Archivi categoria: Poesia

Calpestare l’oblio – Sabato 10 Aprile, ore 18, Libreria del Cinema, Roma

L’assedio

(Eugenio de Signoribus)

Succede sempre più spesso di sentirsi in una tela di ragno,

in una tela resa inestricabile da tanti sottoragni solerti, sordi e ciechi…

E più non basta fissare il pensiero altrove. Sale

una rabbia impotente, un rosso silenzio alle tempie…

Verrebbe voglia di sbracarsi, snudarsi, lanciarsi fuori

dalla prima smagliatura… e gridare e

qualunque atto passi nella mente in quel fosco-liberante istante

pare più accettabile di tanta lordura.

Anche il volo. Anche il vuoto. Anche il nulla.

(Ma atterrando, restiamo, col volto sanguinante, gli occhi avanti)

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Marco Statzu

Terza lettera sull’intensità

di Massimo Sannelli

La stella è il punto in comune delle parole nel titolo: il disastro è il dis-astro (la cattiva stella), il desiderio è la contemplazione della stella (sidus). C’è anche l’uomo, e ci sono gli atteggiamenti: la stella è stata cattiva e l’uomo spera e dispera, quando il soldato non torna dalla battaglia, e i commilitoni desiderantes non vogliono più aspettarlo.

Gli uomini sono “sospesi / tra disastri e desideri”, in un rapporto diverso con la stella. E poi i due punti di riferimento, per forza di scrittura: Noè è il desiderio, Ulisse è il disastro. Ma Ulisse – come Dante lo vede lo e tramanda – è stato sommerso per la sua curiosità e dannato per il cavallo di Troia: ha avuto troppa mente e troppa astinenza dal silenzio [Ulisse deve agire così: da buon greco, e greco classico, parla sempre; da vecchio deve fare la sua orazion picciola ai compagni, da morto deve raccontare di nuovo l’orazion picciola di sé vecchio]. Invece “Noè non parla, è un eroe che agisce in silenzio”, come il seminatore che “terge la propria fatica / avvolgendosi di un religioso silenzio” [e il silenzio indica la dignità dell’obbediente, non l’afasia di chi è nato nel Novecento. Quindi “vorrei essere il silenzio che sento”]. Continua a leggere→

La parola terra materna. Rose Ausländer



(Campagna nordica)

La parola terra materna. Rose Ausländer
di Anna Maria Curci

Rose Ausländer (“rosa” come il fiore, mentre Ausländer significa “straniero” in tedesco), questo il nome d’arte scelto da Rosalie Beatrice Scherzer, nata l’11 maggio 1901 a Czernowitz (Bucovina), nell’allora impero austroungarico, morta a Düsseldorf il 3 gennaio 1988 e trasportata dalle vicende biografiche: studi, le due guerre mondiali, la ricerca di un lavoro, la fuga dall’antisemitismo, di volta in volta, a Vienna, a Budapest, a New York, poi ancora nella città natale, di nuovo a New York, infine in Germania. Singolare nelle sue raccolte di versi è la conversazione ininterrotta, solo apparentemente semplice, tra gli ‘universali’, della natura così come dello spirito. Le cinque poesie che seguono, nell’originale tedesco e nella mia traduzione, ne sono un esempio. Continua a leggere→

3 febbraio 2020, Convegno Simon Weil, Barchessa di Mirano -Appunti –

di Annalisa Busato

Un leone rosso nella neve guarda

tre altissimi pioppi al centro

del prato, oggi bianco e splendente,

nel Giardino Romantico di Mirano.

Dicono che tu, Simon, scrivevi messaggi

affettuosi alle tue studenti “Piccola cara…”

educandole all’attenzione, a cogliere

il punto, il centro di ogni giardino.

Tu, Simon, musa vaticinante, pasionaria

difficile e distante, superba,

sapevi insegnare, ispirare, spronare

senza perdere la tenerezza. Continua a leggere→

vecchie strade

via orologio vecchio era molto lunga.

chi abitava all’inizio vedeva il tramonto

molto prima di quelli che lo vedevano alla fine.

la merda degli asini si raccoglieva

nella curva dove i ragazzi giocavano a pallone.

facevamo sul serio allora,

ci riempivano anche le vene di sudore. Continua a leggere→

La ricerca del Graal (XVIII)

di
Georg Wilhelm Friedrich Hegel
Wolfram Von Eschembach
Giuseppe Segato

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII)


*** *** *** Continua a leggere→

Stupore nel traffico – Daniele Mencarelli

“Stupore nel traffico”

Quando appare un buon libro di poesia di una persona giovane ci si vorrebbe inginocchiare per strada, baciare il selciato dove passano tutti e dire: qualcosa di grande, di umanissimo abita ancora questa terra dura, questa gente che siamo, vile e piena di ingombri idioti. C’è aria per la nostra fame di respiro.

