6. Winston blu

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=bKZJ4AibPz0&feature=fvst]

da qui

Una traccia ce l’ha, Amerigo: Futura è pazza di Vasco. E’ convinto di poterla incontrare in un concerto, perché la musica è un filo dove ci si trova, prima o poi. Basta seguire le note, le voci che s’intrecciano, il fumo delle canne, l’odore dei fiaschi, i frammenti di emozioni che scavano solchi in cui viaggiare, fuggire dai manuali di anatomia patologica: è la musica che guarisce dal male che ci portiamo dentro, nella trappola del corpo. Continua a leggere→

Provocazione in forma d’apologo 216

Quando sei ancora giovane il pessimismo cosmico si scontra buffamente con le grandi aspettative che tuttavia conservi intorno alle tue riuscite. Così se sei un ipocondriaco, cioè se le tue contraddizioni, allo scopo di tenerti occupato, hanno scelto l’ipocondria per svelarsi un attimo e subito nuovamente velarsi, non puoi che imbatterti in un medico come quello in cui s’imbatté un mio compagno di scuola.
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5. Fofner

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=25hdicMcths]

da qui

Dante si è fatto un’idea strana sulla fuga improvvisa di Eleonora. Le idee strane, a volte, sono le più vere. Si affaccia dal pontile: la balaustra in marmo è piena di scritte antiche e nuove. Gli viene una specie di vertigine; pensa alla gente che è passata di qui, ai sentimenti, le speranze, le disperazioni. Il mare è una schiuma bianca in concorrenza con l’ovatta delle nuvole. Continua a leggere→

I paradossi dell’amore. Aa. Vv. “Love Out”, a cura di M. Baldrati

I paradossi dell’amore. Aa. Vv. Love Out, a cura di M. Baldrati, Massa, Transeuropa, 2012

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di Giuseppe Panella

L’amore – dice il poeta – “ move il sole e l’altre stelle” (Paradiso, canto XXXIII, v. 145). Ma è altrettanto noto che “ognuno uccide ciò che ama” (Oscar Wilde, Ballata del carcere di Reading). L’antologia progettata e promossa da Mauro Baldrati si muove tra questi due poli (l’amore, l’odio) e cerca di comprendere all’interno di questo perimetro tutte le possibili sfumature, tutti i probabili aspetti e momenti, tutte le imprescindibili angosce ed esaltazioni che il sentimento d’amore potrebbe produrre, indurre, suscitare. L’amore porta alla felicità (momentanea) degli amanti e, allo stesso modo, li conduce alla soglia della morte. Ma amare non vuol dire soltanto “non dire mi dispiace” (Erich Segal, Love Story) ma può rendere il sentimento che costringe ineluttabilmente a prendere in considerazione come necessario e inevitabile uno spietato meccanismo che stritola e polverizza chi ama (o, vicendevolmente, anche chi non prova un’analoga passione).

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Vivalascuola. Bellezza tra parole non perfette

“Insegno in un carcere, tra detenuti che hanno alle spalle storie diverse, ma che sono buoni ascoltatori di poesia. In carcere la buona novella si diffonde meglio che nei rumorosi licei milanesi dove tutto si fa tranne che ascoltare. E’ un luogo di estrema libertà, dove non ci sono ingerenze ministeriali e c’è un rapporto frontale, personale con l’essere umano e con la sua voglia di redenzione. Naturalmente in prigione ci sono anche gli inguaribili, non bisogna idealizzare i carcerati. Ma per quelli che sono incamminati verso l’espiazione e la purificazione di sé la poesia è uno strumento” (Milo De Angelis, qui)

La poesia in carcere
Intervista a Maddalena Capalbi di Nadia Agustoni

Maddalena Capalbi tiene da cinque anni un laboratorio di poesia nella Seconda Casa di Reclusione di Bollate. Un laboratorio che vede ogni anno aumentare la presenza dei detenuti e il loro interesse verso la scrittura poetica. Continua a leggere→

19 marzo

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da qui

Quante volte m’hai fatto soffrire, padre mio,
e quante sere ho scoperto che non ce la facevo
a diventare perfetto come te, tutto d’un pezzo.
Se potessi vederti un giorno ancora, in barba al tempo,
se non fosse che il cielo è almeno tanto lontano
quanto il vestito grigio e la cravatta annodata dalla mamma
in ansia per l’aereo, per il solito squillo che tardava;
se non fosse che rimane solo il buio, la notte, invano
come tramite del nostro estremo appello, direi
proviamo un’altra volta,  diciamoci le cose
che non abbiamo avuto il modo, no, il coraggio
di dirci: lasciamo che il messaggio sia soltanto
il cielo, a riflettere lontano il nostro pianto nel raggio
della luna, nell’aiuola, già piena di rose.

Le teorie selvagge di Pola Oloixarac

di Guido Michelone

Questo romanzo, uscito in Italia nel febbraio scorso, arriva in Argentina nel 2008 quando l’autrice – laureata in filosofia, studiosa dei rapporti arte/tecnologia, curatrice di un blog seguitissimo – ha da poco trentun anni: è un esordio clamoroso, che fa gridare al capolavoro e che, per molti critici di letterature ispaniche, risulta fin da subito un capolavoro tout court, non solo della giovane narrativa latinoamericana, al punto che viene prontamente tradotto in francese, olandese, finlandese, portoghese.
In effetti, letto anche in italiano, nella puntuale raffinata traduzione di Anita Taroni, si conferma un testo stupefacente per la maturità già presente su vari fronti, primo su tutti quello della consapevolezza e della scrittura nel padroneggiare una trama complessa e una prosa fantasmagorica, che a sua volta denota immense conoscenze ed erudizioni quasi maniacali. Il tutto è poi condito da citazioni dottissime, esercizi funambolici, riflessioni metatestuali, in un turbinio espressivo che riprende le migliori radici surreali della tradizione argentina novecentesca (Jorge Luis Borges in primis, non a caso evocato anche in copertina).
Le teorie selvagge è impossibile da riassumere per quanto riguarda i contenuti nello sviluppo tra fabula e intreccio, perché il punto di vista oscilla tra la weltanschauung dell’autrice e la visione dell’alter ego, la studentessa universitaria Kamtchowsky, detta K con esplicito richiamo a Franz Kafka, così come l’amico Pablo detto Pabst evoca il grande regista espressionista). Continua a leggere→

