Sono al buio e hanno freddo, stanno aspettando senza nemmeno saperlo. Finalmente, come ubbidendo a un comando, le lunghe file si muovono: al passo, al trotto, al galoppo. Quando sono lanciati, da quell’orda si leva un orrendo belato.
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66. Lo ha voluto
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Mi piaceva sentirlo confidare l’esperienza vissuta con don Mario; Continua a leggere
Nino De Vita, “Òmini”
di Manuel Cohen
Sebbene non scriva versi per canzoni e non coltivi particolarmente la musicalità e la rima, un appartato, immaginiamo anche per scelta personale, come un Roversi del Mezzogiorno, lontano dai riti dell’editoria, eppure vitale autore che in questi anni ha stampato in proprio diverse suite di versi, alcune delle quali raccolte ora in Òmini, è Nino De Vita, senza ombra di dubbio uno dei massimi poeti italiani in circolazione – sul quale sono state scritte pagine critiche memorabili, tra gli altri, da Enzo Siciliano e da Emanuele Trevi. Ricorda molto e si ispira a quella lingua dell’oralità, tanto cara a Ignazio Buttitta, la cui sopravvivenza si deve in gran parte ai cantastorie che animavano le piazze e i centri abitati della Sicilia e del Sud.
Le poesie di De Vita hanno più di qualcosa di raro, di unico, nella prosodia e nel ritmo, nell’ostensione di una rara levità, nella molta umanità e nei sentimenti espressi con misura, garbo e pudore. Sono innanzitutto lunghe, articolate narrazioni, affidate a strutture di versi pressoché brevi che ruotano intorno al settenario. Da anni l’autore scrive in questa maniera, elaborando poemetti suddivisi in paragrafi, parti infinitesime di un discorso mai finito e mai pago. È come se le strutture canoniche o quelle rastremate e minime proprie di tanta lirica neodialettale squisita e preziosa, come pure di tanta versificazione in lingua, non fossero per lui bastevoli a dire il continuum di un mondo di uomini, di vicende e di ricordi. Continua a leggere
Guido Michelone intervista il Duo Gazzana

Natascia e Raffaella Gazzana sono due splendide ragazze, note semplicemente come Duo Gazzana, che, partite da Sora, in provincia di Roma, hanno raggiunto in breve tempo, la fama internazionale nell’ambito della musica classica, quali raffinate interpreti degli ardui repertori novecenteschi; lo dimostra il loro più recente cd dal sobrio titolo ‘Duo Gazzana’, che in copertina reca, oltre al loro, reca solo i nomi dei grandi musicisti eseguiti: Poulenc, Walton, Dallapiccola, Schnittke, Silvestrov; l’album è pubblicato nella collana New Series dalla prestigiosa casa bavarese ECM, che proietta il duo in un panorama cosmopolita, senza fare perdere a entrambe la genuinità e l’immediatezza della gioia di suonare, come si può arguire da quest’intervista, dove Natascia e Raffaella rispondono assieme o a turno sui valori della musica e su tanti diversi argomenti. Continua a leggere
Daniele Pietrini, Zalongo

Ci succede – ogni tanto – di incontrare poesie fisicamente insopportabili come queste, poesie che fanno smettere di respirare perché hanno la facoltà di immergerci in un lago di senso che sovverte le leggi di natura. La storia delle 57 donne del villaggio greco di Souli che, unite tra loro per le mani e ai loro bambini in un gravissimo girotondo, si gettarono danzando – a una a una a ogni giro del cerchio, sempre più stretto fino alla intatta solitudine dei morti – dal monte Zalongos per non venire umiliate nell’anima e nel corpo dai soldati turchi di Ali Pascià è di per sé corpo poetico, materia già di musiche e pitture e danze popolari. Continua a leggere
65. Scritto da sempre
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Ero giunto, finalmente, a fare di Gesù l’interlocutore decisivo delle mie giornate, il punto di riferimento di pensieri e sentimenti, il perno assoluto della vita quotidiana. Continua a leggere
Tre atti e due tempi, di Giorgio Faletti
Tre atti e due tempi – di Giorgio Faletti – porta con sé il dono della leggerezza. E non è poco per un libro, anzi. Leggerezza sotto più punti di vista. Si legge in poco tempo: c’è chi lo ha letto in metropolitana, tra una fermata e l’altra, c’è chi lo ha divorato in un paio di serate, c’è – ancora – chi lo ha portato con sé, pronto a leggerlo nei ritagli di tempo. Continua a leggere
Franca Alaimo: Lettera al lupo
Caro Lupo,
io ti ho incontrato molte volte ed ogni volta in modo diverso. La prima volta fu intorno ai quattro anni, quando mia madre mi raccontò la storia di Capuccetto rosso. Mangiavi gli uomini. Parlavi ingannando.
