Archivi categoria: Letture

76. Nascere da qui

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da qui

Lo sai, avresti dovuto raccontare il tuo passato, soffermarti sui dettagli che t’hanno trasportato fino a qui, spiegare ai lettori i meccanismi che t’hanno plasmato mattone su mattone, calce su calce, i temporali e i terremoti, o il semplice scorrere del tempo che ha inceppato le giunture, aperto crepe in una casa in cui hai finito per sentirti a disagio con te stesso. Continua a leggere

Gianluca D’Andrea – Inediti

Sul viso queste linee perfette
che la luce bagna appena
rendendo

linee dall’alto che sfaldano la luce
ricadendo sulla bambina che dorme,
sui lineamenti dritti, dolci, verticali

il viso della bambina è diverso
cambia come il giorno
come ogni giorno cambia
per assomigliare a se stessa, diversa,
al diverso che cederà nel nulla
che già l’accompagna, rendendo
possibile la sua presenza attuale,
eterna. Continua a leggere

Note a lettura della plaquette “Dai tempi” di Valeria Serofilli

etruschi

di Marco Righetti

La poesia di Valeria Serofilli sgorga con il procedere di un tempo sempre uguale e diverso, è improvvisa agnizione che supera la memoria “Sei l’antico etrusco/che abbraccio sul sarcofago/il bizantino con me nel mosaico”, filiazione del proprio bisogno di nuovo consistenza, “Sei il fontanone romano / che mi schizza/e io la vestale che/scherza con il getto”, o ineludibile identità di un pensiero circolante, perché la matematica della poesia ha la proprietà di non far fuggire nulla “Lo stesso sei, che stringo a me//dai tempi / ad adesso” (Dai tempi). Continua a leggere

Proteggere il buono nelle cose disuguali. Canada, di Richard Ford

di Ezio Tarantino

Quando esce un nuovo romanzo di Richard Ford i cherubini e i serafini dell’empireo della letteratura fanno festa (sobriamente, brindando con una lattina birra in uno squallido diner delle costellazioni di provincia). Richard Ford scrive romanzi (bellissimi) e non se ne chiede la ragione. Lo fa. In Canada Ford torna a Great Falls, Montana, dove ci aveva portato tanti anni fa nel bellissimo romanzo breve Incendi. Vi ritorna soprattutto dal punto di vista della forma, riprendendo di quel romanzo lo stile asciutto, nitido, essenziale. Abbandonato quello pirotecnico, metaforico, post-moderno, iper-analitico dei tre grandi romanzi della cosiddetta trilogia di Frank Bascombe (dal nome del protagonista di tutti e tre i libri: The sportswriter, Il giorno dell’indipendenza e Lo stato delle cose), in Canada Ford si mette da parte, rispettosamente al servizio del racconto. Per fortuna non si usa più l’aggettivo, ma in Incendi e in Canada Ford sembra volersi meritare quello di scrittore minimalista, avvicinandosi a quello del suo grande amico Raymond Carver. Continua a leggere

YEHOSHUA di Fabrizio CENTOFANTI. Recensione di Augusto Benemeglio

YEHOSHUA FABRIZIO CENTOFANTI

“Nulla si edifica sulla pietra, tutto sulla sabbia, ma noi dobbiamo edificare come se la sabbia fosse pietra”

(J.L.Borges) 

