Archivi categoria: Letture

“Frutta fresca per verdure marce”, di Paolo Merenda

Recensione di Marco Candida

Frutta fresca per verdure marce
Di Paolo Merenda
(Edizioni Il foglio)

Frutta

Il poliziottesco scritto da Paolo Merenda dal titolo Frutta fresca per verdure marce invita a chiedersi forse un po’ capziosamente: “In questo romanzo c’è più più frutta fresca o verdura marcia?” oppure “Il titolo allude a uno scambio tra autore e lettore? E’ il lettore il portatore avariato di verdura marcia?”. A parte questo piccolo divertissement, le centoventuno pagine scritte dall’autore alessandrino sembrano certo presentare i connotati giusti per meritarsi l’aggettivo, spesso abusato, “fresco”. Quelle di Merenda sono pagine “fresche” perché rinverdiscono, servendosi della rivoltella della parodia, il genere del poliziesco all’italiana, riuscendo in un compito difficile; e sono brillanti perché utilizzano una forma originale: centoventidue pagine divise in quattro parti ciascuna spezzettata in dodici capitoli ognun dei quali lunghi una pagina e mezza, massimo due pagine e mezzo. Ogni autore, se si guarda bene ha la sua intelligenza, e l’intelligenza di Paolo Merenda è stata quella di capire che per raccontare una storia che si regge in gran parte su stereotipi di genere la forma breve è la più efficace: essendo già noto al lettore gran parte di ciò che viene raccontato non sono necessarie molte pagine per rendere i personaggi vivi, le storie vere. Bastano poche linee, quelle essenziali, è tutto come per magia si anima e funziona. Non è questione di tecnica o di capacità: è qualcosa di molto più ineffabile, si chiama intelligenza, sensibilità. E Paolo Merenda ha il dono di possederla. Continua a leggere

LUTZ SEILER, “LA DOMENICA PENSAVO A DIO”

Lutz Seiler – Da La domenica pensavo a Dio, Roma, Del Vecchio Editore, 2012

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Il volume, a cura di Paola Del Zoppo, presenta una scelta dell’intera produzione poetica di Seiler, dalla prima raccolta berührt/ geführt (toccato/ portato) alla più recente im felderlatein (nel latino dei campi). Di seguito, due poesie tratte dalla raccolta e un brano del saggio di P. Del Zoppo Odore di poesia, che esplora tematiche e ricorrenze della poesia di Seiler. Continua a leggere

Interrogazioni sulla poesia di Roberto Rebora

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Nadia Agustoni

Roberto Rebora, nipote di Clemente Rebora, esordì con una prima poesia in “Circoli” nel 1932 e collaborò dal 1938 a “Corrente” pubblicandovi recensioni, poesia e critica del teatro. Dal 1935 al 1936 fu in Abissinia; in seguito richiamato alle armi dopo l’8 settembre 1943, finì in Germania, in vari campi di concentramento, per aver combattuto contro i tedeschi. Al ritorno riprese ad occuparsi di teatro e critica letteraria, pubblicando nel tempo varie raccolte poetiche. Si spense a Milano nel 1992, aiutato economicamente negli ultimi anni da pochi amici. I benefici della legge Bacchelli arrivarono tardi, concessi appena pochi mesi prima della morte. Il suo essere appartato non ha giovato alla conoscenza della sua poesia. Alla sua morte Carlo Bo scrisse su “Il Corriere della Sera” un breve, intenso ritratto, chiamandolo “il più puro dei poeti dell’Italia di questo secolo”.

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FELLINI, REGISTA DEL SOGNO, E LA VISIONE DELLO SPETTATORE

di Saverio Bafaro

da Postpopuli.it

Durante le riprese de La città delle donne, a un certo punto Fellini ricreò dal nulla il mare. Fece distendere a terra – per una superficie sufficientemente larga – semplici fogli di plastica azzurra e vi nascose sotto dei rulli meccanici, fatti ruotare avanti e indietro, dando così l’illusione del movimento delle onde. Il mare ricavato artigianalmente era divenuto, così, più reale di quello disponibile sin da subito all’occhio.
«Per me sono più vere le cose che mi sono inventate», dichiarava il regista, interrogato nel documentario di Damian Pettigrew: Sono un gran bugiardo.

Federico Fellini (da Wikipedia)

Il cinema felliniano è, da un punto di vista dei contenuti, un’auto-rappresentazione inconscia, fatta esplodere in auto-celebrazioni epiche (come in 8 e ½) o riparata in riflessioni nostalgiche, volte a riaprire il dialogo con i vivi (come in Ginger e Fred).

