Il segno


Ci sono segni che ci contraddistinguono: il prete ha il colletto, gli sposi la fede, il soldato la divisa. Altri sono più personali: un tatuaggio, un braccialetto, una spilla. Un segno è spesso una maniera con cui comunicare affetto, vicinanza, gratitudine: qui, al Santuario, è pieno di ex voto, che non si sa più dove attaccare.
Gesù ci ha lasciato un segno: quello della Croce. Sarebbe bello sentirlo come un pegno d’amore, un modo per dichiararci suoi, stretti da un vincolo inscindibile. Ti amo, e quindi rinnovo questo segno, appena posso: come un bacio, un abbraccio, un farsi compagnia, prima di andare a letto.

Vivalascuola. 1968. Feci bene a partecipare a quella rivolta?

Dopo gli interventi di Donato Salzarulo e Marilena Salvarezza, vivalascuola presenta il 68 di Ennio Abate e di Lidia Goldoni. E’ un 68 che continua a porre domande, come riferisce Ennio Abate: “Feci bene a partecipare a quella rivolta di studenti? erano di gran lunga più potenti e insidiose le sotterranee manovre dei partiti di destra ma anche di quelli di sinistra per bloccare la rivolta e non si fu in grado di respingerle? e perché buona parte di quelle élites, i nostri compagni, che sembravano i nuovi portavoce di noi intellettuali di massa e degli operai, si riciclarono così presto nei posti di potere mentre tanti di noi si dispersero rassegnati e delusi nelle filiere dell’insegnamento medio o superiore o nel basso lavoro impiegatizio o altrove?”. Di fronte a tali cambiamenti Lidia Goldoni pone il tema della individuazione di un “filo rosso” nelle proprie scelte. “Ecco, il mio filo rosso è questo, che non ho messo in discussione certi assoluti. Per me esistono una realtà, una verità e una conoscenza autentica, per quanto noi possiamo accedervi in modo limitato. Questo mi ha mantenuto in salute (virtualmente parlando) in mezzo a tutte le vicissitudini della vita”. Anche Ennio Abate riferisce un “filo rosso”: “Dal ’68 avevo imparato che è possibile lottare assieme agli altri; e che potevo continuare a cercare compagni con cui farlo”. Chi dei lettori fosse interessato a dare il suo contributo, ce lo comunichi nei commenti e sarà contattato. Continua a leggere→

Salmo 50

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da qui

Ogni tanto qualcuno mi dice: so che hai fatto questo e quello. Sì, l’ho fatto, come ho detto spesso, ma giova ripeterlo. Non voglio che qualcuno ignori questa parte essenziale del racconto. Tutto ciò che ho scritto, e che continuo a scrivere, è la storia di una conversione, di un ritorno da un paese lontano, in cui avevo dissipato la mia parte di patrimonio paterno. Avete capito: nella parabola, il mio ruolo è il figlio prodigo. Sono stato libertino, mi ha sorpreso la grande carestia, non potevo sfamarmi nemmeno con le ghiande dei sorrisi, delle gioie sincere. Poi una voce mi ha scosso, ricordandomi che nella casa del Padre c’è il pane vero che è Cristo: miserere mei, Domine, secundum magnam misericordia tuam. Ora sono qui, nel centro del mistero, a raccontare che non esiste un peccato così grave da essere più grande dell’amore; a ricordare che, come dice il Salmo, il peccato mi sta sempre dinanzi e, proprio per questo, mi sta dinanzi anche la memoria del perdono.

