, sulla vita e sulla morte di Ipazia; e la mia narrazione canterà per sempre la gloria del suo sesso, e la miseria del nostro: perché le donne non hanno certo pochi motivi per stimare se stesse, e ciò perché è esistita una donna così poliedrica e senza il minimo difetto (e forse l’unica mancanza alle sue innumerevoli perfezioni fu proprio il non avere alcun difetto), che gli uomini devono vergognarsi; se ne possono trovare infatti alcuni, tra di loro, di un’inclinazione così brutale e selvaggia che, lungi dall’applaudire con ammirazione tanta bellezza, tanta innocenza e tanta conoscenza, macchiano con le proprie barbare mani del sangue di una donna di tal fatta, segnando in modo indelebile le proprie empie anime con assassinii dal sapore di sacrilegio. Ad escogitare una morte così terribile fu un vescovo, un patriarca, anzi un santo; ad eseguire la sua implacabile furia, il clero. Nella storia che vado ricostruendo non tralascio di considerare che, tra gli autori, ci furono anche tutti i suoi contemporanei e l’intero panorama culturale della sua epoca (non voglio infatti omettere nulla di ciò che so). Tra questi, un suo collega, e anche un suo allievo. Ma quel che c’è di più odioso e scellerato è legato agli storici ecclesiastici considerati ortodossi nella loro epoca, così come accade, il più delle volte, nella nostra»(1).

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La cospirazione delle cose

di Alfonso Nannariello

I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – X

Non so se mamma, per la sua paura, con mezzo limone e foglie di gelso e fico, si facesse cose per non restare incinta.
Non so con quale formula fu sciolta al parto, anche se a un altro dopo me non diede nome e neanche un corpo intero. Si fece, infatti, aiutare ra na cummàra1 ad abortire ancora.

Ma poi viene una voglia che ti piglia e si ritorce dentro ogni pensiero. Una voglia che non sai da dove viene, ma quando viene piglia.
Per mamma stesso fu un mistero la voglia che le venne di una figlia. Continua a leggere→