Federico Fellini è, senz’altro, il Picasso dell’immagine in movimento, un macchinista di illusioni create e demolite tutte in una volta, un demiurgo che, nella sospensione del sogno, dà giustificazione di sé, conducendo il cinema verso soluzioni ultimative. Le sue pellicole si nutrono spesso della dinamica onirica e del rimaneggiamento del ricordo. Il sogno è l’universo circolare, il magnifico tendone, il contenitore del mistero e della bizzarria della creatività semi-controllata dall’Io, la piazza nella quale si allena il contatto voluto a tutti i costi con i ricordi e le fantasie personali. Nel sogno è, per definizione, abolito l’arbitrio. Nel sogno l’azione avviene e basta, senza mediazioni. Questo giustifica, da un lato, la diversità felliniana rispetto a film dalla struttura palesemente narrativa, la cui base letteraria fa prevalere la parola sul vedere e, dall’altro, il rapporto del regista con i suoi attori: un patto dichiarato e condiviso tra un burattinaio e le sue marionette, preparate a mostrarsi nei messaggi dei corpi, annullando introspezionismi e sovrastrutture: non può pensare chi è già frutto di un pensiero. Continua a leggere

37. Quella cosa

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da qui

Ci stai girando intorno perché sai che prima o poi ci arrivi: è lì che è avvenuta la svolta, il sisma che continua, ancora oggi, a far crollare edifici fatiscenti, ponti ridotti a carcasse logorate dal tramestio fitto dei passi. Continua a leggere

La passione del “noi” e il conflitto, il mondo di Giorgio Gaber. Due parole sul saggio del prof. Claudius Messner

coper.gaber.jpg.2Sono un uomo che ci crede ancora…sono malato

di conoscenza, di voglia di cambiare le cose…

Forse è da lì che ciascuno di noi dovrebbe

ripartire, dall’individuo e dalle sue contraddizioni.

Giorgio Gaber (1984/1998)

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La passione del “noi” e il conflitto, il mondo di Giorgio Gaber. Due parole sul saggio del prof. Claudius Messner

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di Antonino Contiliano

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La realtà, lasciò scritto Bertolt Brecht nei suoi pensieri sull’arte e la letteratura (oltre che nei suoi testi poetici e teatrali), ha più forme di quante ne possa inventare la poiesis dell’uomo, e di quelle che la “modernità”, in particolare, ha pensato e agito per creare un uomo e una società nuovi. Questi, specie nel Novecento, il “secolo breve”, ci ha provato (sintetizziamo e per approssimazione), fallendo, infatti, in modi diversi (ma il secolo breve avrebbe anche di che difendersi di fronte a un tribunale!). Sono le prove delle grandi guerre e delle rivoluzioni rosse, nere, gialle e bianche; quelle dei blocchi contrapposti e degli equilibri del terrore o quelle degli ecumenismi etico-religiosi fondamentalisti, e di segno diverso; quelle tecnologiche e ideologiche della prima e seconda (post-fordista) industrializzazione o quelle che fanno appello al diritto, ai diritti e ai diritti fondamentali, etc.

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gibellina renda

Il primo giorno c’è un sole piccolo che illumina

ciò che rimane del nulla, e il nulla non ha fretta.

Le ossa piegate, il respiro interrotto ai tessuti vitali,

i capillari, i contorni dei vivi e dei morti.

Ci sono da raccogliere solo i morti, e i morti

 

non hanno fretta. La madre-pia è una madre-

pelle, una coperta che muori se la perdi. Continua a leggere

Da La neve, di Francesco Filia

pioggia 2

(VI frammento, Napoli 2007)
Il corpo di Napoli

La pioggia gronda dai palazzi lungo le strade, fino a valle
portando con sé un omissis di parole e pupille graffiate dall’aria.
Ci aggiriamo per trovare quel che abbiamo perso… un centesimo
caduto da tasca o il più remoto dei nostri ricordi, il luogo
dove batte il cuore di ogni cosa dove si riflettono
i nostri volti nell’acqua, immobile, di questa pozzanghera.
Gli occhi si sgranano falcata dopo falcata e il vento
entra dentro, fino alle lacrime e allora saprò che in questa notte
non avrò fratelli nell’ultima fuga d’amore e panico ma solo
l’allungarsi dei passi su gradoni bagnati, tra siringhe
e i due desideri impigliati nell’ultimo respiro del giorno. Continua a leggere

LA “CASA DELL’AUTORE” DI MANUELA LA FERLA

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

La Casa dell’autore di Manuela La Ferla, nota editor e curatrice di testi letterari, è una nuova esperienza in campo editoriale, che si prepara a dare un contributo vitale alla crescita di scrittori che affinano il proprio talento. Manuela ci ha gentilmente concesso quest’intervista, che illustra tutti i più importanti aspetti della sua iniziativa professionale e letteraria, con sede a Firenze.