1.“Yehoshua di Fabrizio Centofanti , editrice clinamen, 2013 , è  la confessione di un prete-poeta “Io sono tutti voi, sono una comunità, sono un  popolo intero. Certo è che devo pagare per tutti, devo pagare in termini di sofferenza e pena , di dubbi , angosce e disperazioni , di incontri-scontri con un Dio che ama e soffre , che lacrima sangue , coinvolto com’è nella pena e nella storia dell’uomo e del suo peccato, delle eterne attese e speranze dell’uomo… Come avrete capito , è un romanzo scritto con la penna intinta nel proprio sangue, un po’ come faceva Van Gogh con i suoi dipinti , che ha in sé anche una componente da thrilling sacro.   L’incipit del romanzo è già una dichiarazione d’intenti , in questo senso. In una Basilica , che si capisce essere quella del Santo Sepolcro , – che si eleva nel cielo , col peso infinito della luce , col sudore della terra ,  maschera sacra che consuma volti di pellegrini ignari , – una bomba è deflagrata, un’altra Guernica del terrorismo ha squarciato qualcosa,  “pezzi di ferro, legno e carne umana che volano in ordine sparso nello spazio diventato incandescente, una nuvola dai contorni indefiniti che consuma tutto ciò che tocca, riducendolo in polvere ustionante”.(vds.pag.18) Continua a leggere

“ALCUNE PAROLE PER ALICE”, DI MICHELE TONIOLO

Intervista di Giovanni Agnoloni

Alcune parole per Alice, di Michele Toniolo (Galaad Edizioni; collana “Lilliput”) è un libro apparentemente minuscolo (solo per le dimensioni), ma in realtà di una qualità letteraria e di una densità emotiva assolute. Racconta, dal punto di vista un narratore esterno, la straziante vicenda di una madre che perde il figlio per una grave malattia.

Ho avuto il piacere di intervistare l’autore – che è anche un editore (Amos Edizioni) -, che ci illustra tutti gli aspetti della sua opera.

Toniolo

– Una storia segnata dal dolore. Un diario intimo, con una ritrosia da parte della protagonista, che lascia che sia un’altra persona a dare voce al suo strazio. Ma il dolore si può raccontare?

La scrittura è fondazione. Scrivere è cercare ciò che ancora non siamo e non conosciamo. Ci si deve spogliare, però, per andare incontro a ciò che si cerca, per accoglierlo bisogna avvicinarsi a mani nude. La spogliazione è necessaria perché ci dobbiamo disfare delle nostre parole, delle nostre strutture, non dobbiamo metterle davanti ai nostri passi, ma neppure dietro: bisogna lasciare tutto a casa. Solo nella nudità può esistere, mi sembra, la scrittura letteraria. Solo in questo modo si può incontrare ciò per cui ci si è mossi, lo si può ascoltare in modo aperto e pieno, se ne accolgono le parole che, in questa fase, non sono ancora nostre. Poi, queste parole, devono essere combattute, lottate: è questo che esse chiedono. Devono essere trasformate, quasi ricacciate indietro, anche se le teniamo strette. Dobbiamo ritrovare non le nostre parole ormai morte ma il nostro fondamento spirituale, e lottare con la verità che abbiamo incontrato, trasformare le sue parole in qualcosa che non è più la verità ma non la contraddice, in qualcosa che non è ciò che noi eravamo ma ciò che stiamo diventando, che dobbiamo diventare, ciò che siamo ormai, grazie alla scrittura. La vita è metamorfosi, dono. Solo così, per me, è possibile scrivere con intensità e rispetto.

C’è un paradosso, però, nel linguaggio: ci è stato donato per capire qualcosa – dolore, morte, ma anche gioia, felicità – che, con le parole, non è possibile comprendere pienamente. In questo paradosso, in questa soglia di impossibilità, sta la scrittura letteraria. Continua a leggere

“LE PORTE DELLA NOTTE” DI AMIR VALLE IN USCITA CON ANORDEST

In prossima uscita con le Edizioni Anordest (collana “Criminal Brain”), il romanzo dell’autore cubano Amir Valle Le porte della notte, per la traduzione di Giovanni Agnoloni. Le porte della notte è il primo libro della serie “Discesa all’inferno”, che ha già riscosso grande successo a livello internazionale ed è basata su crimini scioccanti del mondo della marginalità cubana, magistralmente ritratti da questo scrittore e giornalista e legati a spunti offerti dalla cronaca e dalla storia dell’isola caraibica.