Da allora mi hai fatto compagnia per molte notti invernali di vento, quando il suo fruscio mi sembrava l’artigliare delle tue zampe contro le imposte di legno della mia stanza da letto. Io non volevo essere mangiata e così mi coprivo anche la faccia con la coperta di lana e cercavo quasi di non respirare, per non farti capire che esistevo. Continua a leggere
Non voglio partorire un corpo di plastica / di Jonida Prifti
dimestichezze protettive
premono infuori dovere protettivo
non voglio partorire un corpo di plastica
che possa gonfiarsi di fiato innaturale
risiede in una minima
goccia di saliva
una forza striminzita
che si muove ruotando
non voglio partorire un corpo di plastica
che possa iniettarsi di acido polare
non vedrai più l’ombra come tale
in fondo alla valle risiede un nascondiglio
dove il contorno si riempie di cotone
per sembrare animale
non voglio partorire un corpo di plastica
che possa lanciarsi dentro il buco astrale
immobile la casina ondeggia fumo
dal tetto triangolare
viscida si sviscera la lumaca
attaccata al cemento
(sottostante o sovrastante?)
e inforca la sua forma
verso una porta inchiodata
non voglio partorire un corpo di plastica
che possa ammalarsi e per un tossico unguento
SCOPPIARE
Guido Michelone intervista Gianluca Mercadante
Gianluca, in tre righe cos’è il tuo recente libello “Caro scrittore in erba”?
Una sorta di lunga lettera indirizzata innanzitutto a me stesso, nel tentativo di tirare due righe di conti dopo aver trascorso una decina d’anni a contatto col mondo editoriale.
Quali sono per te le finalità di questo libro?
Le ho scoperte strada facendo: da scrittore, e da giornalista, mi sono avventurato lungo un percorso, quello editoriale, disseminato di trappole, disillusioni, figure grottesche e situazioni paradossali. Descrivendo tutto ciò nel mio libro, ho finito con l’analizzare senza filtri, e semmai con un pizzico d’ironia, uno dei possibili destini di un possibile scrittore, privo dell’armatura necessaria a parare i colpi, che non mancheranno di certo e arriveranno, anzi, in abbondanza. Continua a leggere
Il Vangelo secondo Fabrizio

Il Vangelo è uno di quei libri che si possono leggere per tutta la vita: ogni volta contiene qualcosa di nuovo. È la forza dei “classici”, che diventano tali proprio perché contengono verità che la storia non falsifica, verità poliedriche che in ogni circostanza si mostrano da un punto di vista insospettato.
Ma così come nella mutevolezza della Storia esistono delle costanti, anche nella perenne rilettura del Vangelo si possono scorgere linee di tendenza. Da tempo ormai (e sarebbe interessante indagare perché) l’accento è posto sulla umanità di Cristo. Continua a leggere
64. Un motivo
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Nel periodo che seguì la conversione, sentii crescere in me l’aspirazione a mettere il lavoro al servizio della Chiesa. Continua a leggere
Letture amiche (con sorpresa): Chiedi scusa alla guerra, di Alessandro Morbidelli
Per la serie letture amiche oggi parlo di un libro speciale, che mi sento onorata di aver letto così precocemente. In che senso precocemente, viene da chiedersi? Lo spiegherò in seguito. Intanto vanno detti titolo e autore. Si tratta di “Chiedi scusa alla guerra”, di Alessandro Morbidelli.
Il romanzo è il seguito del fortunato noir del 2010 “Ogni cosa al posto giusto” pubblicato da Robin Edizioni, ma in qualche modo può essere letto anche come libro a sé. I riferimenti alla storia precedente si spiegano in parte nel dipanarsi della trama; io però consiglierei la lettura di entrambi, nell’ordine di scrittura. Continua a leggere
L’allegoria comunista del poeta Emilio Piccolo
a Emilio Piccolo
non sempre chi va via va via
tu andandotene sei rimasto
a.c.
L’allegoria comunista del poeta Emilio Piccolo
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È vero, la globalizzazione capital-neoliberista ha cambiato molte cose. Nessun stile di vita, singolare e sociale, dentro e fuori i confini di ciascuno popolo, è rimasto indenne. In questo passaggio, – che, tra XX e XXI, ha toccato strutture e sovrastrutture modificandole profondamente, – se da un lato rimangono costanti i rapporti di identità e potere del capitalismo egemone, dall’altro, a fronte dell’avanzare della comunicazione di massa, gestita dai nuovi media e “nuovi intellettuali collettivi organici” – tv e www –, il linguaggio e il pensiero della cultura e della ricerca critica, pur perdendo i vecchi punti di riferimento, aprono altre prospettive di revisione e progettazione. Il rullo compressore dell’azione neoliberale e ipermoderna ha impoverito ogni linguaggio; ogni segno e parola hanno perso la profondità per far spazio agli algoritmi della velocità digitale, piegandoli solo ai mercati e ai conti dei costi e ricavi di classe, alle identità dequalificate e degradanti dell’omogeneizzazione della finanza e dei salotti dell’audience. La logica dello scambio e della valorizzazione capitalistica, rivoluzionandosi, ha cambiato sola forma. La sostanza è rimasta invariata; anzi si è fatta più triste e perversa: la liberalizzazione, e non solo per caso, si è trasformata in una gabbia elettroinformazionale di disciplina e controllo più pervasiva e diffusa che mai.
