Archivi categoria: Scritture

Lirico terapia. Primo Levi, Dateci.

Dateci

Dateci qualche cosa da distruggere

Una corolla , un angolo di silenzio,

Un compagno di fede, un magistrato,

Una cabina telefonica, 

Un giornalista, un rinnegato, 

Un tifoso dell’altra squadra,

Un lampione, un tombino, una panchina.

Dateci qualche cosa da sfregiare,

Un intonaco, la Gioconda,

Un parafango, una pietra tombale,

Dateci qualche cosa da stuprare,

Una ragazza timida,

Un’aiuola, noi stessi.

Non disprezzateci: siamo araldi e profeti. 

Dateci qualche cosa che bruci, offenda, tagli, sfondi, sporchi,

Che ci faccia sentire che esistiamo.

Dateci un manganello o una Nagant, 

Dateci una siringa o una Suzuki.

Commiserateci.

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Dante: il primo sonetto

Oggi è il Dantedì, così detto perché gli esperti di Durante Alighieri, detto Dante, ritengono che sia il giorno d’entrata nell’Inferno, ovvero l’inizio della Comedia.
Penso di pubblicare, più o meno una volta al mese, un testo del Nostro, magari non dei più noti, affinché tutti lo leggiate con leggerezza, senza troppo impegno filologico, tanto di commenti è piena la rete. Pubblicherò alternativamente questi testi qui e su Nazione Indiana, dov’è apparso ieri il primo, l’inizio della Vita Nuova. Qui trovate invece il primo sonetto che appare in quest’opera, dedicata a Beatrice, con tutte le spiegazioni che ne dà Dante stesso; dirò solo che il “primo dei miei amici” menzionato nell’ultima parte è Guido Cavalcanti. Ecco qua:

” . . . m’apparve una maravigliosa visione, che me parea vedere ne la mia camera una nèbula di colore di fuoco, dentro a la quale io discernea una figura d’uno segnore di pauroso aspetto a chi la guardasse; e pareami con tanta letizia, quanto a sé, che mirabile cosa era; Continua a leggere

Lirico terapia. Giorgio Orelli, Le anguille del Reno

Le anguille del Reno

Le anguille che ci arrivano dal Reno

sono dure a morire. Stimolate

dal pescivendolo s’agitano 

nerastre in scarso ghiaccio 

tra un bianco di polistirolo. 

Il compaziente fatto compratore 

ne chiede due. Le pesa una donna

che a un tratto grida: è scappata.

Con un guizzo più certo la piú piccola 

è balzata dal piatto sul porfido

della piazza, ma è subito calma, 

è facile riprenderla.

Tagliarle a pezzi non basta 

per farle cessare di vivere.

***

La poesia è un linguaggio simbolico che interpella il lettore nella ricerca continua di un significato mai definitivo. Cosa evocano questi versi di Orelli? Fra le tante interpretazioni, c’è persino quella che identifica l’anguilla con la lingua.

CasaMatta. Blog di cultura, società e letteratura

Il primo marzo ha pubblicato il suo primo numero CasaMatta, blog di cultura, società e letteratura che si propone come uno spazio aperto al confronto e alla condivisione con i lettori, con una prospettiva di dibattito in controtendenza rispetto alla dimensione social più corrente e corriva. La redazione è composta da Fabrizio Bregoli, Anna Maria Farabbi, Paolo Gera, Milena Nicolini, Nella Roveri. Attraverso i testi di presentazione del nuovo blog emerge bene, a partire dal nome scelto, il senso dell’operazione e l’aria che vi circola: politica in primo luogo, femminile e femminista, plurale e anarchica o eretica e utopica, con «la follia pura che permette di affacciarsi alla vita di nuovo per ricrearla» (Farabbi).

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Giuseppe Granieri su “Nove Racconti” di Salinger

Lo dico subito (e lo spiego dopo): per me il libro Nove Racconti di J. D. Salinger, edito da Einaudi, nella traduzione di Carlo Fruttero, datata 1962, avrebbe bisogno di una riverniciata. 

Doverosa premessa: quella che state leggendo non è una recensione del libro scritto dall’autore de Il giovane Holden. Per chi non avesse ancora letto questi racconti, e volesse saperne qualcosa in più, lo invito ad andarsi a cercare uno dei tanti giudizi (sui giornali o sul web) che sono stati pubblicati negli ultimi decenni. Qui, infatti, non si parlerà del contenuto, e nemmeno dello stile con cui questi racconti sono stati scritti. Se Salinger, insomma, è stato o meno il più grande scrittore di sempre, lo lasciamo decidere ad altri in altra sede. 

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Marco Vitale, Gli anni.

