La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 13

Tra carne e luce: l’inquieta danza dell’umano

Come possiamo abitare questa strana condizione di essere contemporaneamente materia che pensa e pensiero che si incarna? Perché avvertiamo sempre quella sottile scissione tra ciò che il corpo desidera e ciò che l’anima anela? E se la nostra grandezza consistesse proprio nell’essere creature di confine, eternamente sospese tra terra e cielo?
La doppia natura dell’essere umano si manifesta nella tensione irriducibile tra la dimensione materiale – corporea, biologica, legata ai bisogni e agli istinti – and quella spirituale, che emerge nella capacità di trascendere l’immediato attraverso il pensiero, l’arte, la morale. Non si tratta di due realtà separate, ma di un’unica esistenza che si esperisce in modalità differenti e spesso conflittuali.
Hegel aveva colto con straordinaria lucidità questa dialettica quando descriveva l’anima come spirito ancora immerso nella natura. Per lui, la coscienza umana non nasce già formata, ma si sviluppa attraverso un processo graduale di emancipazione dalla pura naturalità. Inizialmente siamo completamente identificati con le nostre funzioni biologiche, con i ritmi del corpo, con l’immediatezza delle sensazioni. Ma progressivamente emerge qualcosa di diverso: la capacità di distanziarsi da sé, di osservarsi, di giudicare i propri impulsi. Questo movimento non è mai definitivo – rimaniamo sempre ancorati alla corporeità, eppure ne siamo anche irrimediabilmente separati. La soggettività che si forma è precisamente questa capacità di essere dentro e fuori simultaneamente, di vivere la propria natura e al tempo stesso di interrogarla. Il vissuto di coscienza diventa allora l’esperienza di una libertà che si conquista faticosamente, step by step, senza mai poter dimenticare le sue radici terrene. Ogni volta che pensiamo, amiamo, creiamo, stiamo compiendo questo gesto straordinario: elevare la materia a spirito senza tradirne l’origine.
Forse dovremmo smettere di vedere questo dualismo come un problema da risolvere e iniziare a viverlo come la nostra più autentica possibilità.
Ma se siamo davvero creature di soglia, quale saggezza possiamo trarre dall’accettare di non appartenere mai completamente né al regno della materia né a quello dello spirito?

Evghenij Evtushenko

di Giorgio Stella

Vicolo Ultimo

Vicolo Ultimo, effettivamente.
Qui, in una casa scaduta a bettola,
con una stupida faccio il sapiente
e mi rimbecillisco sempre di più.

A che pro essere poeta per sbattersi
con una borghesuccia su un solido baule?
E io sono ridicolo come un bifolco
capitato a Mosca in scarpe di vernice.

In questa stanza tutta gingilli e fronzoli,
la poesia non la salvi a letto.
Vicolo Ultimo, numero tredici.
Più avanti non c’è ormai più strada.

1955-1975

Ogni cosa che cade ha il suo rumore (Fara Editore), di Carla De Angelis

Prefazione di Alessandro Ramberti

“Non sfuggire al sogno più bello che è la vita” . Il verso che fa da titolo a questa prefazione lo trovate a p. 13 e nella sua icasticità riassume molto della poetica di Carla De Angelis, come anche quello scelto da Stefano Martello per la sua postfazione (lo trovate all’inizio della poesia a p. 19), tanto da diventare il titolo di questa raccolta assolutamente vera, dagli echi profondi, necessaria. Quante volte ci sentiamo schiacciati dagli eventi, abbandonati, inutili, incapaci persino di formulare una preghiera, perché le solite parole ci sembrano mere litanie, mantra assurdi per riempire il vuoto che ondeggia paurosamente in noi e ci toglie il respiro, ci sfianca, ci mangia le ossa fino ad arrivare al limite della nostra pelle e pare rosicchiare anche quella, anche la nostra ultima maschera, quell’esile involucro che ancora delimita il vuoto dentro di noi da quello esterno? Non solo noi come singoli, come individui, vaghiamo spesso come monadi eterodirette che fin che possono comprano e consumano oggetti e relazioni, affetti e consolazioni… ma anche i nuclei sociali piccoli e grandi (la famiglia, la cerchia degli amici, il vicinato e via via le unità maggiori, gli Stati e le istituzioni “globali”), ecco sembra che un po’ tutti abbiamo perso la bussola, il senso di comunità, l’attenzione non solo alle nostre problematiche ma anche a quelle degli altri. Viviamo, mi pare, un’epoca priva di afflato, scevra di entusiasmo, incapace di farsi responsabilmente carico di chi verrà dopo di noi. Continua a leggere

