Sul filo dell’equilibrio
Che la poesia abbia licenza di non farsi capire in nome di una sua misteriosità-intoccabilità mi sembra un alibi bello e buono, che sdogana qualsiasi affastellamento di parole, sonorità e stupefazione. Dopo questa affermazione un po’ tranchant, lo ammetto, che ho scelto per attrarre la tua attenzione, seguimi, ti prego, nel mio ragionamento.
Nel mio piccolo, sia di lettore che di autore di righe che vanno a capo prima del margine, preferisco pensare che la poesia, una volta scritta e condivisa, debba sempre cercare di “arrivare” al suo lettore: è questa una mia deformazione professionale, da ex pubblicitario: per me il ricevente è sempre da privilegiare rispetto al mittente, quanto meno perché quest’ultimo non ha alcuna rilevanza se il ricevente non gliela concede con la propria attenzione.
Nell’ “arrivare” è implicito un accogliere da parte del lettore, che stabilisce una relazione paritaria con il testo, relazione che fa sì che ogni poesia abbia tanti autori quanti sono i suoi lettori perché a ognuno “arriva” in un modo diverso.






