Nel crudele aprile
Nel crudele aprile
il mio flusso di coscienza
è quello di api inebriate
che prendon fiordi per fiori.
Nel crudele aprile
potrei inviare
milioni di e-mail
con allegati pineali
fra i palloncini d’elio
del borgo medievale.
Nel crudele aprile
l’oblio è attaccato
dal polline e le scene
risalgono alla superficie.
Nel crudele aprile
gli smartphone
son poca cosa
davanti al verde trasparire
delle foglie al sole.
Nel crudele aprile
potrei esser colto
da amor fulminante
e finire al pronto soccorso.
Nel crudele aprile
interrogo la statua
della “Fontana dei Mesi”
e lei mi dice di smetterla
e di pensare a maggio.
Il crudele aprile
è stato accusato
di scarica barile
e aggiotaggio.
Max Ponte, 20/04/2013
63. La mano
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Secondo me, la svolta era avvenuta: sentivo, per la prima volta, di non sforzarmi soltanto con la testa; conoscevo la fatica d’aggrapparsi a formule sempre rinnovate, il dolore causato dal divario tra affetto e volontà.
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I LIBRI DEGLI ALTRI n.75: Frammenti, personaggi, insussistenze. Vanni Santoni, “Personaggi precari”
Frammenti, personaggi, insussistenze. Vanni Santoni, Personaggi precari, con una postfazione di Raoul Bruni, Roma, Voland, 2013
In tempi di precariato diffuso e considerato come una condizione ormai insuperabile e senza possibilità di uscita da essa fors’anche da quegli stessi che la subiscono impotenti e attoniti (e come potrebbero fare altrimenti in una situazione di crisi permanente com’è quella che stiamo tutti vivendo?), anche i personaggi narrativi rischiano di fare la stessa fine. Continua a leggere
CLAUDIO GIUNTA, “SOLOVKI”, BOOKaBOOK
di Marino Magliani
Conoscete questa iniziativa?
http://www.bookabook.it/campaigns/solovki
A me l’ha fatta conoscere Enzo Fileno Carabba, narratore fiorentino col quale ci scambiamo letture e idee e col quale chissà se un giorno riusciremo a scrivere una cosa sui nostri territori, in progetto da tempo. Quando sono andato a guardare il link e ho letto il nome di Claudio Giunta, ho pensato al caso. Giusto ieri, con lui – che insegna all’Università di Trento e si occupa, tra l’altro, di Medioevo e delle rime di Dante, ed è autore, con Giovanna Silva, di un libro raro e splendido, Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda, (Humboldt in coedizione con Quodlibet) – si parlava del Grande Nord. Non sono mai stato in Islanda, la conosco solo attraverso gli articoli di Giorgio Vasta, e la lettura di Islandia, di Josep Rivera che a suo tempo ho rischiato di tradurre. Ma qui, attraverso Bookabook, Claudio Giunta, esce dalle sue rotte – ma non del tutto – e ci propone Solovki, “giallo incalzante e straniante, sospeso tra l’Italia di oggi – un paese precario e in bilico tra la ricchezza cafona dei genitori e la disperazione dei figli – e una Russia stracciona abitata dai fantasmi di un grande e tragico passato, tra gulag, poetici idioti e nostalgie di potenza.”
Vivalascuola. Il mondo ha bisogno di differenza
ROSSELLA MONACO: TRADURRE IL “TRIMALCIONE” DI F.S. FITZGERALD
di Giovanni Agnoloni
Rossella Monaco è la traduttrice di Trimalcione di Francis Scott Fitzgerald, edito da BUR in un volume che riporta anche la sua postfazione, mentre la prefazione è di Sara Antonelli, docente di Letteratura anglo-americana all’Università Roma Tre. Ho avuto il piacere di intervistarla.
1. Il tuo lavoro di traduzione su Trimalcione di Francis Scott Fitzgerald rivela una grande misura e una percezione della musicalità del testo. Come ti sei rapportata alla versione originaria del Grande Gatsby?
Come sappiamo, per F. Scott Fitzgerald la musica era molto importante. È stato più volte definito il “cantore dell’età del Jazz”, ma credo che le grandi orchestre, le ballerine dalle gonne corte che si agitavano negli shimmy o nei charleston significassero per lui molto di più della superficiale appartenenza a un determinato periodo storico e della sua cronaca. I vestiti con le frange, pensati per accentuare il movimento, il continuo scintillio dei gioielli e dell’acciaio delle automobili, dei ponti, dei treni, degli elementi naturali, hanno un senso che va oltre il loro essere semplici oggetti per Fitzgerald, oltre il loro essere simbolo di un’epoca e della modernità.
Nel testo ci sono moltissimi riferimenti a questi luccichii. Mi vengono in mente “la luce del sole che filtrava in mezzo alle travi metalliche creando un costante sfarfallio sulle macchine in movimento” e le varie descrizioni del paesaggio dalle automobili e dal finestrino del treno. Nei loro movimenti immutabili e definiti, ritmati. Continua a leggere





