
Ci sentiamo abbandonati da Dio, ma siamo noi che abbandoniamo Lui. Basterebbe accorgersi che c’è, interpellarlo in ogni situazione, renderlo partecipe della nostra vita. “Entra nella tua camera”, raccomanda Gesù: è la stanza del cuore.
Archivi autore: fabrizio centofanti
Lo stato dell’arte. Caterina Davinio
Per rispondere alle tue domande bisognerebbe prima mettersi d’accordo su cosa sono per noi l’arte e la poesia. Posso solo dire che, per molti della mia generazione di “boomer”, la scelta di fare “arte” significava, così ci siamo illusi, fare la scelta di non integrarsi, di non essere funzionali a un “sistema” che si voleva distruggere o almeno cambiare profondamente. Da qui anche i contenuti, i materiali alternativi, le modalità aperte, l’inclusività di tante esperienze artistiche. Questa fase si è chiusa negli anni Novanta. Qualche eco ha allungato le sue propaggini fino al 2010, poi è come se un mondo intero fosse tramontato e tutto ciò oggi appare alquanto ingenuo.
Artisti e poeti nascono in larga misura integratissimi, sono ambiziosi e competitivi, non sono critici nei confronti del sistema editoriale e dell’arte, ma disposti a ogni sorta di compromessi pur di entrarvi. L’entourage di alcuni editor di successo farebbe invidia a una cena di Arcore.
Che riescano o meno, carriere che fanno di te qualcun altro, qualcosa che deve piacere ad altri, ma per te invece è brutto, sono comunque una sconfitta.
Il problema sono la professionalizzazione della poesia e l’evoluzione del gusto del pubblico.
La platea di consumatori si è allargata: da appassionato e in certa misura esperto, il pubblico si è trasformato in consumatore generico. Continua a leggere
Massimo Morasso su “Gli spostamenti del desiderio” di Raffaela Fazio – tre poesie scelte
Nel leggere “Gli spostamenti del desiderio” (Moretti&Vitali, 2023) di Raffaela Fazio, la radice del piacere consiste nel fatto che quasi tutto in questo libro dà conto di un’intensità.
Mentre lo leggiamo, sezione dopo sezione, capiamo sempre di più, e con sempre maggior consenso, che c’è, in atto, una tensione spasmodica fra il desiderio di spoliazione e la desiderante tensione fisica, incarnativa, della parola-viatico della “enorme materia del vivere” (come Giancarlo Pontiggia dice bene in bandella).
Ricaviamo così il senso drammatico e febbrile, che direi inevitabilmente fraterno, che ci sanno dare i libri nei quali lo stile riesce a farsi testimonianza credibile di una vicissitudine interiore.
Dia-logos
Il regno doloroso, di Paolo Valesio
Nota introduttiva a Il regno doloroso, di Paolo Valesio (Viareggio, Diaforia, 2024; edizione originale: Milano, Spirali, 1983).