Le porte della notte

LE PORTE DELLA NOTTE – A partire dal ritrovamento del corpo sfigurato di un bambino nelle acque della baia de L’Avana, ha inizio la ricerca degli assassini nei bassifondi dei quartieri più malfamati della città. È il tenente della polizia cubana Alain Bec a condurre le indagini su una vicenda che ha tutte le caratteristiche di un omicidio pedofilo, nell’ambito della prostituzione infantile tra ricchi e corrotti: europei con bimbi cubani con ritardi mentali, finanche con la sindrome di Down. Un’inchiesta dura e difficile, in cui è implicata anche la “mafia” locale, e che fa venire alla luce il marcio che è dentro ognuno di noi, e il fatto che a pagarne le conseguenze sia sempre la parte più debole e indifesa di ogni società: quella dei bambini. Continua a leggere

La sostenibile pesantezza della grazia

di Ezio Tarantino

pesodellagraziaChristian Raimo aveva fin ora pubblicato due raccolte di racconti (molto belle), parecchi anni fa. Ma ha fatto anche tante altre cose: è stato (è? esistono ancora i TQ?) tra i più attivi nel gruppo di scrittori fra i trenta e i quaranta (Generazione TQ, appunto), scrive molto sulla rete, cura raccolte di racconti altrui, lavora per importanti case editrici, è stato curatore di Orwell, lo sfortunato supplemento culturale di Pubblico, il giornale di Luca Telese naufragato dopo pochi mesi di vita, e in più insegna in un liceo. Ma non si era ancora misurato con la forma romanzo.

Il peso della grazia (Einaudi, 2012, p. 453, € 21) è un romanzo coraggioso e ambizioso. Vi si parla di Dio, di amore, di vita, di inferno e paradiso (l’inferno e il paradiso senza nominarli proprio così – Dio e l’amore sì, invece). E’ un romanzo coraggioso perché da un lato si offre ad un tipo di lettore ben identificabile (direi tra i venticinque e i quaranta, colto, o almeno istruito, precario, disilluso, politicizzato, ideologizzato o no – sia per i contenuti che per lo stile: penso a certe similitudini da nerd: il cielo ora è pieno di nuvole che sembrano “isole di terra in SuperMario Bros”, ora si apre in “pop-up di azzurro”, e le giornate si schiariscono come quando sul Mac si pigia tante volte il tasto F2; e a una punteggiatura ironicamente elusiva e giovanile, a un uso espressivo dei caratteri tipografici – spazi bianchi al posto di silenzi, puntini di sospensione ossessivi, pagine interamente bianche), cui attinge e restituisce voce, uno sguardo, sentimenti; da un altro lato affronta di petto, senza sconti, con estrema lucidità e aggiungerei anche onestà e franchezza il tema del rapporto non tanto con Dio, ma proprio con Gesù Cristo, anzi, con la religione cattolica. E lo fa all’interno di una tormentata, sputtanata e sputtanante storia d’amore.
Il tentativo sembra per un verso quello di recuperare il racconto della vita quotidiana sottraendola alla dittatura della superficialità dei Paolo Giordano, Fabio Volo per tacere di Moccia; da un altro quello di spiazzarlo con un punto di vista quantomeno inusuale, destabilizzante nel suo limpido inequivoco diritto di cittadinanza.

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CAFFÈ O LIBRERIA? TUTTE E DUE LE COSE, AL CAFFÈ LETTERARIO DEL GALLO

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Caffè o libreria? O magari ristorante? Perché scegliere tra cose che possono stare insieme? È questa la morale vincente del Caffè Letterario del Gallo, a Scandicci (Firenze) interessantissimo locale il cui proprietario Giovanni Iacopi, che lo gestisce insieme alla compagna Mimma Fabris, ho avuto il piacere di intervistare, parlando delle iniziative del locale, della sua funzione sociale e della sua storia.

– Com’è nato il Caffè Letterario del Gallo?

