Raffaela Fazio intervista Sonia Caporossi

Foto di Dino Ignani

Sonia, ti occupi di diverse cose, senza rientrare per fortuna nella categoria dei “tuttologi”, perché vai a fondo dei tuoi interessi e perché hai gli strumenti necessari per sviluppare un pensiero critico e originale. A proposito di pensiero critico, cosa occorre a tuo parere coltivare e cosa occorre evitare per rimanere lucidi e onesti intellettualmente?

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D’un fiato. Il Foglio Clandestino

Ho ricevuto Il Foglio Clandestino e l’ho letto d’un fiato. Certo, saltando qualcosa, ma nessun nome, sorpreso dalla qualità alta, dall’assenza assoluta di cadute di stile. Pubblicazioni come queste mi convincono che non tutto è perduto; Freud ha colto nel segno ritenendo che siano stati i poeti a scoprire l’inconscio, e dunque la poesia ha un potere terapeutico. Fanno bene, fogli così: occorre parlarne, desiderare che il postino suoni due volte e li recapiti anche a chi non legge, perché le parole prenderanno voce, si sintonizzeranno sulla lunghezza d’onda che invita a vivere sul serio – soprattutto in tempi come questo – e non semplicemente a sopravvivere. Per fare la rivoluzione è sufficiente rovesciare l’ordinarietà: la banalità diventa creativa, la disperazione sboccia  in speranza. Ringrazio Gilberto Gavioli per il coraggio di credere in un’impresa difficile: la poesia è una clandestina che si vorrebbe espellere dai confini della vita “normale”, ma lei torna col piglio di chi sa di essere indispensabile a qualcuno. Il Foglio Clandestino è l’apparizione improvvisa di un testo che cade sotto gli occhi e non si può non leggere, d’un fiato.

Lirico terapia. Manuel Alegre, Il primo sonetto del portoghese errante.

Il primo sonetto del portoghese errante

Io sono il solitario l’inforestierato

Colui che ha una patria che è già stata

e quella che non è. Io sono l’esiliato

di un paese che non c’è e che mi duole.

Sono l’assente anche se presente 

il sedentario che è partito in viaggio

io sono l’indomito il renitente

colui che restando resta di passaggio.

Io sono quello che appartiene a un solo luogo

perduto come il greco in altra Iliade.

Io sono questo partire questo restare.

E la nave che mi portò via non tornerà.

Io sono forse l’ultimo lusiade

alla ricerca del porto che non c’è.

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Salvezza

Tornare a casa: rientrare in se stessi, emergendo dall’alienazione; ritrovare la fiducia, guarendo dalla diffidenza; scoprire l’amore, liberandosi dall’egoismo; lasciare questa terra, per entrare in paradiso. Tanti modi per dire salvezza.

Lino Angiuli e Vito Matera, duemilaventuno: un altro anno (quorumedizioni, 2020)

L’anno che sta arrivando tra un anno passerà/ Io mi sto preparando è questa la novità. Termina così la più nota, se non la più bella canzone di Lucio Dalla. E mai avremmo pensato che l’augurio migliore da fare oggi sarebbe stato quello di arrivare subito al prossimo anno. Ed anche il prezioso libretto concepito da Lino Angiuli e Vito Matera contiene questo auspicio: Duemilaventuno: un altro anno (quorumedizioni, 2020). Un anno nuovo, diverso, per mettersi alle spalle l’ “annus horribilis” che stiamo ancora vivendo. Entrambi in “odore di sopravvivenza”, questi due vecchi amici guardano già all’anno nuovo, come se fosse il primo: uno con la penna, l’altro col pennello. L’uno poeta (e non solo), l’altro pittore, in bilico tra Puglia e Romagna, abbinano pitture e poesie per raccontare i mesi dell’anno che verrà. In realtà, la combinazione non è nuova, anzi è antichissima. Con il termine Ekphrasis (dal greco “descrivere con eleganza”) pittori e poeti alessandrini nel V e VI secolo d. c. si cimentavano nel rendere la pittura “verbale” o “pittorica” la poesia, attraverso la “descrizione letteraria di opere d’arte visive, come un quadro, una scultura o un’opera architettonica.”

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Lirico terapia. Else Lasker Schüler, Preghiera.

Else Lasker-Schüler

Preghiera

Cerco per ogni dove una città,

che ha un angelo davanti alla sua porta.

Alla scapola porto

spezzata la sua grande ala pesante –

come sigillo, in fronte, la sua stella.

E sempre nella notte vado errando…

L’amore ho portato nel mondo, che azzurro ogni cuore

faccia fiorire,

e su me stanca ho vegliato una vita,

in Dio ravvolto il cupo battito del respiro.

Chiudimi attorno, o Dio, il tuo saldo manto;

so d’essere il residuo nel bicchiere rotondo,

e se l’ultimo uomo vuota il mondo

più non mi cacci dall’onnipotenza

e intorno mi si chiude un nuovo globo terrestre.

***

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Identità

Non ci salviamo per i nostri meriti, ma per i meriti di Cristo e di Maria. Sotto il loro manto stiamo bene, ci sentiamo a casa. Essere se stessi è stare a casa: non puoi non accorgerti di aver raggiunto la tua vera identità.

Federico Pagliai, “La torrenta”

Recensione di Marisa Salabelle

Federico Pagliai, La torrenta, Tarka Edizioni

La torrenta, di Federico Pagliai, è un singolare racconto che si aggiunge alla collana Appenninica della casa editrice Tarka. Singolare perché si configura come un percorso che l’autore fa lungo il cammino del torrente Lima, da lui ribattezzato appunto “la torrenta”, dal suo primo sgorgare in forma di esile ruscello dalle pendici del Libro Aperto, nei pressi dell’Abetone, fino al suo confluire nella diga che ne imprigiona le acque, all’altezza dell’omonimo paese, La Lima.

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Come fu possibile tirar fuori i “Mille cavalli per Garibaldi”

di Kika Bohr

Mi chiedo come mi sia stato possibile partecipare, seppure in ritardo, ai festeggiamenti per il duecentesimo anniversario della nascita di Garibaldi.
Gli eroi, e a maggior ragione i conquistatori, non mi sono mai stati simpatici.
Avevo anche un piccolo conto in sospeso con il Risorgimento: uno spiacevole ricordo della scuola elementare, quando la maestra si scusò con me di dover “parlare male del tuo paese, perché gli austriaci sono proprio stati cattivi!” Io non ero certa di essere austriaca e non invece francese o svizzera o tedesca, (o forse un po’ svedese, o russa…) perché a casa si parlava molto di questi paesi e i miei dicevano sempre che eravamo internazionali. In fondo mi dispiaceva un po’ di non poter essere contemplata tra gli italiani che erano quelli bravi e si liberavano; e poi avevano quelle belle giubbe rosse che si vedevano sul libro. Ma forse ancor più delle giubbe era il cavallo bianco di Garibaldi che mi attirava… Continua a leggere

Giorgio Stella, Potere della cosa

A chi non oso pensare

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Il segno la descrive

[Giacomo B e r g a m i n i]

Potere della cosa,

piange la rosa sul petto della medaglia

appuntata al viso del carnevale carne-levare

levare la carne – un sasso rotola l’altro sasso

Ginevra porta addosso i segni dei fiori

Che profumano di Spirito Santo

Raccolti in Paradiso – Ginevra sa bene

Che il Figlio non è Suo ma ha il cuore di latte

‘io e tu padre eravamo disperati, dove ti nascondevi?’

“madre, sono ad insegnare Dio

quello che da Lui ho imparato: il Padre il Figlio e Lo Spirito Santo”

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