– Com’è nata l’idea di questo progetto innovativo in campo editoriale?

Manuela La Ferla

La Casa dell’autore nasce da un’esigenza: il bisogno reale degli autori di avere a fianco un Editor dedicato. A volte si pensa che gli scrittori che hanno già una loro – anche autorevole – casa editrice di riferimento, non abbiano questo problema. Ma così non è, gli autori sono sempre più soli, tranne eccezioni. Non è solo un problema di competenza o bravura o altro, spesso è (anche) un problema di tempi oggettivi.
Un editor interno lavora su più tavoli in contemporanea, come è giusto che sia, ma spesso proprio il lavoro sul testo, che dovrebbe stare al centro dell’attenzione, finisce per diventare un dato marginale, che viene delegato alla redazione o a consulenti esterni. La mia idea allora è quella di lavorare con l’autore prima di arrivare in casa editrice, oppure per conto della stessa su testi già in programmazione.
Attenzione, perché esistono decine di service editoriali e ottimi editor free-lance.
La Casa dell’Autore offre invece un lavoro diverso, che parte dalla maieutica ma ha come conditio sine qua non lo spessore e valore del progetto (se ci riferiamo alla saggistica), e la voce dell’autore (se parliamo di narrativa). Non escludo di motivare io stessa degli autori, nel caso della saggistica, a scrivere su un argomento che mi sembra possa poi essere spendibile editorialmente. Continua a leggere

“La ricerca del legname” di Marino Magliani

di Federica Imbriani

da Flaneri.com

La ricerca del legnameQuello della “letteratura animale” è un genere che nella storia della nostra cultura ha avuto rappresentanti davvero illustri, tra tutti ricordiamo il George Orwell de La fattoria degli animali e Natsume S?seki con Io sono un gatto. Della collana ZOO ||| Scritture animali, forse creata immaginando di inserirsi in questo ricco filone, vi abbiamo parlato qui.

L’undicesimo titolo della collana è La ricerca del legname di Marino Magliani, che dedica il proprio talento ai topi proponendo un racconto che è tutt’altro che una fiaba, e che si inserisce come un piccolo e particolarmente ben riuscito esercizio di stile, da un lato, nel novero delle opere che hanno come protagonisti i negletti roditori, si ricordino Maus: A Survivor’s Tale, graphic novel di Art Spiegelman, e Firmino di Sam Savage, e, dall’altro, nel genere hard boiled più classico di Raymond Chandler e Dashiel Hammet.

Fernando è un investigatore privato, ex poliziotto e, per inciso, topo di fogna. L’universo nel quale si svolge la sua vita è marcio e buio, ma Fernando ha gli strumenti per sopravvivere, per sentirsi a suo agio tra strade e quartieri che hanno tutto di umano, e, soprattutto per indagare, seguire le tracce, per inseguire Rudy, un trafficante di pregiatissimo legname, la cui ricerca gli viene affidata da una mater dolorosa che risalta vividamente nonostante le siano dedicati solo pochi tratti di penna. Cercando inutilmente conforto dall’ombra di Pepe El Tira, già collega e maestro in polizia e ora mito assente, il protagonista intraprende una ricerca che lo porterà dapprima al Tombino, soglia tra il noto mondo di sotto, e lo sconosciuto e luminoso mondo di sopra, e poi fino ai limiti anche di quest’ultimo, dove i riferimenti sono tutti invertiti. Continua a leggere

La conservazione metodica del dolore, di Ivano Porpora

di Ezio Tarantino

“Angela era una donna che cercava un uomo che non avesse passato; un uomo che le tenesse tra le mani la matassa dei pensieri mentre lei faceva l’uncinetto” 

