Archivio mensile:Marzo 2024

Silvano TREVISANI, IL POETA SCOMPARSO E ALTRE STORIE. Nota di Giovanni Nuscis

 

Questo libro recentissimo di Silvano Trevisani, come scrive Mauro Ferrari nella sua postfazione “si impone all’attenzione critica per almeno due motivi: da un lato mantiene viva la memoria di un poeta autentico come fu il tarantino Pasquale Pinto, “uomo città” (p. 50), acclamato da grandi nomi (e definito forse riduttivamente “poeta-operaio”) ma caduto poi in un ingiusto oblio – e di cui Trevisani fu amico e sodale – ma dall’altro, innegabilmente, mostra interessanti caratteristiche espressive e spunti tematici di attualità.” Continua a leggere→

La parola ai poeti. Nicola Vitale

Premetto che in genere non scrivo sulla poesia, ma solo poesie. Ma la schietta iniziativa e il gentile invito di Fabrizio Centofanti, mi hanno fatto venire la voglia, per cui lo ringrazio.

E’ un momento molto interessante, per la poesia e non solo. Si tratta di una grande metamorfosi della civiltà. Preferisco infatti vedere la poesia all’interno di questo cambiamento generale, in quanto solo in questo orizzonte più vasto si spiegano certe cose, e credo che, siccome le arti anticipano i tempi, occorre osservare la grande metamorfosi in atto proprio nei mondi dell’arte. La poesia come disciplina ha un modo tutto suo di vivere questa crisi e trasformazione.  Ma la cosa più interessante è che questi capovolgimenti non avvengono per la volontà di qualcuno che pilota la cosa ideologicamente, anzi proprio il contrario, le varie volontà operano cercando di incrementare il vecchio clima o regime, ma così facendo, siccome non ci sono più i presupposti, ottengono l’effetto contrario. Per cui il cambiamento è repentino e inevitabile.  Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Maria Elena Danelli

Non saprei da dove iniziare a raccontarmi, se non che la prima poesia che scrissi fu quando avevo 6 anni.
Nacque da un sogno o propriamente da un incubo e non trovai modo migliore per scrivere ciò che mi accadde nel mio sgomento di bambina, e questo fatto osmotico di realtà-sogno mi accompagna da allora, non solo nella poesia ma anche nelle mie espressioni artistiche (le mie visioni mi accompagnano lucide, dando allo sguardo l’aspetto finale di ciò che mi visita nell’intuizione). A volte mi sembra di aver già vissuto più volte.
Nel mio sentire non mi spaventa l’idea della Morte, perchè penso che essa ci accompagni costantemente legata al senso della Vita, che sento come un fermento pulviscolare inesauribile, in cui la fiducia e l’abbandono a qualcosa di più grande mi pervade.
Questo senso armonico mi concede di sentirmi uno strumento affinchè le parole mi visitino e diventino inchiostro, una forma di contemplazione.
L’idea che la Vita si sviluppi in tutte le sue molteplici sfaccettature, abitando forme e sensibilità insospettate, e che esista una poesia che cerca di avvicinarsi alla meraviglia, all’incanto, all’effimero e caduco, mi ammutolisce.
Come può l’essere umano scegliere costantemente i conflitti, la distruzione, quando basta un potente teleobiettivo per vedere i crateri della Luna, o gli anelli di Saturno?
Le orbite dei pianeti attorno al Sole – che viaggia nello Spazio – e che per forza di attrazione lo circondano seguendo la sua traiettoria, descrivono un ipotetico fiore gravitazionale, ciascuno secondo la propria natura, e l’inconsapevole bellezza della conchiglia che ripete la successione di Fibonacci o il canto degli alberi che nel loro mutismo – alle nostre orecchie – cantano il mistero del Tutto, a volte mi riempie di una sensazione indescrivibile che si traduce in una fitta al cuore.
Parte di questo sentire diventa la mia scrittura. Che affiora e si traduce anche nel dialetto dei miei genitori, il Milanese, uno scavare in ciò che si è sedimentato negli anni, dato che ormai mi sono madre e figlia.

Qui una piccola scelta tra i miei inediti. Continua a leggere→

Maria Pia Romano, “Controluce”

Recensione di Francesco Improta

Maria Pia Romano, Controluce, Besa Muci Editore, 2024

Da due settimane è arrivato in libreria, per i tipi di Besa, l’ultimo romanzo di Maria Pia Romano, Controluce, che su proposta di Maria Cristina Donnarumma ha ottenuto una candidatura al LXXVIII premio letterario Strega. Credo che la Romano non abbia bisogno di presentazioni; attiva da una ventina di anni sul versante della letteratura e del giornalismo la scrittrice, pugliese di adozione ma originaria di Benevento, ha già ottenuto diversi riconoscimenti di prestigio. Controluce è, come si legge nella quarta di copertina, la storia di due solitudini: una pittrice che dipinge le onde e uno scienziato che studia l’aria, sullo sfondo di una terra magica e incantata, qual è il Salento. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Adriano Engelbrecht

Grato a Fabrizio Centofanti per l’invito e la sollecitazione rivoltami, provo una possibile riflessione sull’agire poetico afferente al mio percorso artistico.
Sappiamo: non esiste una risposta univoca alla domanda “cosa è la poesia”.