Giorgio Stella. Non sono la pietra

io non sono una pietra ho bisogno di parlare con qualcuno ma non c’è più nessuno ammesso ci sia mai stato – i re magi sono morti dentro di me: mia madre mia sorella mio padre – io non sono una pietra, io non sono una pietra! Che il profilo della terra non ha specchio di stella – io non sono una pietra… Chi semina raccoglie? Non è vero sennò // non avrei spento candeline! Parlo solamente con Dio, Lui mi ricorda (…) che dopo la croce fu buia la terra avanti il sole.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

“Gettare un fuoco sulla terra”

  (Matteo Pugliares)


«In quel tempo, Gesù disse ai suoi
discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera». [Lc 12,49-53] Continua a leggere

Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 12. Giancarlo Consonni

Giancarlo Consonni, Il conforto dell’ombra, Einaudi, 2025

Molti di voi conosceranno già la poesia di Giancarlo Consonni. Per me, invece, è la prima volta che mi imbatto nei suoi versi. Una scoperta del tutto casuale, nata da una delle scorribande in libreria alla ricerca di qualcosa di nuovo, di diverso, forse anche di antico – nel senso buono della parola – sugli scaffali defilati, seminascosti, nel cantuccio in basso, lontano dagli sguardi dei più. Ormai, la poesia non fa testo. È diventata sempre più di nicchia. Il grande pubblico dei lettori non la legge più e non la legge neppure chi vorrebbe fare e scrivere poesia. Qualcuno ha detto che è meglio essere lettori invece di scrittori di poesia. E non ha tutti i torti. Vogliamo mettere la soddisfazione e il piacere di leggere versus il turbamento, l’afflizione, la fatica nello scrivere, laddove non si persegua la banalità e la miseria della parola? Ma per tornare a noi, mi capita sotto gli occhi questo libro, Il conforto dell’ombra, pubblicato da Einaudi nella Bianca e lo prendo incuriosito e col preconcetto ormai fattosi negli ultimi tempi sempre più forte di trovarmi davanti a poesia- spazzatura e invece, sfogliando e leggendo qua e là, arriva la fulminazione. Continua a leggere

Walter Benjamin

di Giorgio Stella

Walter Benjamin, Liberami dal tempo/ Enthebe mich der Zeit

[Se avessi divinato il tempo]

Se avessi divinato il tempo del tuo morire al mondo
la natura avanti a te nella fine sarebbe precipitata,
con inesorabile misura volgerebbe
l’esserci all’infinito oblio.

Nel cielo resterebbero delicate albe rosse
proprio là nell’ora in cui scivolava la tua veste
le selve tutte dipinse buia pena
la notte su naviglio leggero rivestì il mare.

Da stelle plasma innominabile pianto
l’insegna del tuo sguardo nell’arco celeste
e l’oscurità impedisce con densità di barriere

l’espandersi della nuova primavera,
osserva l’anno nell’immota postura degli astri
dalla cisterna specchiante la tua morte.

Giorgio Stella. Povera giungla

1. I manichini hanno rotto le cerbottane delle betoniere un collare di porcellana prossima da vedere tale – conche di avorio nel ricordo qualche ventaglio … La porcellana è creta nella betoniera – s. Pietro & s. Paolo non sarebbero d’accordo sulla seta nella creta della betoniera (una pausa) – io sono il cubo io sono il quadrato io sono nel cerchio il triangolo – il lirismo appare eccessivo eppure il macaco della betoniera custodisce il ventaglio di corallo (porcellana) – (una pausa) – io sono / il cubo io sono // il quadrato io sono // nel cerchio il triangolo – rerum cordis fragmenta il macaco è nella betoniera l’arco di corallo – 2. (una pausa) – io sono-il cubo-io-sono-il -quadrato-io-sono-nel-cerchio-il- triangolo – il macaco è alla finestra della giostra nessuna betoniera ha la porcellana di corallo (###) – povera giungla che ci afferma una perla l’ulteriore betoniera uniforme alla casa genitoriale – al margine della biografia c’è un’ immagine… Lo specchio del vetro riflesso – 3.(una pausa) – io sono il cubo io sono il quadrato io sono nel cerchio il triangolo – la betoniera in questa povera giungla raggiunge la creta di porcellana curva est di qualsiasi post (a post di est) – (una pausa) – io sono il cubo io sono il quadrato io sono nel cerchio il triangolo – 3. La gioia della vita è un’ustione nn fa’ caso al fuoco lo specchio è già rotto nel proprio vetro – le gravidanze offese dalla mancanza del macaco nella clessidra di porcellana avanti che la betoniera avanzi – (nessuna pausa) io sono il cubo io sono il quadrato io sono nel cerchio il triangolo – 4. La sfinge-fenice ci dice: “ecco il deserto sei libero ma non puoi scappare” – (senza neanche la pausa) io sono il cubo io sono il quadrato io sono nel cerchio il triangolo – io sono il cubo io sono il quadrato io sono nel cerchio il triangolo (una pausa) – 5. Il macaco dell’arco di corallo né può fare a meno come nel ventre la betoniera nel dente di porcellana – nel dente di porcellana la creta di betoniera del macaco-corallo (una pausa) – io sono il cubo io sono il quadrato io sono nel cerchio il triangolo -) 6.(sretta,) – al chiuso di nessuno batte il vento che non ha nulla sul vento medesimo alla betoniera di corallo in ceramica…. “Ma quanti erano”? “Qui non si registra nessun morto” – (pausa di attesa) io sono il cubo io sono il quadrato io sono nel cerchio il triangolo.