Poesie d’amore con il sitar – Max Ponte e Riccardo Di Gianni

 

copertina

Giovedì 29 marzo 2018
dalle ore 21.00 alle ore 22.00
al Cineteatro Baretti, via Baretti 4, Torino

POESIE D’AMORE CON IL SITAR /
MAX PONTE E RICCARDO DI GIANNI

Le poesie d’amore di Max Ponte incontrano la musica indiana e il sitar di Riccardo Di Gianni. Un dialogo raro e rarefatto in cui la performance poetica e le note si susseguono, si alternano avvolgendo il pubblico. Assistiamo alla creazione di un inedito paesaggio sonoro-letterario dai contorni ipnotici. Uno spettacolo nato attorno al libro “56 poesie d’amore” pubblicato nel 2016 da Ponte. “Poesie d’amore con il sitar” è la prima data di un tour che toccherà altre città italiane. Al termine della serata contributi di poeti amici. L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti.

Gradita la prenotazione all’email: [email protected]
Organizzazione Enrica Merlo

Evento FB

Appuntamento


Non è facile pregare. La prima cosa che dico, affrontando questo tema, è che bisogna parlare con Gesù, altrimenti si scade in formalismi e perdite di tempo.
Un altro accorgimento è immaginare una scena del Vangelo: Gesù al pozzo di Sicar, alla festa di Gerusalemme, sul Calvario. O contemplare i misteri del Rosario, dialogare con i personaggi. Cristo è vita ed è sviante tenervelo fuori. La preghiera non è un rito, un pio esercizio, o peggio, una pratica da sbrigare sciattamente. È un’esperienza, o come si suol dire: un evento. Un appuntamento da non perdere.

Desideri

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da qui

La fede è desiderio, dice Agostino. Ma desiderio di che? Di un Dio che non si vede, che non posso toccare, odorare, di cui non ho tracce sensibili, di qualcosa che sfugge a un approccio concreto?
È il problema della perdita del coniuge: il prete si affretta a consigliare un rapporto trascendente, un’unione degli spiriti, ancora più profonda di quella vissuta fino a allora. Ma fa un buco nell’acqua. Basta una semplice obiezione: ci abbracciavamo, ci facevamo compagnia; mi manca la sua fisicità. C’è poco da opporre.
Desiderare Dio: perché sia possibile, è necessario sfondare la barriera dei sensi, provare il gusto che nasce da un cuore unificato, assaporare l’affrancamento dagli istinti, accedere a un abbraccio che non è di carne, ma di più, perché è tutta la persona a essere coinvolta, nella sua radice più profonda.
Lo voglio così, Gesù: il Tutto, per me e con me. L’abbraccio puro e totale, che supera ogni altro desiderio.

BUONA LETTURA: “Sesso e apocalisse a Istanbul”. Giuseppe Conte

“BUONA LETTURA” 14. “Sesso e apocalisse a Istanbul“, di Giuseppe Conte

Buona lettura è una rubrica curata da Mara Pardini. Uno spazio per “assaggiare” libri buoni, ovvero utili, piacevoli, intelligenti, capaci di lasciare un segno nell’immaginazione di chi li sfoglia.
Un taccuino per catturare le impressioni, i messaggi e le parole che escono di pagina in pagina ma anche per incontrare scritture nuove e legate all’attualità.
Un angolo per parlare di libri e condividere il gusto di una buona lettura.

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In Sesso e apocalisse a Istanbul (Giunti Editore) il balzo creativo di Giuseppe Conte ci permette di cogliere la realtà contemporanea su livelli che s’intrecciano di continuo e rimangono in bilico tra Oriente e Occidente, anima e carne, speranze e paure, dolore e amore per la vita.

Il racconto di Conte è sopraffatto da eros e libri, tra le cui pagine nascono vere e proprie passioni come quella incontrollabile tra Giona, libraio genovese costretto a chiudere l’attività per colpa della crisi, e Vero, la sua bellissima e ricchissima amante, moglie di un importante politico italiano. Continua a leggere→

È facile


È facile volare con la fantasia, perdersi in cieli dorati godendosi tramonti o aurore boreali, immaginando castelli immacolati su monti avvolti nei boschi, musiche che vibrano all’unisono con l’armonia del cosmo. È facile inseguire paradisi artificiali, astrarsi dal grigiore del tran tran quotidiano, indossare un abito da mago e trasformare in carrozza principesca ogni zucca che incontri. O spacciarsi per mercante di stelle, affittuario di universi ignoti, in cui non si sconta sulla pelle il dolore del mondo.
Più difficile è restare al chiodo, abitare il momento presente, con le falle che si aprono, i vestiti che invecchiano, i rapporti che si logorano. Ma è là che si accendono i colori, che si gustano i sapori veri, che si tocca la sostanza dell’enigma che chiamiamo vita.