Questo libro piccolo per dimensioni edito dalla semplice e raffinata Nottetempo lo ha scritto, anzi composto anche procedendo da vari precedenti lavori, un poeta che stimo fin dal suo apparire manoscritto in una mia notte di quindici anni fa. È Daniele Mencarelli. Il libro Bambino Gesù è così titolato perché la più cospicua sezione di testi viene da un libro scritto quando il poeta era operaio all’ospedale romano per bambini che porta quel nome. Continua a leggere→

Rede vom Gedicht ( Christoph Meckel, Germania 1935)

Rede vom Gedicht

Das Gedicht ist nicht der Ort, wo die Schönheit gepflegt wird.

Hier ist die Rede vom Salz, das brennt in den Wunden.
Hier ist die Rede vom Tod, von vergifteten Sprachen.
Von Vaterländern, die eisernen Schuhen gleichen.
Das Gedicht ist nicht der Ort, wo die Wahrheit verziert wird.

Hier ist die Rede vom Blut, das fliesst aus den Wunden.
Vom Elend, vom Elend, vom Elend des Traums.
Von Verwüstung und Auswurf, von klapprigen Utopien.
Das Gedicht ist nicht der Ort, wo der Schmerz verheilt wird. Continua a leggere→

Pablo Armando FERNANDEZ – Poesie

Città

Città, chi cancellerà
i miei passi, i miei stupori?
Ricorderanno il giorno
che pranzai in un albergo,
entrai in un teatro,
o errabondo
seguii della notte
i passi frettolosi?
Sapranno che vagai, stretto
il cuore per non lasciarlo,
fra la folla,
rotolare, gridando: “vi amo”,
per ponti e vicoli solitari?
Penseranno che vi incontro,
vi saluto e accompagno nell’ultimo viaggio?
Solo per me la veglia?
Città, nessuno sa
che siete grandi sepolcri.

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Alfio Farbo

Da: Per chi rimangono accese le luci (Il primitivo editore, 2007)

Dalla sezione heidelberg

Ho contato il centesimo balcone non visto

e i fiori in bilico ai davanzali

di legno sporti senza un battito d’ali

dalla stanza con pareti di carta

stropicciate come i merli di tempera-

matite a colori.

A quelle finestre squadernate dal vento

si affidava ogni luce senza nome

prima che i lampioni abbaiassero alle strade

e le falene volassero addosso ai fanali

delle auto lanciate sopra il fiume.

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Assunta Finiguerra

di Carla Saracino

«Aggia fatte a sarte pe ttanda tiémbe / n’agge chesute de rrobbe e crestijane / tajèrre, soprabbete, giaccune de lane / e ccavezune e ggonne e ggelettiédde […]». In Scurije (Lietocolle, 2005), Assunta Finiguerra scrive d’aver fatto la sarta per molto tempo. Nella schiettezza frontale di questa autopresentazione, la sua voce e la lingua appaiono pulsanti; nell’indeterminatezza del tempo – che non si calcola – Assunta Finiguerra può consegnarci a una conturbante verità: ogni atto che ci sopravviva deve avvenire secondo un preciso esercizio. Riconoscere l’inevitabilità di questo esercizio significa riconoscere il proprio destino. E il destino agisce, spesso, sul lungo periodo, lasciando in una specie di otre itinerante colui che di questa sorte porta il peso: «Chi nassce già segnate da u destine / adda avé a che ffà sembe cu turmiénde / da sole adda affrunduà tembeste e viénde / e ssope o cuarre i vinde fenì abbuole […]». Continua a leggere→

Nicoletta Solinas. Ascolta

(Jean-Baptiste Camille Corot)

Ascolta

Non muoverti.
Assorbi i lenti battiti, sentili crescere
nel vespro che avanza.
Fermati e respira forte,
gonfia il petto
come fosse l’ultimo tuffo o l’addio.
Poi torna ad ascoltare.
E’ come un suono il giorno che muore,
il raggio di luce si fa ambra e poi linfa,
e il ramo rigoglioso ti chiama,
piano. Continua a leggere→

“Nel sole, nel mare, nel verbo” – Intervista a Giuseppe Conte

Dall’ultimo numero della rivista “Sincronie“, in una sezione coordinata dall’ottimo Fabio Pierangeli.


