Archivi autore: fabrizio centofanti

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Luca Pizzolitto. Getsemani

di Rosa Salvia

Luca Pizzolitto, Getsemani, (peQuod, Ancona 2023)

Getsemani è un’avvincente opera poetica di Luca Pizzolitto che si apre con una dolcissima dedica in memoria dell’amico Ugo Fama e si chiude con tre componimenti teneri e commoventi che ne suggellano il perenne respiro: “Il tuo cuore è cieli quieti e lontananza”. 
Nella forma di un diario ininterrotto, vario e irregolare, l’opera sviluppa il disorientamento emblematico di un discorso impossibile fra Dio (nel silenzio che lo avvolge) e l’uomo nella sua imperfetta sofferta corporeità. Continua a leggere→

Intervista a Le rose e il deserto

di Luca Pizzolitto

1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

Nodo antico è una raccolta di poesie dedicata a mia mamma: alcuni testi sono stati scritti durante la sua breve malattia ma la maggior parte di essi risale ai mesi successivi alla sua morte. Mi rendo conto però solo ora, a distanza di quasi tre anni da quegli eventi, che scrivere queste poesie è stato non solo un atto di ricordo, di memoria, ma anche e forse soprattutto, di auto-cura: un lento, istintivo riemergere dagli strati del dolore sordo in cui ero sprofondato senza accorgermene. Una riemersione che grazie alla scrittura è stata a occhi aperti, in cui ogni metro di questo enorme vuoto è stato osservato, non tentativo di disinnescarne la carica dolorosa. Continua a leggere→

Salva L’Anima

Salva L’Anima è un libro spartiacque: segna il passaggio da una fase all’altra della vita, un passaggio che accade all’interno stesso del libro. C’è la mia anima nel momento del massimo pericolo e della massima salvezza. Ancora oggi, quando lo rileggo, piango. È un libro difficile, che richiede attenzione, o forse cuore, perché solo il cuore è veramente attento.

Poesia religiosa di tutti i tempi, a cura di Rita Pacilio. Vincenzo Crosio

‘Koan, la parola che ci interroga’

 Breve introduzione-saggio sulla parola come linguaggio del divino

In genere i saggi sulla fenomenologia della religione e del sacro, anche i più consapevoli e scientificamente avanzati, si fermano alle soglie della domanda: cos’è il sacro e quale sia la sua lingua. In realtà già questo ci dice molto sul rito e sui linguaggi semiogenetici che ‘il sacro’ (categoria recentemente riaffrontata dalla scuola di santa Giustina in Padova e in particolare da Roberto Tagliaferri) attiva. In qualsiasi tempo e luogo si comprende proprio come la ritualità, a volte il linguaggio magico rituale, disegni una vera e propria mappa di Thom, ovverossia il teatro/luogo dell’umano che ‘recita’ l’omelia del sacro a volte ritualmente silente, a volte parlando ai più una lingua estranea,nel senso di misteriosa. Ma a veder bene non è così. Dai canti sciamanici siberiani, a quelli indo vedici, ai sutra, alle preghiere recitate in ebraico con la loro struttura musicale. Bellissimo ad esempio il canto musicato de ‘Il cantico dei cantici’ attribuito a seconda della tradizione a re Salomone o a suo padre, Davide, che essendo anche citaredo e guaritore col canto quale novello Apollo, probabilmente è il vero autore. Il canto poetico e ‘mieloso’(pieno di miele sono le tue labbra o mia gazzella dei monti…) è connesso ad una pratica della semiogenesi espressiva che non ha eguali al mondo. Tranne che ad osservare bene come i mantrajari indù siano esattamente questo, poemi in versi, ritmati, battuti sui metri di nove, dieci e dodici misure. Come acutamente osservarono Mauss e Granet, il metro di Anna virai fa degli inni vedici, dei poemi in canto e musica di una strana forza e persuasione poetica. Ricollegabili questa tradizione ai poemi omerici e alla successiva riscrittura sintattica e metrica dei poemi latini come l’Eneide e persino del De Rerum Natura di Lucrezio.’ Continua a leggere→

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Giorgio Stella. Poesie

L’ altra faccia della scrofa – è una convinzione di urto Sapere che una campana non abbia rintocco nella reciproca medaglia del suono – alle volte, alle volte spesso, penso che non sia incisa su nessuno volto umano una serie di francobolli da collezione.

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Avevo poche monete in tasca giusto per comprarmi una corda per inpiccarmi monete antiche che  gestivano il profilo di Dio ma talmente logorate che non ne raffiguravano il Volto le ho trovate in paradiso.

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Sembra ieri l’oggi del domani come fosse adesso – i cinque pani d’orzo! La cifra raccolta nella riva nascosta e così sia la provvida mattanza.

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La stagione dei morti –   Balcone caldo d’inverno. Le piante non hanno acqua io non ho lacrime –  morta una madre si fa un figlio del padre.

Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 13. Antonio Fiori

Antonio Fiori, La stessa persona, peQuod, 2024

A maggio 2024 ricevo dall’Autore del libro, Antonio Fiori, che stimo e che conosco da più di due lustri, da quando entrambi pubblicavamo per LietoColle, questa preziosa plaquette dal titolo La stessa persona, che da subito mi incuriosisce e nello stesso tempo mi attrae sin dal titolo per la presenza di quella magica parola, persona, che molto spesso sfugge ai più e non solo a chi non possiede una cultura avanzata; sfugge, dicevo, nella sua determinazione linguistica basata su una etimologia che qui sarebbe troppo lungo potercisi soffermare sopra, ma che rimando ai miei numerosi scritti sul personalismo nell’ambito della bioetica. Persona, che sfugge, ahimè, ut in pluribus, anche ai letterati e ai poeti. Fiori, invece, da poeta con solide basi culturali, mostra un grande coraggio nel metterla nel titolo di un libro di poesia. Fatto sta che mi convinco, per quanto detto, che il libro merita quantomeno una nota da parte mia. Poi, siccome le cose vanno come vanno, mi capita che questo piccolo libro finisce sotto una delle tante pile di libri in attesa di lettura e, dopo averlo ricercato più volte nel tempo, finalmente ad agosto ultimo scorso lo trovo perché casualmente viene allo scoperto. Continua a leggere→

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

In-utile

(Marco Beconcini)

«In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”». [Lc 17, 5-10]. Continua a leggere→

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Jorge Luis Borges

di Giorgio Stella

Ormai compiuto il numero dei passi
che ti fu dato fare sulla terra,
ti dico morto. Io pure sono morto.
Io che rammento la precisa notte
dell’ignorato addio, oggi mi chiedo:
Che sarà stato di quei due ragazzi
che verso il mille e novecentoventi
cercavan con platonica innocenza
sui lunghi marciapiedi della notte
del Sud, nella chitarra di Paredes
o in fiabe di cantoni e di coltello
o nell’alba, che mai sfiorò nessuno,
la segreta città di Buenos Aires?
Fratello nei metalli di Quevedo
e nell’amore al numeroso esametro,
scopritore (ma tutti lo eravamo)
di un antico strumento, la metafora,
Francisco Luis, dello studioso libro,
magari dividessi questa vana
sera con me, inesplicabilmente,
e mi aiutassi a ripulire i versi.

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 46

È possibile evitare i luoghi comuni?

La battaglia è persa in partenza, come sanno i professionisti della scrittura. Gli stereotipi — o tòpoi o plastismi — si annidano ovunque, e spesso non è facile identificarli a prima vista. Lo dimostra il delizioso volumetto di Ornella Castellani Pollidori La lingua di plastica. Vezzi e malvezzi dell’italiano contemporaneo (Napoli, Morano, 1995), in cui l’insigne linguista, nel commentare con elegante ironia una lunga serie di luoghi comuni, vi resta sovente intrappolata come la mosca nella tela del ragno (altro tòpos niente male, come «La battaglia è persa in partenza»).
Qualche esempio:
«si presentano alla ribalta»
«si metta in moto il meccanismo»
«s’inoculi il virus»
«i plastismi attraversano l’uso linguistico come meteore»
«far terra bruciata»
«chi è senza peccato scagli la prima pietra»
«in linea di massima»
«cedere alle lusinghe»
«sfruttato su larga scala»
«prestò facilmente il fianco alle critiche»
«anni luce separano…»
«messo alla gogna»
«in tempi non sospetti»
«veleggiando col vento in poppa sull’onda della moda»
«Per completare il quadro»
«far piazza pulita»
«vecchie come il cucco»
«alla resa dei conti»
«non sta né in cielo né in terra»
«sulla cresta dell’onda»
«con una punta d’ironia»
«si guadagna un posto d’onore»
«il plastismo è sempre in agguato»
«mi darei la zappa sui piedi»
«ha sbaragliato la concorrenza»

Terra d’esilio, di Luca Pizzolitto 6. Jan Twardowski

Jan Twardowski, Affrettiamoci ad amare (Marietti 1820, 2009)

Affrettiamoci

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto
di loro restano un paio di scarpe e un telefono muto
solo l’inessenziale come una mucca si trascina
l’essenziale è così rapido che accade all’improvviso
poi il silenzio nomale perciò insopportabile
come la castità che nasce dalla disperazione
quando pensiamo a qualcuno dopo averlo perso

Non essere sicuro di aver tempo la sicurezza è malsicura
ci toglie sensibilità come ogni fortuna
arriva in coppi come il pathos e lo humor
come due passioni sempre più deboli di una
se ne vanno così in fretta tacciono come il tordo in luglio
come un suono un po’ goffo o un inchino secco
per vedere davvero chiudono gli occhi
benché sia più rischioso nascere che morire
amiamo sempre troppo poco e sempre troppo tardi

Non scriverne troppo spesso ma scrivi una volta per tutte
e sarai come un delfino mite e forte

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto
e quelle che non se ne vanno non sempre ritornano
e non si sa mai parlando dell’amore
se il primo sia l’ultimo o l’ultimo il primo Continua a leggere→