IMPEGNO
Stiamo ammalandoci di eccesso di igiene. Così dicono gli scienziati. L’ossessione per la pulizia indebolisce le nostre difese immunitarie, e in questo modo ci ritroviamo con un esercito disoccupato che se la prende con nemici inesistenti, provocando allergie e intolleranze alimentari verso sostanze innocue. Anche nel linguaggio si avverte la stessa ossessione per la pulizia. Il sintomo più evidente sono le parole collutorio, quelle con cui ci si sciacqua la bocca e che basta sputarle per sentirsi più sani e puliti. In realtà sono vocaboli eviscerati, svuotati di senso per l’abuso. Impegno è uno di questi. Apparentemente è innocuo, ma a me il solo sentirlo provoca un’allergia fastidiosa. Adoperato in ambito letterario ricorda molto il coniuge ricco, che non è mai così benvoluto come quando se ne può denunciare la scomparsa. E’ la sua funzione precipua, il mancare. Ci si lamenta costantemente della sua assenza, pare che non ce ne sia mai abbastanza. Le rare volte in cui viene riconosciuto, sembra che il solo nominarlo produca effetti miracolosi, guarisca addirittura dalle scrofole. Sì, è vero, scrive da cani; in effetti non ha niente da dire, però, signora mia, che impegno! E’ l’esatto contrario di ciò che avveniva a scuola, quando ci dicevano “è intelligente ma non si impegna”. Ecco, in letteratura chi si vanta del proprio impegno, chi lo sbandiera ad ogni occasione, sempre in prima fila negli appelli e nelle petizioni (i cosiddetti sotto-scrittori), di solito lo fa per sopperire a qualche deficienza imbarazzante. Parafrasando Brecht, beata la letteratura che non ha bisogno di scrittori impegnati.