Siamo qui, come Ristorante all’Insegna del Gallo, dal 1996, e per quindici anni abbiamo lavorato come ristoratori. Un anno e mezzo fa, quando sono andato in pensione, abbiamo venduto il locale, ma purtroppo il successivo proprietario non è riuscito a portare avanti l’attività, per cui l’abbiamo ripreso. In quel momento di crisi, poiché volevamo fare qualcosa di diverso, abbiamo avuto l’idea di aprire al piano superiore una stanza dove svolgere un’attività un po’ diversa, con tavoli, angolo libreria e spazio per presentazioni di libri. Una cosa non nuova in sé, ma sicuramente sì a Scandicci.

– La rassegna iniziata con il canale 7 GOLD, per promuovere libri e artisti musicali, in che cosa consiste?

Si tratta di un programma che ha già seguito la nostra inaugurazione e la mostra di pittura del Prof. Robert Shackelford, direttore della Harding University a Scandicci. Le iniziative sono varie, e nonostante le difficoltà organizzative stiamo andando avanti, e nel corso di marzo avremo varie presentazioni di libri ed eventi musicali. Continua a leggere

IL CENTENARIO DI LACERBA: IL FUTURISMO RACCONTATO DA CORRADO MARSAN

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Il 2013 è l’anno del centenario di Lacerba, la storica rivista del movimento futurista, ma non solo. Ho avuto il piacere di parlare e di imparare moltissimo sull’argomento dallo storico dell’arte Corrado Marsan, uno dei massimi esperti in Italia in materia di Futurismo, che il prossimo 22 marzo, alle ore 17, terrà sulla pedana esterna del caffè fiorentino delle “Giubbe Rosse”, storico ritrovo dei futuristi, una conferenza sul tema “Filippo Tommaso Marinetti alle Giubbe Rosse”.

Le righe che seguono sono frutto della mia conversazione col Prof. Marsan, che mi ha anche permesso di pubblicare un articolo sul numero di domenica 10 marzo del “Corriere Nazionale”.

Da sinistra: Palazzeschi, Carrà, Papini, Boccioni, Marinetti (da giubberosse.it)

Le Giubbe Rosse hanno proprio in quest’anno (1913) il proprio sancta sanctorum, perché con la data del 1° gennaio – anche se di fatto arriva nelle librerie qualche giorno dopo – nasce il primo numero di Lacerba, dopo una lunga incubazione alla quale assiste, come “contenitore”, il caffè delle Giubbe Rosse. Se torniamo al fatidico 30 giugno 1911, vediamo come all’esterno del locale si verifica il primo famoso parapiglia tra Soffici e Boccioni. Boccioni, dopo il duro attacco su La Voce – la grande rivista di Prezzolini – nel maggio precedente, sanguigno com’è va a casa di Marinetti a Milano e convoca anche Carrà per farla “pagare” ai fiorentini vociani. In effetti, Soffici, con un linguaggio molto offensivo e molto greve, e soprattutto un po’ superficiale, aveva attaccato duramente la prima mostra di arte libera ospitata nell’aprile-maggio 1911 nel Padiglione Ricordi a Milano. I milanesi vengono allora giù a Firenze, auspice Aldo Giurlani, più noto come Aldo Palazzeschi, che fa da “avanguardia” e dice “Io so dove trovarli” – lui abitava in via Calimala al numero 2 – e si presta a far loro strada e a indicare quando arriveranno gli altri. Arrivano alle Giubbe Rosse, e Palazzeschi indica Soffici a Boccioni. Continua a leggere

PAOLO CODAZZI, “IL DESTINO DELLE NUVOLE”

di Giovanni Agnoloni

Paolo Codazzi è autore del romanzo Il destino delle nuvole (ed. Mobydick) e fondatore del Premio Letterario Chianti. Ho avuto il piacere di intervistarlo.

Il destino delle nuvole– “Il destino delle nuvole” è un titolo che è in sé già un programma narrativo: le tue righe sembrano scorrere sull’orlo della mutevolezza del destino e del pensiero. Qual è la fonte della tua ispirazione?