E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. Poesia e verità, di Paul Eluard

Il 25 agosto del 1944 Parigi veniva liberata dai nazisti, grazie all’azione congiunta dei partigiani francesi – tra cui si impose la figura guida del generale Charles De Gaulle – e degli Alleati. La sua liberazione simboleggò l’irrimediabile sconfitta tedesca sul fronte europeo occidentale, mentre su quello orientale le truppe tedesche arrancavano di giorno in giorno di fronte all’avanzata sovietica.
La Resistenza francese, al contrario di quella italiana, ebbe un suo impareggiabile cantore in versi: Paul Eluard (Saint-Denis, 1895 – Charenton-le-Pont, 1952). Poeta sensibilissimo e inquieto, tra i maggiori esponenti del movimento surrealista, Eluard aveva aderito alle idee comuniste, in un sogno politico di parità sociale che eliminasse le discriminazioni. Durante la seconda guerra mondiale, queste rivendicazioni si accompagnarono alle esigenze di libertà dall’occupazione tedesca e di autodeterminazione.
Due anni fa Passigli – editore meritorio per la costante e alta qualità delle sue pubblicazioni – pubblicò Poesia e verità 1942 del poeta francese, a cura di Fabio Scotto. Un volume che è bene rileggere in quest’agosto per molti sfaccendato, ricordando chi si è messo in gioco rischiando la reputazione e la vita. 
Spicca in questa raccolta la poesia più celebre: Libertà. Nata come poesia d’amore, Libertà si dispiega in una lunga serie di quartine, che ripetono come quarto verso: “Scrivo il tuo nome”. Scorre luoghi del tempo, della memoria e dell’innocenza, del presente e del futuro che verrà: “Su la schiuma delle nuvole / sui sudori d’uragano / su la pioggia spessa e smorta / scrivo il tuo nome // Su le forme scintillanti / le campane dei colori / su la verità fisica / scrivo il tuo nome // Su i sentieri risvegliati / su le strade dispiegate / su le piazze che dilagano / scrivo il tuo nome”. Fu diffusa in migliaia di copie clandestinamente ai francesi: e aiutò, con i suoi versi, a non cedere e ad affermare un sogno vitale.

La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Stefano Taccone

Sono nato nel 1981, l’anno in cui Enrico Berlinguer dichiarava esaurita la spinta propulsiva della rivoluzione di ottobre, per quanto probabilmente si fosse già esaurita da tempo. Mi sono formato in una scuola e in università in cui la complessità del sapere e la ricchezza della lingua sembravano tutto sommato ancora un valore; poi piano piano, già nel percorso intermedio, di passaggio dall’altra parte della cattedra, mi è stato detto crescentemente che la mia formazione era antiquata, poco smart, che dovevo rivedere radicalmente tutti i metodi, gli obiettivi etc. se volevo diventare comunicativo, inclusivo, attrattivo… In altri termini, se volevo evitare di finire nella pattumiera della storia. Ho avuto vent’anni ai tempi dei fatti del G8 di Genova – che solo col senno di poi può considerarsi l’inizio del declino del movimento – ed ho pagato la mancanza di memoria storica diretta, a causa della quale mi sono illuso che le società, il mondo intero, non sarebbero stati più come prima. Per la verità, naturalmente, come prima non lo sono più stati, ma non nell’accezione che preconizzavo. Continua a leggere

Al tempo dei bambini

di Domenico Lombardini

Al tempo dei bambini è un podcast che intreccia narrazione poetica, musica e riflessione critica per raccontare la scomparsa dell’infanzia dallo spazio urbano e dall’immaginario collettivo.