Che libro è La conservazione metodica del dolore di Ivano Porpora (Einaudi Stile libero Big, 2012)? Non è il libro di un esordiente; anche se in realtà è il libro di un esordiente. Non è un libro sulla fotografia, anche se le fotografie vi hanno una parte fondamentale. E’ un memoriale? No, non è un memoriale, anche se parla di memoria, ma soprattutto di perdita della memoria.  E’ un libro generazionale? No, non è nemmeno un libro generazionale, anche se la generazione dell’Io narrante, Benito Allegri, fotografo quarantacinquenne, è il correlativo oggettivo del suo mondo interiore, almeno quanto lo sono i ricordi d’infanzia. E’ un libro d’amore? No, non è un libro d’amore sebbene sia pieno di donne, di sesso (alluso o ricordato più che descritto). Sarà un libro di genere (il genere bassapadana: Fellini, Guerra, Bassani, Bertolucci…). No, non è un libro di genere. Anche se la bassa padana (o alta, o media, non saprei dire con esattezza) è lì con le sue nebbie, il suo Po, il suo dialetto, le sue biciclette, le sue figurine mitiche (il prete, il comunista, il fascista, le donne, la sgarrupatissima bluesband).

Partiamo da qui (un po’ ingenerosamente). E’ un libro che ha un limite: quello di essere tutto questo. Un amarcord dolceamaro che abbraccia un arco di tempo molto ampio (dal dopoguerra ai giorni nostri), i cui rimandi (le atmosfere, i personaggi, le storie, la magia e la durezza, qualche volta la disperazione, di vivere) costituiscono un pedaggio inevitabile che induce chi legge a metterlo in rapporto con una memoria letteraria (o cinematografica), più che con la possibilità di un’esperienza (ciò che dovrebbe fare il romanzo: mettere il lettore di fronte ad un’altra vita possibile).
Ma è un libro che gioca con tutti quegli elementi in un modo che non lascia freddi o avvinti solo da un punto di vista intellettuale. Ciò che è detto, e come viene detto, ha valore di per sé perché c’è vita in dosi da cavallo dentro ogni pagina. C’è vita, c’è dolore e partecipazione (per questo ho detto che non è il libro di un esordiente: non vi troverete vizi e birignao tipici del “giovane scrittore”: lo stile è maturo, la voce è nitida e sicura, asciutta, controllata). Continua a leggere

IL BASSOTTO E LA REGINA, di Melania G. Mazzucco

Il bassotto e la ReginaIL BASSOTTO E LA REGINA di Melania G. Mazzucco

di Massimo Maugeri

Quando si parla di fiabe e favole è abbastanza diffusa la convinzione che esse siano rivolte in via esclusiva ai bambini. È indubbio che, proprio nei confronti dei più piccoli, la fiaba (così come la favola) svolga un’importante funzione di intrattenimento e talvolta (più nella favola, che nella fiaba) anche di formazione, laddove troviamo – come spesso accade – una morale. Tuttavia, considerare fiabe e favole alla stregua di un prodotto letterario rivolto esclusivamente all’infanzia è un errore. Così come sarebbe un errore pensare che siano la stessa cosa. Nella lingua italiana le favole vengono distinte dalle fiabe (anche se entrambi i termini derivano dalla radice latina “fabula” – “racconto” – e i due generi hanno molti punti di contatto): la fiaba è caratterizzata dalla presenza di personaggi e ambienti fantastici, mentre la favola – di norma – è popolata da animali i cui vizi e virtù rappresentano quelli degli uomini.
A proposito di fiabe, di recente si è celebrato il duecentesimo anniversario delle “Fiabe del focolare” dei fratelli Grimm (dove, tra le altre, vengono narrate le storie di Biancaneve, Cenerentola, Pollicino, Cappuccetto Rosso, Barbablù). Persino Google, il più grande motore di ricerca del mondo, ha dedicato il 20 dicembre scorso un doodle (ovvero una versione speciale del proprio logo) alla fiaba di Cappuccetto Rosso per commemorare l’evento.
Parlando di favole, invece, va segnalato il nuovo bellissimo libro di Melania G. Mazzucco, intitolato “Il bassotto e la Regina” (Einaudi, pagg. 112, euro 10, illustrazioni di Alessandro Sanna), con cui questa grande autrice fornisce l’ennesima prova della capacità eclettica della sua scrittura. Continua a leggere

