
Donare a Dio la nostra casa, la stanza, i luoghi in cui viviamo, e il luogo dei luoghi, il nostro cuore: allora verrà facilmente, starà con noi, Lui che è l’Emmanuele.
Archivi autore: fabrizio centofanti
Per Vitaliano Trevisan
É morto Vitaliano Trevisan. Grande scrittore, gran rompicoglioni, litigava con molti (figurarsi se non ci siamo mandati al diavolo, a un dato punto, via Facebook, questo quadernone infinito, a quadretti come la forma dei profili dentro i quali stiamo tutti a vista, col nostro nome e cognome stampato sulla porta.) Non voglio parlare di me, voglio parlare di lui attraverso la piccola, per nulla significativa storia della nostra breve e virtuale conoscenza. A modo mio, e a grande distanza, lo stimavo; ma è stato un bene che non ci siamo mai incontrati. O forse no. Nessuno può dirlo. Pare fosse una persona di grande, profonda dolcezza, certo era un fuoriclasse non soltanto della letteratura e del teatro, ma anche della vita: una vita dura, da scrittore d’altri tempi, di uno che s’era dovuto industriare in tanti lavori, soprattutto umili; e abbastanza tardi, come me, si era affacciato al mondo segnato da graffi felpati nella gabbia di matti della letteratura. Che lo stesso fanno male, molto. Avevo sempre ammirato quella sua gioventù di lavoratore, di self made man, arrivato alla letteratura per destino, e non per appoggi e parentele (anch’esse destinali, spesso, ma in maniera ben diversa). Continua a leggere
Cinque chiavi per aprire senza richiuderle le porte di “A ogni stazione del viaggio” di Loretto Rafanelli
di Jean Portante
C’è già nel titolo del nuovo libro di Loretto Rafanelli, A ogni stazione del viaggio (Jaca Book), una densa paradossalità, o, piuttosto, una dialettica: la stazione che rimanda verso l’immobilità, mentre il viaggio parla di movimento. Gli opposti non si oppongono, ma si nutrono l’uno con l’altro. Non stiamo parlando solo di un ossimoro. Si tratta di viaggiare nell’immobilità, e, allo stesso momento, di essere immobile nel viaggio. Lì giace il mistero della poesia. Rafanelli lo dice così, nel primissimo testo del libro, come per avvertirci immediatamente. “Vita che giungi nel segreto dell’attimo / che ordini le trame e i vasti lungomari, / che porti gli estremi sipari, / che attraversi i secondi nella fissità / del nominare”. Perché sì, la poesia è un nominare intimo, nel quale è possibile immergersi nell’attimo per cogliere la vastità, di attraversare il tempo stando fisso, rendere mobile ciò che è fermo. O fermo ciò che si sposta. Una sola parola può dire l’eternità, e a volte ci vuole una poesia intera per parlare di un attimo. Qui stiamo nel territorio poetico della vita. Perché sì, in ogni instante si apre, nel vivere, una botola segreta, che ci fa scendere nel misterioso e vasto sottoterra dell’esistenza. Questo mi sembra essere la prima chiave per aprire le poesie di Rafanelli. Ma di chiavi, ce ne sono più d’una.
Distacco
Intervista a Francesco Tomada


Leggendoti, mi capita di pensare che l’autenticità della tua scrittura dipenda dal fatto che scrivi per necessità. La parola scritta, tra le altre cose, può essere un desiderio di più intensa (o veritiera) comunicazione rispetto alla comunicazione che si riesce ad avere nel quotidiano con persone anche a noi vicine?
Scrivo per necessità, sì. Non mi cambia la vita, non mi porta guadagno, non sono fra i più bravi e non vinco premi e trofei: se da tanti anni continuo a scrivere è perché non posso farne a meno, e temo molto che possa arrivare un giorno in cui non avrò più nulla da dire, così come temo che non sarò in grado di riconoscerlo. Quindi sicuramente la parola scritta e la poesia in particolare – per come la concepisco io – nascono dal bisogno di costruire una forma di comunicazione non mediata, non del tutto controllata e per questo diversa rispetto alla normale quotidianità. Un taglio di luce differente che illumina angoli che altrimenti sarebbero rimasti nascosti, ecco. Diciamo che non nasce dal bisogno di dire cose che solitamente non si ha il coraggio di dire: mi pare di averlo questo coraggio, non ho paura delle verità scomode e delle conseguenze delle parole. Piuttosto il problema è a monte, è riuscire a cogliere aspetti, sentimenti o disagi che nella normalità non vengono a galla: la scrittura a volte permette questo, è un grimaldello da rivolgere per primi verso se stessi. Solo mettendosi a nudo si può avere diritto di parlare agli altri e forse degli altri. Continua a leggere
Tempo
Soccorso
Luigi Maria Corsanico legge Marcello Comitini. 42
Fondamenta
Il mondo di FK. “Nella foresta”, nuova silloge poetica.