Marco Vitale

                                                       Gli anni

                                             Nino Aragno editore, Torino 2018

Nota di lettura di Rosa Salvia

Trent’anni di versi e sei raccolte di poesia: Monte Cavo (1993), L’invocazione del cammello(1998), titolo originalissimo in riferimento alle Aventures prodigieuses de Tartarin de Tarascon,Il sonno del maggiore(2003): un racconto in versi diviso in sedici capitoli dal carattere fortemente autobiografico, Canone semplicedel 2007 (in riferimento al canone musicale a due voci) che si snoda in dieci sezioni, Diversoriumpubblicata nel 2016 per le Edizioni Il Labirinto e una silloge di inediti scritti nel corso del 2017 dal titolo Il tratto fermo e lieveracchiusi in questa sorta di libro mosaico in cui si muovono molti echi e ogni tessera trova una perfetta collocazione, allineandosi come i dipinti di un’esposizione da pittore del chiaroscuro.

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Lirico terapia. Idea Vilariño, L’incontro.

 L’incontro

Tutto è tuo

per te

va verso la tua mano il tuo orecchio il tuo sguardo

andava

andò

sempre andò

ti cerca ti cercava

ti cercò prima

sempre

dalla stessa notte

in cui sono stata concepita. 

Ti piangeva alla nascita

ti imparava a scuola

ti amava negli amori di allora

e negli altri.

Dopo

tutte le cose

gli amici i libri

i fallimenti l’angoscia le estati gli impegni

malattie ozi confidenze 

tutto era segnato

tutto si muoveva

avviato

cieco

arreso

verso il luogo da dove saresti passato

perché tu lo trovassi

perché lo calpestassi.

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Lirico terapia. Kamala Das, I fiori bianchi.

I fiori bianchi

Oggi intreccerò fiori bianchi nei capelli del mio bambino 

perché gli ospiti stanno salendo le scale 

parlando di guerra, massacri e disperazione. 

Oggi non verserò whisky, servirò invece del vino 

in bicchieri freddi come il palmo di un morto 

servirò un vino di ciliegia rosso sangue.

Parlano dell’India con voci forti e belle. Con fresco 

sangue la ameranno, lo so, appassionatamente 

e bruceranno come incenso, carne viva. 

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Lirico terapia. T. S. Eliot, Il palazzo di Circe

Il palazzo di Circe

Attorno alla sua fonte, che fluisce con la voce di uomini in pena, 

vi sono fiori sconosciuti a tutti. 

I petali hanno zanne, e sono rossi

con striature e con orrende macchie; 

germogliano dai morti. –

Noi non ritorneremo in questo luogo.

Sorgono dalla tana le pantere 

nella foresta che infittisce al fondo, lungo le scale del giardino giace 

il pitone indolente; ed i pavoni

incedono lenti e maestosi, 

ci osservano con gli occhi di coloro che conoscemmo tanto tempo fa.

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Lirico terapia, Osip Emil’evi? Mandel’štam, Viviamo senza più fiutare sotto di noi il paese.

Viviamo senza più fiutare sotto di noi il paese

Viviamo senza più fiutare sotto di noi il paese,

a dieci passi le nostre voci sono già bell’e sperse,

e dovunque ci sia spazio per una conversazioncina

eccoli ad evocarti il montanaro del Cremlino.

Le sue tozze dita come vermi sono grasse

e sono esatte le sue parole come i pesi d’un ginnasta.

Se la ridono i suoi occhiacci da blatta

e i suoi gambali scoccano neri lampi.

Ha intorno una marmaglia di gerarchi dal collo sottile:

i servigi di mezzi uomini lo mandano in visibilio.

Chi zirla, chi miagola, chi fa il piagnucolone;

lui, lui solo mazzapicchia e rifila spintoni.

Come ferri di cavallo, decreti su decreti egli appioppa:

all’inguine, in fronte, a un sopracciglio, in un occhio.

Ogni esecuzione, con lui, è una lieta

cuccagna ed un ampio torace di osseta.

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Lirico terapia. Giovanni Giudici, Via Stilicone.

Via Stilicone

Via Stilicone è a Milano una 

Fra le vie piú tristi che io conosca –

Una fila di case e quasi niente 

A confortarle dalla parte opposta


Dove mangiano alle notti 

Di uno scalo e di un cimitero 

Le luci delle sue finestre 

Occhi di fatiscente impero


Come la fronte di chi stando 

A un nudo tavolo altra fronte 

Cerca a cui stringersi posarsi 

Ma nessuna gli risponde


E giú si piega e si abbatte 

Si fa cuscino delle braccia 

Vuole scappare da se stesso

Sparire alla propria faccia


Strada uguale a dove sbando 

Piú ogni giorno o amica mia 

Al Senzafondo al nome Morte 

Che ha per compagna Follía


Via Stilicone è a Milano la via

Piú vulnerabile che io conosca –

Una fila di case con paura 

Del buio dalla fronte opposta

***

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Andrea legge nel tubo: un brano da “Tre uomini in barca” di Jerome K. Jerome

Le ‘letture’ di Andrea Sciuto.