Giovanna Menegus. Cinque poesie

La neve la notte

I.

Finché una musica non l’insinua
l’anima se stessa ignora, né esiste
forse – celata
in impalpabili membrane
e richiamata ora a un tratto a essere

II.

Vai a posarti nella notte
come una pietra bianca, un pane

– nel sonno il sogno il silenzio
a lievitare

III.

Al risveglio
la fessura, il taglio in te è alto,
lunghissimo

– arriva al cielo Continua a leggere→

8 marzo


La festa della donna è anche dell’uomo, se da lui
un giorno è stata tratta. Ancora credi
ai versi favolosi della Bibbia,
ai simboli archetipici di un’altra
cultura, della casa e della mandria
del prossimo, da non desiderare
insieme alla consorte, un’appendice
di private masserizie, proprietà
maschili regolate dal diritto?

Ma no, guarda, intendevo: uomo, donna
come parti l’uno dell’altra, polo
positivo e negativo,
come penetrazione del segreto
ed eroica missione di accoglienza,
che partorisce il figlio dell’incontro,
testimone lui solo dell’arcana
verità rifiutata. Ma è la festa
di entrambi, in cui riemerge
il senso seppellito nel tesoro
che va al di là dei ruoli, del potere,
del restare soggetti: appena è giorno,
l’uomo e la donna, solo insieme,
udranno ancora i passi nel giardino.

Salva l’anima


Anni fa scrissi un libro intitolato “Salva l’anima”. Fu il punto di svolta: nel bel mezzo dell’opera, accadde qualcosa che cominciò a cambiarmi, a dirigermi verso la profondità della mia storia. La mia anima intravide la salvezza.
Solo quando si tocca l’altra riva, o almeno la si vede da lontano, si può pensare all’anima degli altri. Quante ne potremmo salvare! La nostra preghiera è un contributo decisivo, se la eleviamo dal centro di noi stessi. Tutto è unito, nell’ottica di Dio: pensare all’altro, pregare per lui, lasciarlo sbocciare al mondo nuovo.
Da quando ho avuto la certezza che l’anima emerge dal colloquio con Gesù, presento a Lui le persone che vedo nel bisogno: parlandoci, si scopre che Dio non è mai sazio di salvare, e bisogna approfittarne.

SUL TAMBURO n.67: Paolo Leoncini, “Emilio Cecchi. L’etica del visivo e lo Stato liberale”

Paolo Leoncini, Emilio Cecchi. L’etica del visivo e lo Stato liberale con appendice di testi giornalistici rari, Lecce, Milella, 2017

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di Giuseppe Panella

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Emilio Cecchi è sempre stata una figura di (illustre) intellettuale controverso. Il giudizio sul suo metodo critico e sulla molteplicità dei suoi interventi nei più diversi campi della creatività culturale pure – Cecchi è sempre stato oggetto di discussione all’interno della schiera degli altri critici a lui contrapposti (fossero essi militanti e/o accademici, filologi puri e/o critici ideologicamente orientati, storici e/o teorici della letteratura). Leoncini rende conto, in maniera esatta e appassionata, di quanto Cecchi abbia rappresentato nella cultura italiana del Novecento.