La “voce” che aggiungo – del tutto personale – è solo un breve contrappunto alla complessa polifonia dell’interrogazione contemporanea. La poesia è moto, scaturigine, è irruzione al mondo. È l’emergere da l’oscuro e, al contempo, il suo stesso dissiparsi. Perpetuo, ciclico. La poesia è respiro che si avvia al canto; parola vivente, parola corpo, parola che si dice, parola che si ascolta. Come la voce, si origina da un profondo di cavità ventre, umidore, fiato, sterno, battito, gola, varco. Dietro, all’indietro: misteriosa architettura di equilibri fonetici, il più delle volte enigmatici. In questa accezione è per me un atto fisico, in moto, vibrante e dunque ri-sonante. Il suo manifestarsi, rendersi udibile, o il suo scriversi, de-porsi, è sosta: un fermo temporaneo che si attua, si cristallizza, per poi riprendere la sua erranza, il suo cammino, nel suo mistero.
Non ho mai relegato la parola poetica al solo atto intimistico della lettura: per quanto fondamentale sia questo passaggio, ritengo di necessaria importanza l’ascolto dei versi, il loro sentirli e, di conseguenza, dirli, cantarli.
“Im spätrot schlafen die Namen” (Paul Celan).
Mi piace pensare che nel “rosso tardo” celaniano dormono i Nomi, in attesa della loro nominazione: una chiamata, forse un “far cantare l’appartato circostante”. Non tanto un invisibile, quanto piuttosto ciò che semplicemente non si rende sempre manifestamente visibile ai nostri occhi. O udibile. Nel frastuono dell’odierno, nell’abitudinarietà di un inquinamento acustico che ci sovrasta, bisogna acuminare l’orecchio e percepire ciò che molto spesso è sommerso, nascosto o distrattamente sfuggito. L’inascoltato. Prestare attenzione. E, ancora una volta, è il magistero di Celan che viene in soccorso quando afferma che la poesia è “un meridiano: una linea ad un tempo verissima e inesistente che indica una direzione attraverso molti territori. Su questa linea a ciascuno è data la possibilità di tracciare il proprio cammino verso quel sapere e quel sentire che appaiono sempre più lontani da chi è assediato dalla civiltà del rumore e del fatuo, e in essa si perde”.

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L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 1

Il luogo dell’invenzione letteraria è non già il macro, ossia il plot e la polpa del pensiero sotteso (se così fosse, La critica della ragion pura di Kant o L’origine delle specie di Darwin sarebbero oggetti estetici di gran lusso e, per converso, Murphy di Beckett o Dans le labyrinthe di Robbe-Grillet non più intensi e profondi d’un elenco telefonico), bensì il lessico, la sintassi, il ritmo, i nessi tra le parole e il loro ordine, la tessitura dell’immagine, la capacità di dar pathos e anima a un gesto, a un dato paesistico, alla descrizione d’un volto o d’un interno, in modo che tutto, tutto concorra alla globale connotazione.

Lucerne nella luce. Lucio Brandodoro

Scandalo e Follia

[1Cor 1,22-25; Gv 2, 13-25]

“Noi testimoniamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e follia per i Greci”.

Lo “skandalon” era propriamente la pietra d’inciampo, l’ostacolo che interrompeva la linearità del cammino e che obbligava a regolare il passo per non cadere.  Resta, comunque, l’idea di ostacolo, di impedimento. Cristo crocifisso è impedimento per i Giudei. Impedimento che rende difficile vedere nella croce la manifestazione di IHWH. Dov’è la “Gloria”? Dov’è la “Potenza”? Dov’è l’”Immortalità” che si richiede ad un dio? Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Eleonora Nitti Capone

Cos’è la poesia? 
La poesia è uno dei modi di far cantare all’anima ciò che di reale esiste nella vita. È il mio cuore  che dall’interno del petto s’affaccia, sente la vita più vera e si domanda: “che cos’è?”, e lui ne canta  ed io ne scrivo. E questo canto è figlio del silenzio, la poesia è il fiore del silenzio. Essa è sincero tentativo, attraverso una tessitura sapiente di parola scritta-parola letta,  parola pronunciata-parola ascoltata, di condividere con gli altri un livello più autentico  d’esistenza. Continua a leggere→

Prima di

Se l’umiltà è raccomandata dalla Bibbia, ci dev’essere un motivo. A Dio piacciono i semplici, quelli che vivono nella verità. Lo stress dell’io, prima di rivelarsi una menzogna, è un’idiozia.

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Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Bellezza 1

Duemila. La tribù delle storie 

La Bellezza 1.   Canta con le ali 

  Un bambino miope riceve in dono un paio di occhiali e per la prima volta mette esattamente a fuoco il mondo esterno. Poi, curiosando in una piccola libreria, si imbatte in un volume illustrato sugli uccelli, uccelli dal nome strampalato – il cardinale rosso, il frosone vespertino, la pulcinella di mare – e con una varietà di piume abbacinante. Quindi si procura un vecchio binocolo e prende ad esplorare le campagne circostanti, in cerca proprio di quegli uccelli. Da lì in poi è un crescendo: coi primi risparmi l’acquisto di un cannocchiale professionale, quindi è la volta di un disco con i vari richiami; a dodici anni il destino è compiuto: da grande farà il birdwatcher.  Continua a leggere→

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