17. Ti prego

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da qui

Anche quello era il tuo regno. Si capisce, finché c’era qualcuno disposto a lasciarsi trascinare sulla sabbia, prestando il fondo schiena per dar forma alla pista che aspettava le biglie con le facce dei ciclisti. Il circuito variava a seconda della stazza di chi s’era immolato: l’ideale era una parte anatomica abbondante, per garantire la circolazione del gruppone, ma il problema era il peso; chi ce la faceva a trascinarlo? A te, delle premesse, non importava nulla: aspettavi il momento in cui imprimere la schicchera alle palline in tuo possesso, colorate da un lato e trasparenti dalla parte opposta, coi volti di Moser e di Merkx, di Bitossi e Battaglin. La preferita era quella con la faccia di Gimondi: la colpivi col dito e contemplavi il volo sulla curva parabolica, il salto da una parte all’altra della pista, perché era valido – si sa -, bastava che rientrasse; ti perdevi nelle sue giravolte prodigiose, immaginando di elevarti di slancio sugli ostacoli che ti tormentavano: il compito di matematica, l’esame al catechismo, il terzino che assestava calci tremendi negli stinchi; sì, eri tu la biglia con la faccia di Gimondi, volavi, volavi, non ti toccava più nulla a questo mondo, avevi trovato ancora un altro modo per sognare; ma, chissà perché, anche le biglie assumevano presto la forma di parole, di frasi a cui far compiere giri su giri, prima di giungere al traguardo, traiettorie in cui si rivelava il desiderio più profondo, che solo qualcosa di scritto avrebbe riportato in superficie. Hinault, De Vlaeminck, Baronchelli, erano potenze oscure opposte alla biglia prediletta, volevano impedirle di sfrecciare vittoriosa in fondo al rettilineo, con le braccia che non poteva alzare e che invece alzavi tu; solo allora capivi perché mai Gimondi ti attraesse tanto: ti sentivi felice ed era scritto nel suo nome; in ogni volo sugli orli delle curve aggiravi le trappole e sfuggivi all’agguato del nemico. Quando tuo padre tornava dal lavoro, raggiungendo lo stabilimento con l’abito di rappresentanza, ti sembrava che il sogno si spezzasse, diventasse ridicolo, e tu il bambino scemo che, come al solito, non capiva un accidente. Eppure torneresti ancora sulla spiaggia del Belsito, appianeresti col palmo della mano i tratti dissestati della pista, studieresti il tragitto migliore per la biglia con la faccia di Gimondi: voleresti, libero, sui giorni costipati, sui matti che ti assediano, sull’angoscia che ti stringe ogni volta che ti annunciano un malato o un funerale. Corri, Felice, corri, non lasciarti riprendere, ti prego.

Into the park

di Mauro Baldrati

talon1Il Parco della Chiusa di Casalecchio di Reno, o parco Talon (dal nome della famiglia che possedeva la tenuta, i marchesi Sampieri Talon), a mio avviso è uno dei più belli d’Italia. Per “belli” non intendo la preziosità o la magnificenza di certi parchi architettonici, come Villa Borghese, o il Sempione di Milano, ma la vastità del territorio, la sua morfologia, la qualità e la varietà delle piante. Il Talon è un parco collinare molto esteso, si snoda lungo il fiume Reno, dove ci sono i resti dell’antica chiusa del XIV secolo che gli ha dato il nome, e si allarga sulla collina. Ci sono boschi selvaggi, grandi prati, vialetti. Un ripido sentiero conduce direttamente alla Basilica di San Luca, e alternando sterrati a brevi percorsi su strade secondarie è possibile arrivare fino a Firenze. E’ frequentato da ciclisti in mountain bike, podisti, famiglie, passeggiatori, giocolieri, padroni di cani.
Io ci vado a correre e a passeggiare, quasi ogni giorno. Non cambierei il Talon per nessun altro parco al mondo, e nonostante ne conosca quasi ogni cespuglio non mi annoio mai durante le escursioni. Continua a leggere

“SCRIVERE LA NATURA”, DI DAVIDE SAPIENZA E FRANCO MICHIELI

Recensione di Giovanni Agnoloni

Davide Sapienza e Franco Michieli, Scrivere la natura (ed. Zanichelli)

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Questo libro di Davide Sapienza e Franco Michieli è qualcosa di più e di diverso da un saggio. È un’esperienza, un percorso fra i testi e i mondi che compongono il mondo. E insieme è una “guida” e un “manuale”. Una “guida”, perché illustra itinerari intimi tra i luoghi del pianeta e i topoi della letteratura, anche e soprattutto di viaggio. Un “manuale”, perché insegna a percepire le vibrazioni intime che si dispiegano da quei luoghi e dai passi letterari che ne sono espressione, per pervadere il lettore e coinvolgerlo in un’esperienza autenticamente subcreativa, per dirla con Tolkien. Così diventa anche un “breviario per aspiranti scrittori”, forse più efficace di tante scuole, perché non dà tanto suggerimenti su come scrivere, ma su cosa posare l’attenzione, prima di e quando ci si accinge a scrivere.