Ho sempre avuto un particolare interesse per il senso filosofico del destino, nella piena condivisione di un’affermazione di Virginia Woolf, “ciò che è non poteva non essere”. Ma in particolare la lettura di un testo dell’ ‘800 di uno dei primi meteorologi (riportato in esergo al testo) mi suggerì di fondere una storia che già avevo in mente con la mutevolezza delle nuvole associata alla precarietà dei destini degli umani. Tutto questo mi sembrò anche coerente con il mio modo di scrivere: lessico, sintassi, nel quale avrei potuto liberarmi come una nuvola nel tracciare “cumuli” sintattici che magari avrebbero appesantito qualsiasi altra argomentazione. Il mio modo di scrivere (che, a detta di molti critici mi identifica dalla prima pagina, e questo non mi pare poco), apparentemente barocco (per chi ha un’idea “barocca” del termine), è in realtà secondo il mio modesto parere molto moderno, o quanto meno contiene una modernità nel tentativo di salvaguardare un linguaggio letterario dalle superfetazioni della modernità sia in termini lessicali (scarsa ricerca di molti colleghi), sia in termini sintattici (per i quali la comunicazione tout court pare essere l’obiettivo necessario).

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KENNETH WHITE NELLA LUCE DEL NORD

di Roberto Lamantea

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Kenneth White

La luce migliore per leggere I cigni selvatici di Kenneth White (nella foto), il diario del viaggio in Giappone dello scrittore e poeta scozzese appena pubblicato dalla mestrina Amos Edizioni (176 pagine, numero 3 della collana “Highway 61”) è annotata a pagina 150 del libro. White viaggia in Giappone, alla ricerca dei cigni selvatici, portando nello zaino la fotocopia dell’edizione in-folio del Settecento, conservata alla biblioteca della Sorbonne a Parigi, dell’Histoire Naturelle des Oiseaux. Perché un libro del XVIII secolo, si chiede, invece di un veloce manuale di ornitologia di oggi? “Nel lontano XVIII secolo esisteva, prima di ogni specializzazione, quella disciplina generale chiamata ‘filosofia naturale’ in cui la poesia, la scienza e la filosofia sono riunite, e dove l’accento si pone su un’indagine totale, cosí come sulla ricerca di una comprensione globale, di una cosciente esperienza globale”.

 A fine lettura restano negli occhi – e sulle narici, e sul palato, White narra anche le pause in un bar, un ristorante, una notte in una locanda o un albergo con un ritmo che ridà, oltre al movimento del viandante, anche sapori e aromi – cieli e mari di vento, l’increspata schiuma bianca sulle onde azzurre degli acquarelli giapponesi, il volo e le voci degli uccelli (gabbiani, corvi, aironi, sino ai cigni, raggiunti verso la fine, come la meta di Achab in Melville, qui citato), la pioggia, i mattoni delle case. I cigni selvatici accenna solo a Tokyo: la metropoli-formicaio fosforescente e assordante è solo un punto di sbarco dall’Europa per andare altrove. White cerca il Nord, il paesaggio, il silenzio. Nel suo zaino un libro blu di haiku. Ovunque le tracce di Bash?, poeta zen del Seicento, la sua metrica (5-7-5), i componimenti che affiorano, come foglie rosse, sul taccuino del viandante a illudersi di fermare un momento nel flusso della vita.

   Il libro – rivela subito White – e il viaggio in Giappone “sarebbe anche stato un altro pellegrinaggio geopoetico […] e un viaggio-haiku sulla scia di Bash?, un documentario sognante di strade e isole, un tuffo veloce ed ellittico nel Vuoto – in definitiva un libro nipponico piccolo e stravagante pieno di immagini e di pensieri a zig-zag, scritto in uno ‘stile bianco e svolazzante’, come dicono i pittori”. Continua a leggere

SONIA CAPOROSSI E ANTONELLA PIERANGELI: “CRITICA IMPURA”, BLOG E LIBRO

Intervista di Giovanni Agnoloni

Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli, fondatrici del blog Critica Impura, hanno trasformato parte dei contenuti della loro esperienza di Rete in un e-book edito da Web Press EdizioniUn anno di Critica Impura (gennaio 2011-gennaio 2012). In questa intervista illustrano contenuti e risonanze del loro lavoro.