La poesia di Franz Krauspenhaar non conosce barriere, non conosce pause: è un filo che si dipana senza respirare, tra un verso e l’altro, come la vita: e della vita dice tutto, senza censure, senza quella patina di letteratura che indebolisce tante prove di nomi a noi noti. È una provocazione che raggiunge il suo obiettivo, non tanto perché si legge tutta d’un fiato, quanto perché non la puoi archiviare negli scaffali della lirica contemporanea, ma devi lasciare che viva autonomamente, come una serie di gesti consumati da una stanza all’altra della casa, come se la casa fosse il mondo, e gli strati della storia fossero esposti alla vista di un lettore che è innanzitutto lui, Franz, assolutamente sincero, assolutamente se stesso, ma non per una forma di esibizionismo, come in certi versi della letteratura americana, ma perché non può che darsi com’è, forse ignorando egli stesso la potenza di questa offerta inattesa. Nel panorama spesso asfittico dei versi nostrani, Krauspenhaar getta un ponte tra la scrittura e gli oggetti quotidiani – il calcio, la TV, la birra; ma anche i sentimenti, le emozioni, il sesso, la riflessione sulla società e una religione scuoiata da rituali troppo astratti-, e finisce col consegnarci un libro che non sta in alcun modo nelle consuetudini dell’editoria, ma sfonda il muro del silenzio complice sulla verità di se stessi: è un grido che non teme di disturbare il conducente, anzi, lo costringe, quasi, a rivedere a ogni pagina le coordinate del suo viaggio. Continua a leggere
Raggio
portosepolto, collana di poesia di peQuod
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde
Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto
(G. Ungaretti, Il Porto Sepolto)
portosepolto è stata, anni or sono, una rivista cartacea che ha girato parecchio per Torino, nel primo decennio degli anni 2000.
Oggi, dopo più di quindici anni da quel tempo, diventa una collana di poesia, all’interno della casa editrice peQuod.
portosepolto vuole essere una sorta di piccola bottega artigiana, uno spazio in cui prende forma la lentezza del lavoro poetico vissuto e condiviso tra il curatore della collana e l’autore: da qui la scelta di far uscire massimo 5 titoli ogni anno, usare materiali di pregio e una grafica minimale che caratterizzi sia la collana che il singolo libro prodotto.
portosepolto pone al centro della propria ricerca poetica la parola che, seguendo il pensiero di Bonnefoy, è una parola capace di essere civitas, luogo, dimora; una parola che definisce l’esperienza quotidiana del vivere, che si fa tensione e ricerca e, per questo, non ci sta a ridursi, a chiudersi in geometrico recinto privo di orizzonte.
Una parola che è cura verso l’intima natura delle cose, attenzione per ciò che è, agli occhi dei più, infinitamente piccolo, quotidianamente trascurabile.
I libri della collana (così come tutti i libri peQuod) sono distribuiti, a livello nazionale, da Messaggerie Libri.
Per qualsiasi informazione, necessità di chiarimenti potete contattare Luca Pizzolitto (il direttore di collana) scrivendo a [email protected]
Briciole
Il mondo di FK. Brasilia
Per chi conosce l’opera di Franz Krauspenhaar, leggere il suo nuovo romanzo, Brasilia (Castelvecchi), potrebbe apparire spiazzante. A partire dal titolo, ci sembra quanto meno particolare che uno scrittore tanto legato nel suo immaginario alla sua Milano si sia spostato così lontano, addirittura cambiando continente, in una metropoli che siamo quasi certi l’autore non conosca direttamente. Ma è necessario rinunciare alle proprie idee, attenerci a quanto leggiamo. Brasilia, nel libro, è una città archetipo – non tanto, o non solo, lo spazio scenico di una vicenda, ma un luogo, per così dire, ideale. Brasilia è il mistero; una città doppia: la nuova e modernissima capitale, con la sua architettura futuristica, e ciò che dietro quel lustro di novità si nasconde (non solo le favelas, ma proprio il suo enigma demonico). È con questo doppio che fanno i conti i personaggi del libro: Ernesto, un figlio (il giornalista che al principio è in Italia, e guarda caso a Milano), e suo padre Juan, che lo prega di tornare in Brasile perché deve svelargli segreti che li riguardano. Continua a leggere
Corrispondenze
Tesoro
Quale
Lirico terapia. Giovanni Giudici
Con tutta semplicità devo dire
che un tempo sembrava lontano
il tempo in cui morire.
Ora non è piú un pensiero strano.
Ora è sempre lontano (almeno spero) ma
posso già prefigurarmelo. Ho l’età
in cui dovrei fare ciò che volevo
fare da grande e ancora non l’ho deciso.
Faccio quello che faccio, altra scelta non ci sarà:
leggo di miei coetanei che muoiono all’improvviso.
Il tema è scottante, ma la poesia lo trasfigura: Giovanni Giudici è un maestro nel procedere su un crinale da cui ognuno può osservare il suo paesaggio.
Eco

Lo so che sei lì dietro: quando avverto
un rumore indecifrabile, un sussurro
di vento nel deserto, un’eco strana
che non entra nelle orecchie, ma nel vetro dell’anima,
lo so, lo so che sei lì dentro, oltre l’ombra
del tempo, in quello spazio in cui è possibile toccarsi solo nel centro dei sentimenti veri.
Mi aspetti in paradiso, ma sai anche
che il cielo non è un luogo, ma uno stato
del cuore: da quell’angolo di luce
si trasforma in bellezza il mio dolore.