Condensare in poche parole il panorama polimorfo di questo ampio testo non fa giustizia alla sua complessità. Si apre, questa nuova edizione, con un’avvertenza editoriale nella quale si dice che il libro “viene riproposto nella sua integrità e forza linguistica e in toto come romanzo ‘disallineato’ per forma e contenuti.” Cosa che in effetti osserva anche Valesio nelle sue note diaristiche in fondo al libro: non c’era un tentativo di allinearsi a movimenti o scuole. Il “disallineamento” è per questa lettrice, l’originalità di quel romanzo di cui mi sono innamorata nel 1983. Continua a leggere
Lo Stato dell’arte. Giuseppe Vetromile

Parlare di arte, di creatività e quindi di poesia, oggi, potrebbe sembrare ridicolo se non addirittura anacronistico, nel senso che la maggior parte della gente si meraviglierebbe non poco, considerati i problemi più “seri” che attualmente la coinvolgono (lavoro, precarietà, sicurezza, salute, ecc…). La società attuale è molto cambiata, forse peggiorata (anzi, sicuramente, senza il “forse”) per quanto concerne la libertà di pensiero, la qualità della vita, sia singola che di coppia, l’ambito lavorativo che non offre più né certezze né stabilità, e per tanti altri aspetti troppo numerosi per poterli elencare qui. Un generale appiattimento, dunque, una sostanziale declassificazione dei valori fondamentali, unita anche ad un impoverimento culturale abbastanza diffuso, ha contagiato, anzi inquinato, la cultura in generale, relegandola in meri ambiti commerciali o di facciata, perdendo linfa vitale, qualità, originalità, capacità di indagine e di studi approfonditi sul senso della realtà e della vita. Questo accade anche in poesia, dove accanto ad una proliferazione di produzioni poetiche senza filtri critici opportuni, si assiste ad una banalizzazione della materia poetica (fatte naturalmente le dovute eccezioni!…). Nonostante tutto ciò, la Poesia non muore e non morirà. Come tutte le altre espressioni artistiche, se perseguita e attuata con serietà e competenza, la poesia costituirà sempre una delle poche opportunità, per l’uomo, di dichiararsi tale: uomo che cerca di comprendere il creato, di capire sé stesso e il suo ruolo in seno alla natura, tentare di dare un senso alla propria esistenza. E indicare, con la poesia e l’arte, la via giusta per la redenzione, la libertà, la pace, l’amore. Non fa niente che questi siano ormai dei concetti utopistici: l’importante è il tentativo asintotico di avvicinarsi quanto più possibile a questi: la Poesia è questa tangente all’infinito.
Prigionie
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 9
Per evitare la ripetizione di due che o di due perché i nostri narratori ricorrono spesso a il quale e a giacché, nella convinzione di soddisfare così il bisogno di variatio.
Pia illusione: anche che e il quale, anche perché e giacché sono ripetizioni.
Bisogna variare la struttura della frase evitando filze di relative e di causali, non cercare scampo nella sinonimia, con esiti ineluttabilmente goffi e ingenui.
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
«Le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove»
« In quel tempo, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».[Mc 4,35-41]
« …se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» [2Cor 5,17]
Fino a quando si resta in prossimità della riva, non si corrono grandi rischi. Tutto è garantito dalla vicinanza della terraferma, su cui è facile poggiare i piedi e sentirsi al sicuro. I problemi nascono quando si passa “all’altra riva”. Continua a leggere
Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Silenzio. 3
Duemila. La tribù delle storie
Il Silenzio 3. Quel tasto invisibile, muto
Quando la cura e la malattia coincidono. Quando per esprimersi non ci si accomoda nel territorio ufficiale della conoscenza, non si individua una nicchia prestigiosa da esplorare fino in fondo e da cui emettere argute sentenze; quando invece, rimanendo in bilico tra arte e vita, si sceglie di rappresentare il proprio Io, di confessare il proprio essere al mondo misurandosi di continuo con l’indicibile, senza pretendere vittorie definitive, ben sapendo che comunque, sfrontato o di soppiatto, lentissimo o fulmineo, “fra poco arriverà il silenzio”. Continua a leggere
Possibile
Lo stato dell’arte. Paolo Pistoletti

Sono molto grato per l’opportunità concessami su questo spazio, soprattutto perché la questione posta mi sembra davvero fondamentale. Infatti credo che l’arte, e segnatamente la poesia, sia il luogo ideale per l’incontro con l’Altro-in-sé.
E in ordine a ciò, spesso, mi ritrovo a pensare a quanto sarebbe bello se tutta la poesia fosse davvero e sempre “poesia di ricerca”. Ma non una ricerca esclusivamente formale, così come oggi, invece, purtroppo, la si intende. Ma una ricerca, continua, di vita.