Il suo studio risulta un’esplorazione all’interno del mondo etico e letterario dello scrittore, quest’ultimo inteso in tutte le sfaccettature possibili, dalla storia dell’arte alla critica cinematografica, dal reportage di viaggio all’analisi di taglio socio-politico. Ne emerge in maniera nitida e netta quella “parola-mosaico” di cui si era fatto espressione icastica il giudizio di Enrico Falqui. Come scrive quest’ultimo, infatti, e come Leoncini riporta:

«Le parole di Cecchi s’inseriscono nella pagina […] con la precisione e col risalto delle tessere nel riquadro d’un mosaico, la vibrazione […] è nella lucente scaltrezza […] la risoluzione ‘strofica’ di capitoli e capitoli è quasi sempre in chiave di poesia. E dà luogo a quella trasposizione fantastico-stilistica per cui da un’impressione nettissima si travalica in un’astrazione nettissima […] Cecchi tocca l’immaginazione anche prima di aver fatto breccia sulla comprensione […] Ogni gravame letterario è messo da parte e a volte, quasi parrebbe, scartato, irriso […] Dove occorre, il periodo è libero, saltante, insinuante: vi si riconosce la voce, lo sguardo, il gesto dell’autore […] E segni che da prima parevano fingere un tatuaggio, finiscono col rivelarsi come le vivisezioni operate in un corpo nell’intento di scrutarne le fibre più addentro» (p. 23)

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Curriculum


Siamo molto attenti ai ruoli, ai titoli, alle gerarchie. Bisogna guardarsi dal confondere eminenza ed eccellenza, don e monsignore, signore e dottore. Il libero professionista è più dell’impiegato, il ragioniere deve cedere il passo all’ingegnere; se si è un lavapiatti, allo chef si dà del lei.
Il Vangelo sostiene che gli ultimi saranno i primi. Non significa che un lustrascarpe debba per forza diventare premier: sarebbe, probabilmente, un re da burla. Vuol dire, invece, che per Gesù non ci sono differenze di lustro o nobiltà. Chiunque, in qualunque condizione, può vivere per Lui: se agisce con amore, è un ultimo che diventa primo. Alla faccia del curriculum.

LA GUARDAROBIERA di Patrick McGrath

di Massimo Maugeri

Che il suo rapporto con il mondo della psiche abbia origini molto antiche, lo si evince dalla prime righe della biografia: il padre lavora come psichiatra nel manicomio criminale di Broadmoor, in Inghilterra, e lui trascorre lì gran parte della sua infanzia. Quando poi – dopo aver abbandonato gli studi di psichiatria – decide di iniziare a scrivere romanzi, lo fa scegliendo come epicentro narrativo l’indagine sulla mente umana e sulle sue possibili devianze. Stiamo parlando di Patrick McGrath, scrittore inglese che vive tra New York e Londra, non a caso considerato maestro del thriller psicologico a partire dal suo più noto bestseller il cui titolo (in italiano è “Follia”) suona già come una dichiarazione di poetica. Continua a leggere→

Menù


Non siamo normali, dobbiamo riconoscerlo. Dio ci propone la sua intimità e noi andiamo a mendicare un po’ di piacere, o di potere, o di possesso. È come al pranzo di nozze di una mia sorella, in cui mi concentrai sulla pizza, la mozzarella e gli affettati pensando che fossero il tutto del banchetto, mentre erano solo l’antipasto. Di appetito, ne rimase poco.
Gestiamo la fame di vita con pietanze di scarsa qualità, convinti che ci possano saziare, che sia l’intero menù imbanditoci dal fato, mentre il Progetto prevede la “gloria”, come scrive san Paolo, l’intimità luminosa, avvolgente, profondissima con Dio. Questione di gusti. Ma se qualcuno ci dà del salame non prendiamocela troppo.