In ogni episodio, le voci di demografi, pedagoghi, psicologi, scienziati, filosofi, poeti e artisti si alternano a una scrittura narrativa e sonora, creando un racconto polifonico che interroga il presente e il futuro: è davvero possibile un mondo senza bambini? Continua a leggere

Affrontare a mani nude il buio della storia

di  Alida Airaghi

 

L’ultimo romanzo di Elena Pigozzi, Le sarte della Villarey, edito da Mondadori, presenta una struttura meditata e compiuta sia nella parte storica che in quella di invenzione. 

Ambientato ad Ancona nel 1943, prende spunto da una vicenda realmente accaduta, che vide come eroica protagonista una sarta semianalfabeta, Alda Renzi Lausdei, la quale con la collaborazione di molti coraggiosi volontari, riuscì a mettere in salvo dalla deportazione nazista 400 soldati, tra gli oltre 3000 imprigionati nella caserma di Villarey. Continua a leggere

La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 12

Il martello e lo specchio: quando creare è diventare

Cosa accade quando realizziamo che ogni nostro gesto plasma non solo il mondo esterno, ma la nostra stessa identità? Come possiamo accettare il peso vertiginoso di essere contemporaneamente scultori e scultura di noi stessi? E se la libertà fosse precisamente questo: il coraggio di assumerci la responsabilità totale del nostro divenire?
L’homo faber rappresenta quella dimensione dell’esistenza umana in cui la creazione diventa autocostruzione. Non si tratta semplicemente di produrre oggetti o trasformare la materia: è l’atto stesso del fare che ci definisce, che ci rivela a noi stessi, che ci costringe a confrontarci con ciò che stiamo diventando attraverso ogni singola scelta.
Sartre aveva intuito questa verità profonda quando affermava che siamo condannati alla libertà. Ogni azione che compiamo non è mai neutra: essa ci costruisce, ci plasma, ci definisce in modo irreversibile. Quando prendiamo in mano un martello, non stiamo solo battendo un chiodo – stiamo battendo la forma della nostra esistenza. La coscienza si trova sempre in situazione, mai astratta, sempre impegnata nel mondo attraverso il corpo e l’azione. Ma qui emerge il paradosso più inquietante: se siamo davvero liberi di costruirci, allora non possiamo più nasconderci dietro alibi, destini prestabiliti o nature immutabili. La libertà autentica nasce proprio da questa accettazione radicale: ogni nostro gesto è una dichiarazione di chi scegliamo di essere. Non esiste un’essenza precedente che ci guidi; esistiamo prima, e solo dopo, attraverso le nostre azioni, definiamo chi siamo. Questa consapevolezza può generare angoscia, ma anche una straordinaria potenza creativa.
Forse è tempo di guardare le nostre mani con occhi diversi. Esse non sono solo strumenti per manipolare il mondo, ma gli arnesi con cui scolpiamo quotidianamente la nostra identità.
Ma se ogni azione ci trasforma, quale responsabilità portiamo verso la persona che diventeremo domani?

Paolo Valesio. CONTEMPLAZIONE, DISTRAZIONE

CONTEMPLAZIONE, DISTRAZIONE

E’ appena uscita (con BOHUMIL EDIZIONI di Bologna) una mia raccoltina di poesie con questo titolo, che preannunzia un volume molto più vasto con un titolo diverso, a cui sto attualmente lavorando. 

Paolo Valesio 

L’inesorabile ritmo

L’ingresso di settembre è sospettoso e si rivela sempre
un’ingiustizia che impiglia tante vite nel ritmo prematuro.
Lui con tutte le sue sforze tende
all’indietro e si tira sul capo la coperta di agosto:
il mese atemporale che accoglie la luce del mondo
contro la penombra
in cui striscia la storia
come gli animali del mini-zoo
proprio all’ingresso della fattoria
(il vitello e il pony
il lama e i conigli):
animali da bimbi
che tuttavia nel buio
appaiono biancastre
masse fatali,
portatori di potere
mito-politico.

Fattoria Rose’s Orchard
North Branford, Connecticut

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