Nato in provincia di Bergamo da genitori siciliani, Andrea Sciuto vive tra Catania e Bergamo, dove lavora come insegnante di lettere. Fa parte del Circolo dei Narratori di Bergamo, gruppo di volontari che organizza iniziative di promozione della lettura insieme alle biblioteche pubbliche.
Oggi Andrea legge un brano da Tre uomini in barca di Jerome K. Jerome, cap. 4.

 

Il corpo redento della donna contemporanea, di Prisco De Vivo.

Non sapevate voi” – scriveva San Paolo ai Corinti – “che il vostro corpo è il tempio dello spirito santo che è in voi, che avete ricevuto da Dio e che voi non appartenete a voi stessi? Che siete stati comprati a un caro prezzo” (I Cor. 6:15,19,20).

Risorgere dalla nefandezza degli istinti sessuali, portare il corpo a diventare un contenitore di luce, pulito e purificato come porcellana fino a divenire un riflesso interiore di bellezza animato dal cuore e dallo spirito.

Su questo crinale si è mossa la grande ispirazione di Santa Teresa d’Avila dettata da un trascinamento mistico verso Gesù. Costei nella sua vita ha abbandonato tutte le esigenze del suo giovane e avvenente corpo per andare in sposa a Cristo. La sua passione verso Cristo faceva sì che lei abbracciasse la sofferenza tutti i giorni.

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Lirico terapia. Angelo Maria Ripellino, da Lo splendido violino verde.

 

[da Lo splendido violino verde]

Astres! Je ne veux pas mourir! J’ai du génie! Jules Laforgue, Éclair de gouffre 

Sonare su un violino in fiamme

una mia seguidilla,

prima che cada il sipario come una ghigliottina.

Mi piace il fragore, il bailamme, 

ma la mia vita arlecchina,

veliero viluppo di stracci,

con la sua gracile chiglia 

si impiglia in un groppo di ghiacci.

Avanzare con grandi falcate di goffa pavana, 

gonfiarsi come una rana. 

Riempire di propri scartafacci la stiva, 

sognare che il nome

fra tanto oblio sopravviva.

Quanta enfasi, quanta arroganza cetrulla. 

O vita, o Hanna Schygulla, sciantosa di varietà, sulla riva 

del Nulla. 

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Il lavoro più bello

di Kika Bohr
Padroni, servi e specchietti per allodole (arazzo 4m30 x 1m93 con 45 cravatte, 15 calze e 7 “specchietti per allodole”).

uno specchietto


Domanda: – Qual è il lavoro più bello? Risposta: – Quello che si sta facendo!
Oggi vi racconto un lavoro che mi sta occupando da più di un anno. E’ un lavoro di cucito e di pazienza, di pazienza per forza, per me che non so e non ho mai voluto imparare a cucire come si deve. Quindi ho passato momenti di euforia (l’impresa va avanti!) e momenti di scoramento quando vedo quanto mi manca ancora per portare a termine il mio progetto. Ma ora che sono abbastanza a buon punto provo a descrivervi la mia idea: una serie di quarantacinque cravatte e quindici calze cucite su un’enorme tela a righe orizzontali che ha riempito dapprima il pavimento poi la parete intera di una stanza di casa. Continua a leggere

Lirico terapia. Thomas Hardy, Non guardano se stessi.

Non guardano se stessi

C’è qui il vecchio pavimento, logorato dai piedi, incavato, fragile,

e qui c’era l’antica porta

da cui entravano piedi ormai morti.

Qui ella sedeva su una sedia 

e sorrideva verso il fuoco; 

là egli suonava il suo istrumento con toni sempre più forti. 

Io danzavo in un sogno come un bimbo; 

felicità adornava quel giorno; 

ogni singola cosa risplendeva; eppure tutti guardavamo lontano! 

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Lirico terapia. Sujata Bhatt, Ars poetica.

Ars poetica

Mi hai chiesto chi invidiassi di più: Quale scrittore? Quale poeta?

Chi vorrei essere

                   se potessi scegliere

di essere qualcuno diverso da me?

Shakespeare, ho detto,

quasi automaticamente.

No, no. Hai protestato –

Sii più originale. 