Per amarti


Le profezie sono vere, ma non ditelo a nessuno, tanto non ci credono. Certo, un po’ fa male, ma ti ci abitui, giorno dopo giorno. Mi metto sempre più nei panni del Battista, di Geremia, di Elia, gente la cui voce ha gridato nel deserto, e spesso è risuonata a vuoto.
Penso a te, Gesù: schernito, oggi come allora, oggetto di sarcasmo insieme ai tuoi, esposto allo sberleffo, messo, come si diceva una volta, alla berlina. Comincio a comprendere meglio cosa significhi amare senza ricevere risposta. Penso alle tue cadute sul calvario – sette, secondo la Emmerich -: non hai inveito, non ti sei lamentato o ribellato, sei rimasto in silenzio, pur di tirarci fuori dalla morte. Per evitarci la tomba, ci sei finito dentro.
Per amarti, come ci hai amato, dovremmo uscire dal sepolcro del cuore, dove ogni giorno torniamo sperando che il Vivente, lì, non possa entrare.

La musica della poesia – Giornata mondiale della poesia – UniTO

cover colonna

In occasione della Giornata mondiale della Poesia che, come tutti gli anni, l’Unesco celebra in tutto il mondo il 21 marzo, il Laboratorio di Fonetica Sperimentale “Arturo Genre” dell’Università degli Studi di Torino ha organizzato la prima edizione de “La musica della poesia”, manifestazione che coinvolge in Università personaggi di spicco della cultura nazionale e non solo. La giornata avrà luogo presso l’Università degli Studi di Torino, a Palazzo Badini-Confalonieri (Via Verdi, 10), Sala lauree Dipartimento di Lingue e L.S. e C.M., dalle 9.00 alle 18.00.

L’evento, patrocinato dall’Università degli Studi di Torino, rappresenta un’iniziativa nuova per l’ateneo torinese, che prende parte alle celebrazioni per la ricorrenza internazionale, nata con l’obiettivo di sostenere la diversità linguistica per mezzo della poesia e di valorizzare le minoranze linguistiche. La volontà di promuovere la tradizione orale della poesia, la lettura poetica, l’insegnamento della poesia e la collaborazione tra discipline rappresentano anche il fine dell’iniziativa universitaria, che pone al centro della giornata la sonorità della poesia italiana e delle altre letterature mondiali.

La giornata, organizzata dal Laboratorio di Fonetica Sperimentale “Arturo Genre” dell’Università (LFSAG) in collaborazione con la piattaforma VIP – “Voices of Italian Poets”, è organizzata da Valentina Colonna, Antonio Romano, António Fournier e Rudy Toffanetti.

Tutto il programma e gli ospiti qui 

Se non vedo, credo


Uno dice: Dio non lo vedo. Vero, ma c’è sempre Gesù. Non vedo neanche Lui. Che bella religione, non si vede un accidente. Si vorrebbe avere un segno, dare una sbirciata, tanto per dire: ecco, c’è, chi può negarlo? l’ho toccato con mano!
E invece niente: non vediamo, non sentiamo, ci aggiriamo in una stanza vuota, fissando una parete bianca.
Ma che merito avremmo, se vedessimo? L’unica parte che spetta a noi credenti è questa: mi dici che ci sei, che mi ami, che ti occupi di me. Non ti vedo, ma credo. A dirtela tutta, mi ci sento meglio: almeno qualcosa faccio anch’io.

Sergio Givone, Sull’infinito.


Sergio Givone, Sull’infinito – Il Mulino, Bologna 2018

di Alida Airaghi

Nell’originale e stimolante collana “Icone” de Il Mulino, curata da Massimo Cacciari (sono già usciti due volumi, dello stesso Cacciari e di Paolo Legrenzi), ogni autore, partendo dal commento di un quadro famoso, allarga e nello stesso tempo focalizza la sua indagine filosofica e sociale su un argomento teoricamente rilevante nella storia del pensiero: la divinità, il corpo, la giustizia, o – nel caso di cui ci occupiamo ora – l’infinito.

Sull’infinito si intitola appunto il saggio di Sergio Givone, professore emerito di Estetica all’Università di Firenze, che nei suoi testi scientifici e narrativi ha affrontato a più riprese i temi del nichilismo, del divino, della libertà e del nulla. Continua a leggere→