Critica Impura

Il vostro blog è un’esperienza di critica e conoscenza. Adesso che è diventato un libro, vede esplicarsi appieno la sua vocazione, che è quella dell’apertura, della contaminazione e dell’uscire dagli schemi. La vocazione, appunto, dell'”impurità”. Da che cosa nasce tutto questo?

Antonella Pierangeli: Critica Impura nasce essenzialmente come rivolta di critica e di conoscenza, oltre che come vera e propria vocazione a quella che ormai è diventata la nostra caratura estetica, l’impurezza. Nelle nostre intenzioni di “rivoltosi”, ricordiamo ciò che Maurice Blanchot nel giugno del ’36 dichiarò su Acèfale: “È tempo di abbandonare il mondo dei civili e la sua luce. È troppo tardi per fare il ragionevole e l’istruito, poiché ciò ha condotto a una vita senza attrattive […]. È necessario rifiutare la noia e vivere solamente di ciò che affascina”. Il nostro desiderio di rivolta contro “il ragionevole e l’istruito” ci ha indotto con urgenza a sviluppare un discorso critico intorno alla scrittura che, con il passare del tempo, ha richiesto una sempre maggiore attenzione al significato di questa meravigliosa avventura della mente e al senso del suo agire attraverso la parola. Scrivere è certamente una tremenda responsabilità e, ne siamo convinte, la letteratura ci trattiene in quel moto che è di illusione e di appartenenza e obbedisce alla necessità di distruggere per rinnovare. La parola, che della letteratura costituisce la granatura, è disagio, guerra, distruzione, rinnovamento. La critica impura è dunque, in primo luogo, estrema attenzione, sensibilità aguzza, monologo ossessivo con il testo, luogo d’elezione dove il farsi letterario è corpo di parola, dove la scrittura non enuncia ma crea e rigenera, il nascosto, perturbante antipensiero che si annida tra gli interstizi della pagina, in quelle pieghe di senso e fonemi, i cui rilievi sono a loro volta pieni di corridoi, porte, camere, luoghi senza luogo, soglie che attirano. I nostri testi sono infatti attraversati da tensioni cariche di sovrasignificati che interrompono ogni possibile continuità discorsiva e orientano la nostra esperienza verso una circumnavigazione permanente del “globale” inteso come realtà effettuale del circostante. In secondo luogo, tutto ciò che avviene su Critica Impura sembra trovarsi in un’altra dimensione rispetto alla norma dei lit-blog che circolano in rete, quasi in un “fuori” che la stessa scrittura si incarica di accentuare attraverso il dispiegamento di un arsenale di scelte tematiche, e quindi stilistiche, talmente eterogeneo e vorticante da rendere manifesto il conflitto imperante tra realtà e linguaggio, certificando ininterrottamente la dimensione costituente della parola. Continua a leggere

Poetesse: Silvia Caratti

Di Silvia Caratti ho letto la prima volta qualcosa in rete. E subito avevo cercato inutilmente di des-crivere qualcosa sul dono di scrivere. Poi ho capito che dovevo lasciar perdere. Non c’era nulla di innato in quello che cercavo di fare. Ho atteso l’ispirazione. Una parola che tirasse la volata. E poi è balzata fuori una tigre con la coda sferzante sui fianchi nella piena luce del giorno.
Aveva le sembianze di queste parole:

Ma guardaci qui,
sotto la coperta rattoppata di un hotel,
le scarpe in un angolo gli anelli nel posacenere
il giornale vecchio nel cestino.

È tutto ciò che possediamo,
quello per cui ci hanno voluto e cresciuto.

Mi piace pensare che tu non hai
una sola risposta alle mie domande
e nonostante tutto
ti appartengo.