Dimmi qualcuno

                     a cui nessuno pensa.

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Tutto quello che Yari Selvetella sa sull’amore. Intervista all’autore del romanzo Le regole degli amanti.

Seguo Yari Selvetella da quindici anni e ogni libro, ogni intervista non è “solo” una lettura, ma un’esperienza. Il suo ultimo romanzo, Le regole degli amanti (Bompiani, 2020), è stato la mia ultima lettura dell’anno e mi ha messo a confronto con me stessa e con l’idea di amore, di relazione, che ho, che abbiamo più o meno tutti, lasciandomi tanti interrogativi. Alcune di quelle domande sono state oggetto di questa intervista, in cui parliamo sì, di amore, ma anche di scrittura, lettura, necessità e futuro.

Mia mamma dice sempre: “Tanto prima o poi l’amante diventa come il marito”. Mi ha sempre colpito l’evoluzione nel rapporto fra coppie clandestine, che tu hai reso alla perfezione, in questo rapporto fra Iole e Sandro che, contrariamente a quanto si immagina quando si pensa agli amanti, dura trent’anni. Attraversano infatti un primo periodo 100% passione, poi complicità intellettuale, fino a implicazioni più “terrene” e non sempre entusiasmanti. Come hai immaginato il cammino di questa coppia?

Mi pare che in questo periodo gli scrittori si preoccupino molto di proteggere le loro storie, per così dire, con degli scudi. Utilizziamo degli elementi e degli stratagemmi sottilmente ricattatori nei confronti del lettore. Me ne sono accorto dopo aver pubblicato Le stanze dell’addio. In quel caso il protagonista, proprio come il suo autore, era un vedovo, e questo generava nel lettore una serie di reazioni più o meno consapevoli. Ora, siccome in Italia i romanzi spesso si dividono in quelli che bisogna avere coraggio e argomenti per criticare e quelli che hanno bisogno di coraggio e argomenti per essere segnalati al pubblico e difesi, mi sembra che l’elemento del lutto abbia sospinto il mio romanzo nella prima categoria. Ma non perché io ritenga Le stanze dell’addio poco riuscito, al contrario lo considero migliore di quello che si pensi, ma migliore – se posso dire – per motivi diversi, che non riguardano la mia storia personale. Insomma a un certo punto in quei panni mi sono sentito a disagio e così ho deciso che stavolta volevo scrivere un romanzo con dei protagonisti dai comportamenti opinabili. E ho pensato agli amanti.
Ovviamente anche a un argomento del genere, così esplorato, ci si può avvicinare accarezzando il lettore e cioè, fondamentalmente, occupandosi del senso di colpa, del tema morale del tradimento e così via. Invece no, mi sono detto, voglio proprio vedere se la mia scrittura tiene la storia di due benestanti che se la spassano in barba alle rispettive famiglie, che viaggiano, leggono, mangiano spaghetti in riva al mare e bevono vino bianco fresco come in una canzone di Paolo Conte. Oggi più che opinioni si cercano pacche sulle spalle. Questo atteggiamento, però, anziché in un autentico impegno si traduce più spesso in un certo conformismo. Il pubblico gradisce, più o meno, poi fagocita e dimentica. Ho pensato che forse potevo mettermi un po’ di traverso. E insomma inizio a scrivere questo romanzo e mi capita qualcosa che non mi aspettavo. E cioè che di questi due mascalzoni, Iole e Sandro, finisco un po’ per innamorarmi, come di quei vecchi amici che si mettono sempre nei guai. Così li ho accompagnati, passo passo, nella loro lunga storia, li ho letti, tra torti e dolori, tra gioie e ragioni.

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Lirico terapia. Judith Wright, Da donna a bimbo

Da donna a bimbo

Tu che eri tenebra scaldasti la mia carne 

dove fuori dalle tenebre germinò il seme. 

Poi tutto un mondo io creai in me;

tutto il mondo che tu odi e vedi

poggiava sul mio sangue sognante.


Lì si muovevano le innumerevoli stelle, 

e pesci e uccelli colorati si muovevano. 

Lì sciamavano i continenti alla deriva. 

Tutto il tempo in me s’avvolse, e il senso, 

e l’amore che il suo diletto non conosceva.


O nodo e centro del mondo; 

stretto ti tengo dentro quel pozzo

tu fuggirai e non fuggirai – 

che ancora riflette la tua forma addormentata; 

che ancora alimenta la tua cellula crescente.


Io sfiorisco e tu da me ti allontani; 

e benché tu danzi nella luce viva, 

io sono la terra, io sono la radice, 

io sono lo stelo che nutriva il frutto,

l’anello che ti lega alla notte.

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