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“AMIANTO”, DI ALBERTO PRUNETTI

Da Amianto, di Alberto Prunetti (ed. Agenzia X)

Amianto

Ma che freddo fa

Avrei voluto che questa storia non fosse davvero accaduta. Come si dice? Frutto della fantasia dell’autore. Invece è la realtà che ha bussato alle porte di queste pagine. L’immaginazione ha riempito i buchi come uno stucco di poco pregio e ha ridisegnato certi episodi per meglio riprodurre la vicenda di una vita e di una morte. Di una biografia operaia.

Il racconto dovrebbe tenere come un raccordo di tanti tubi diversi. Lui lo diceva sempre: mettici il canapone, regge più del teflon. Stai solo attento a rispettare il senso della filettatura e lega il tutto con un dito sporco di mastice verde. Poi stringi con forza, ma senza cattiveria. Non deve perdere.
Ho fatto così, con la penna. Ho cercato di rispettare la filettatura della storia, senza forzare il passo degli eventi, senza strozzature. Ho usato il mastice della fantasia e stretto senza cattiveria ma con decisione l’ordine del discorso. Non gocciola: ci ho messo un cartone sotto e le lacrime si sono asciugate. Bisognava saldarle così, l’idraulica dei grandi impianti e la memoria degli uomini che hanno unito chilometri di tubi e acciaio per una vita. Per portare la pressione del sangue nei canali dell’esistenza, per pomparla nei serbatoi della memoria e vederla gocciolare giorno dopo giorno a fertilizzare una pagina. Continua a leggere

Simone Gambacorta intervista Giovanni Agnoloni su “Sentieri di notte” (Galaad Edizioni)

Sentieri di notte, di Giovanni Agnoloni (Galaad Edizioni – Collana “Larix“, a cura di Davide Sapienza)

copsentieridinotte2Quale energia è racchiusa nel Chakra del Castello di Cracovia? E chi è Luther, l’androide che una notte del settembre 2025 si sveglia sulle sponde del lago di Lucerna accanto al cadavere del suo creatore? Un’oscura minaccia si profila all’orizzonte di un’Europa messa sotto scacco dalla Macros, multinazionale informatica che da Berlino ha preso il potere privando il continente di internet e dell’energia, mentre a Cracovia un’enigmatica nube bianca avanza inglobando la città. La salvezza sta nel cuore di quella nebbia, attraversata da uno studioso irlandese di teologia in cerca del suo passato, e nel viaggio verso la Polonia di Luther e del programmatore cieco Christoph Krueger. Un romanzo figlio della poetica del Connettivismo e di una lunga ricerca spirituale che mira al ritorno alla Fonte, a una fusione con la radice dell’Essere. Un viaggio viscerale tra l’Ombra e la Luce.

Sentieri di notte è il primo romanzo della collana “Larix”, diretta da Davide Sapienza. Dopo Nel cuore della Groenlandia di Fridtjof Nansen (2012) e prima di un’antologia inedita di scritti di Barry Lopez curata da Davide Sapienza in uscita nel 2013, quest’opera contribuisce a tracciare la visione della Collana che è dedicata all’esplorazione in senso geografico, umano e letterario.

Distributori: Medialibri Diffusione srl e Libro Co. Italia srl

Booktrailer a cura dello scenografo Gabriele Calarco:

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Libri 2012 saggistica. Venti titoli su cui riflettere

libreria

di Guido Michelone

Al di là dei libri di studio, che, nel mio caso, riguardano soprattutto la popular music e i mass media (e per altri versi la narrativa italiana contemporanea) mi posso ritenere un lettore abbastanza onnivoro, con quel tanto di ‘disordine preorganizzato’ (se mi si consente l‘espressione) che porta a spaziare da un argomento all’altro, senza troppe preoccupazioni. Non leggo però di tutto e cerco di selezionare attentamente autori e titoli, quando vado in libreria, che è ancora, a mio avviso, il luogo deputato in cui poter scegliere meglio, benché i cataloghi on line consentano forse maggior razionalizzazione o percorsi incrociati: ma il gusto di sfogliare le pagine di carta resta insostituibile, al di là di qualsiasi eccellente e-book. Continua a leggere