Irene Baccarini

Nel sole, nel mare, nel verbo.

Intervista a Giuseppe Conte

«Io sono animato dal più umile dei propositi:
salvare quello che c’è di umano nell’uomo,
quello che c’è di divino nell’universo intero,
e il linguaggio è l’unico strumento che ho per farlo.»

Pochi autori riescono, pur parlando di se stessi e della propria opera, a parlare agli altri. Quando questo accade, vuol dire che ci troviamo di fronte ad un grande poeta, dalle cui parole sentiamo emergere verità profonde eppure… familiari, che aspettavamo ci venissero rivelate. È il caso di Giuseppe Conte: nonostante egli abbia sperimentato generi diversi, creando con materie sempre nuove, possiamo continuare a pensarlo come il Ragazzo che «vuole avere una voce» e che, discendendo nelle profondità oceaniche, come narra la leggenda irlandese che egli recupera ne L’Oceano e il Ragazzo, riporta sulla terra «un Canto / nato appena, invincibile».
Di questo canto, della forza e dell’entusiasmo – nella sua accezione etimologica dell’essere presi dal divino – con cui Conte crede nella poesia, della naturalezza con cui riscopre i valori più profondi della letteratura, come testimoniano le risposte che seguono, non possiamo che essergli grati. Continua a leggere→

Mondo 3

di Sandro De Fazi

Emily non s’è mossa dalla stanza
mai e Virginia invocando,
follemente inseguendo la realtà
di Elisa che la pretendeva, affabulata
in un romanzo ormai introvabile nelle librerie,
tutta per sé prima che fosse Musa
delirante al telefono in clinica.
Passai la prima gioventù per Roma
o Baudelaire stando sempre a Parigi
viaggiando con sostanze allucinanti
come Fritz senza tregua a Sorrento
tra servitù e malinconie incamminato
ora che siamo in primavera,
per il ghiaccio bollente e l’inchiostro.   Continua a leggere→

Nelle mani

di Franz Krauspenhaar

Ti svegli con la rabbia e vorresti
una scure per amica, sei solo.
Unico rappresentante al mondo,
unico venditore di stracci, come
il padre di Kirk Douglas, per ghetti
rumorosi e sporchi, di polvere nuda.
Tu, uomo bianco appeso al filo rotto
di un’immensa, sconcertante, fissa
idea di successo, barcameni le ore
del giorno in spirali di parole zitte,
circolanti tra pensiero e azione
su corrente scrittura elettronica.         Continua a leggere→

(mutamenti nell’uomo del movimento terra)

1

Spera sempre in una minima
differenza tra il sopra ed il sotto
(gli inferi, ci dicevano, e il terzo giorno), dove
trova che i sassi sono teste levigate, simili
a patate fossili scordate da un repulisti dell’historia patria,
con uno scarto minimo, dal semialto dell’escavatrice
si limita a registrare l’austera contrarietà dell’arco alpino.

2

Invidia il collega ch’è riuscito a mozzare
perfettamente, a metà, il colle dell’infanzia,
come una mela renetta, solo
per un effetto altro, rispetto all’incarico
assunto, perché s’allarga il paesaggio
e l’alba è tutta sopra gli ulivi,
e non vi crescerà più il muschio,
poco male, persino l’orto
è assicurato per un solitario uguale.
Ma qui nel piano, salvarsi, forse
negli avvallamenti procurati, nelle vene d’acqua
giunte ai corsi celati come un ingombro
dopo la morte delle tessiture.

3

Non è mai riuscito a star così in alto, prima,
ed a volte gli sembra sulla palta scrivano
i denti del cingolo, scrivano un urlo
sull’argilla disvelata, una preghiera
ché non ingoi, tremenda terra
dello stupro razionale, uomo e macchina, un tutt’uno.
Non lontano annotazioni coglie,
oblìo del semicrescere dei pioppi.