***

Si nutre di parole e cose, le piccole e semplici cose della natura, che
toccano con leggerezza insostenibile l’anima, la poesia di Silvia.
Una poesia che sembra rifiutare qualunque appartenenza se non quella della sfera delle emozioni supreme .
Una voce a due che parla a se stessa mentre sorride ad altri nascondendo quel velo che in ogni modo accompagna i ricordi le dolcezze le perdite le persone
Bastano però il sole che taglia una persiana, i venti in visita da una finestra stretta, il paesaggio della primavera che rinnova la vita del mondo, e la felicità riempie di nuovo la stanza:

°Spesso la notte faccio simili pensieri
quando lieve tu mi dormi accanto
mi domando cosa ci leghi
all’ultimo pianeta
o se l’universo produca un suono
o se il tempo non sia un imbroglio
e in realtà noi ci dobbiamo ancora amare.
Io so che tutte le domande hanno un nome.

***

Ma non é una di quelle felicità che si può toccare per mano perché qui bisogna sussurrarle le parole aggrappandosi a queste come ad una cattiva abitudine di cui non si può più fare a meno. È una di quelle felicità che solo la vera autentica poesia sa dare. Questa di Silvia Caratti è sublime autentica, corporea ,a portata di cuore. Da ricordare per sempre. Continua a leggere

“DOMANDA AL VENTO CHE PASSA”, DI PAOLO GIARDELLI

Tratto da
Paolo Giardelli, Domanda al vento che passa: Malocchio e guaritori tradizionali, Pentàgora, Savona-Milano 2012: pp. 118-123.

domanda al vento

L’UOMO DI GLORI

A Glori [piccola frazione di mezza costa della Valle Argentina, (1)] si ricorda la guarigione da parte di nonna Teresa di una donna, mancata una decina di anni fa, sofferente di crisi depressive. Pare che una domenica Teresa, la guaritrice, si sia presentata a casa di questa persona per curarla, dicendole di andare a comprare una pentola nuova di terra.
Ha fatto uccidere il coniglio più grasso che avevano, ha prelevato il fegato ancora caldo del coniglio e lo ha buttato nella pentola di terra, che era stata messa sul fuoco. Il fegato ovviamente si è messo a scoppiettare a contatto con la pentola calda e lei ha sentenziato che erano le bàggiue, le streghe, che se ne andavano dal corpo dell’ammalata. Ha detto però che il resto del rito doveva compierlo a casa sua, a Glori, si è fatta incartare il coniglio e se lo è portato via. Cosa sia successo dopo non è dato sapere … Continua a leggere

“ERBA DI NEVE”, DI MICHELE PELLEGRINI

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Erba di neve, di Michele Pellegrini (Galaad Edizioni) è un romanzo che tocca dentro. Inizia con un botanico italiano, Luca Radici, in vacanza tra la Croazia e la Bosnia e in cerca di grandi e antichi alberi, e così ci introduce a un universo di percezioni e vibrazioni narrative quiete, sia pur venate di mistero naturalistico. Conversazioni con i locali, bevute ed esplorazioni del territorio arricchiscono ulteriormente questa parte del libro. Fino a un incontro con una donna bosniaca, Darja, che gli racconta una sua esperienza del 1991 sulle Alpi Marittime, non lontano dal confine francese, quando era stata impegnata in una serie di escursioni che l’avevano portata a conoscere Dado, il custode di un rifugio, del quale, ricambiata, si era innamorata.

A questo punto la storia vive un salto quantico, perché quel passato, così intriso di passione e ricordi, apre scenari insondabili, conditi dal mistero dell’Erba di Neve, una prodigiosa piantina di alta montagna che Dado cercava da anni. Darja, però, doveva tornare a casa sua, minacciata dalla guerra civile agli inizi, e custodire un magico albero, fonte di protezione per il suo villaggio. Così si erano separati, convinti, in qualche modo, che il legame tra loro non si sarebbe interrotto. Continua a leggere