E mi torna alla mente, a questo proposito, l’insegnamento che Eduardo de Filippo rivolgeva ogni volta ai suoi allievi: “Chi cerca la vita trova la forma, chi cerca la forma [invece] trova la morte”. E poi, ancora, l’altissimo monito di Marina Cvetaeva: “Come posso io, poeta, e cioè creatura dell’essenza, farmi lusingare dalla forma? Mi lascerò lusingare dall’essenza, e la forma verrà da sola. E viene. E non dubito che verrà” (da Il poeta e il tempo, p. 44). Continua a leggere
Ospite
Lo stato dell’arte. Maurizio Soldini
Nella prima metà degli anni venti del XXI secolo
Oggi, superate le secche della svolta di Secolo, in qualche modo segnata dalla sciagura dell’attentato alle Torri Gemelle, avvenuta l’11 settembre del 2001, in questa prima metà del Ventennio del XXI Secolo iniziata con una tremenda epidemia che ha comportato milioni di morti nel mondo e ora devastata da una crisi mondiale legata ai conflitti russo-ucraino e israelo-palestinese, che rischiano di portarci sull’abisso della terza guerra mondiale con lo spettro di una guerra nucleare, da una parte, e col pericolo, dall’altra parte, che si ripeta ben altro Olocausto, tra l’altro provocato proprio da chi lo aveva subito nel Secolo passato, dovremmo chiederci a maggior ragione, ripetendo quello che aveva avuto modo di dire il filosofo Adorno dopo Auschwitz, se oggi, dopo quanto sta accadendo, «Scrivere una poesia sia un atto di barbarie». Allo stesso modo, anche Salvatore Quasimodo, nel 1947, nell’immediato dopoguerra, scriveva questi versi, presenti nella raccolta Giorno dopo giorno, versi successivamente divenuti di dominio popolare, ispirati dal Salmo 137 della Bibbia («Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre»): Continua a leggere
Aprire gli occhi
Luigi Maria Corsanico legge Vincenzo Cardarelli. 8
Impresentabile
Lo stato dell’arte. Leonardo Tonini
Accolgo volentieri l’invito di Fabrizio Centofanti a partecipare all’iniziativa ‘La Poesia e Lo Spirito’. È sempre utile per i poeti avere l’opportunità di riflettere sul proprio lavoro. Il poeta è creato dalla sua stessa creazione; non vi è poeta senza poesie. È quindi giusto che, a un certo punto, rifletta su cosa è diventato grazie a ciò che scrive e su quali siano le intenzioni che ancora lo spingono a scrivere.
Sebbene scrivessi in versi dai tempi del Liceo, non mi sono mai visto come poeta, non mi sono mai identificato con lo scrivere poesia. Crescendo mi ero anche allontanato per merito, o per colpa, di una laurea in Lettere che mi ha messo a conoscenza, approfondita e contestualizzata, con il testo poetico e con i suoi migliori epigoni. In sostanza, non ero poeta per amore verso la poesia, troppo la amavo per sentirmi “sesto fra cotanto senno”, per dirla con Dante. Continua a leggere
Scartare
Lo stato dell’arte. Pietro Romano

Come qualche tempo fa ho avuto modo di raccontare proprio ne La poesia e lo spirito, guardo alle cose come dal filtro di una cinepresa. È il mio modo, credo, di rispondere a una realtà frastornante, che non contempla, fra le sue necessità, il silenzio.
In questi ultimi mesi, nel silenzio in cui mi sono in parte ripiegato, a volte con difficoltà, ho molto riflettuto su come neanche l’arte riesca a garantire continuità alla memoria. Sono venuti a mancare amici poeti e artisti poco noti ai più e, mentre il mondo va avanti, ecco ammassarsi altri libri, altri versi, poco per volta anch’essi destinati a essere dimenticati. Poi, certo, la fortuna di un poeta è imprevedibile: non è detto che chi non abbia ricevuto degna attenzione in vita, non possa poi essere riscoperto in seguito. E tuttavia, questo non mi appaga, e la ragione risiede nel carattere provvisorio e mai definitivo della memoria. La memoria è come un grande contenitore che, una volta riempito fino all’orlo, vomita all’esterno ciò che ritiene superfluo o privo di valore. E i criteri in base ai quali ciò avviene sono dettati, oltre che dalla capacità di un oggetto artistico di perdurare nel tempo, anche dalle correnti e dalle tendenze storico-culturali del momento. Questo forse mi amareggia di più, constatare come in fondo noi esseri umani plasmiamo la memoria a nostra immagine e somiglianza senza spesso considerare quanto di umano possa esservi nelle memorie di un passato tornate in qualche modo a galla. Continua a leggere