4. Segnalibri

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La lingua è importante: capirsi, poter comunicare. Per questo Romolo legge libri in quantità industriale. La casa è invivibile; pile di volumi in bilico in ogni angolo possibile, perfino nel bagno dalle mattonelle grigioverdi: le copertine sono inumidite, corrose dal vapore che ci si abbarbica in una morsa senza scampo. Ogni copia ha un segnalino inserito in qualche punto; dopo dieci pagine, a metà o a poco dalla fine. In cartoleria sono stupiti del numero di segnalibri che Romolo accumula di settimana in settimana. Qualcuno pensa che sia pazzo. Una volta, la commessa carina si è azzardata a chiederne il motivo, ma lui ha reagito con violenza: parolacce, escandescenze, a momenti la picchiava. Continua a leggere→

Impronte di follia

di Elisabetta Bordieri

Presi il treno al volo e, in una vita incessantemente in ritardo fin dalla nascita postmatura, non potevo fare altrimenti. Ero una trenista convinta, riuscivo a salire su un treno anche per un tratto di pochissimi chilometri. Non ero una pendolare né una appassionata di paesaggi e panorami, piuttosto era solo un’esigenza congenita di vedere immagini schizzare via in sequenza senza avere il tempo materiale di memorizzarle. Un modo devastante di allenare la mia mente a far tornare a galla ricordi persi, uno stillicidio a cui non potevo e non volevo sottrarmi, un sistema tutto mio di affrontare il passato per poter vivere il presente. Continua a leggere→

3. La strada

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Lo chiamano il bello, ma a lui non fa piacere. Dovunque vada, sente gli occhi delle donne cadergli addosso come coriandoli del sabato grasso o riso lanciato nel finale delle nozze. Nasconde gli occhi, pietre di zaffiro che mandano bagliori; fuma per guardare in basso la cenere che brucia. Non sa se lo cerchino per la sua bellezza o perché è lui, Filippo, un nome che non ha ancora digerito, come i libri di storia, le gesta di un re che prese a schiaffi il papa: vorrebbe prendersi a schiaffi pure lui, scuotersi dall’incantesimo di una condizione minerale, chiusa in un involucro dorato da cui non può più uscire. Continua a leggere→

La società dell’economia e il paradosso della scuola

di Marina Torossi Tevini

Merce. Magari raffinata, magari di pregio, ma solo merce. Questo siamo nella società dell’economia selvaggia, del libero mercato, del consumo a oltranza. Quello che sfugge alla logica della quantificazione, – e cioè il valore, la qualità, che sono elementi imponderabili e difficilmente misurabili, o quanto meno opinabili, – hanno perso credito a favore di altri elementi che si prestino a una valutazione obiettiva (nei limiti esigui del termine). Prendiamo ad esempio la scuola, punto dolente di una società che si regge su equilibri precari e che costruisce sulla sabbia il suo domani, la scuola, grande malata da trent’anni, che mille riforme sempre abortite avrebbero dovuto riformare e che infine il ministro più improbabile del mondo stranamente ha avviato. Continua a leggere→

2. Spiagge

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Amerigo non sa stare fermo. Fa la guida turistica, dopo essersi iscritto a medicina. Le tavole anatomiche lo hanno messo in fuga. Non è affare suo tenere a mente ossa, muscoli e nervi. Le membra lo interessano dal vivo, le braccia di Futura, per esempio, le gambe tornite, i seni pieni e delicati nello stesso tempo. E’  un’ossessione: ogni volta che parte, gli sembra di andare incontro a lei; e chi gli impedisce di pensarlo?
– Questa è Rue Rambuteau; quella, la libreria tedesca.
– Possiamo entrare?
– V’interessano le opere in tedesco? Continua a leggere→

Nonameplace recensisce Effekappa [Zona]

Ho conosciuto Franz Krauspenhaar all’epoca della stesura del suo romanzo “Era mio padre”. Ricordo che durante uno di quei primi incontri parlammo anche di poesia, ma non della mia, più che misconosciuta, né della sua che in quel periodo, dopo alcune raccolte pubblicate on –line, era in una fase di stand-by. Parlammo di Mark Strand, o meglio io parlai ( credo anche per darmi un tono) di Strand che in quei giorni era fra i miei poeti preferiti, e intorno a lui e alla sua poesia mi aggiravo, e ne narravo ogni volta che se ne presentava l’occasione, in una sorta d’incantamento. Con me, immancabile, avevo perciò uno dei suoi libri. Lo mostrai a Franz che iniziò a sfogliarlo soffermandosi sull’una e l’altra poesia, dapprincipio distrattamente, forse solo per cortesia, poi sempre con maggiore interesse fino ad astrarsi quasi completamente dimenticandosi, mi parve, per lunghissimi istanti anche della mia presenza. Continua a leggere→

“Chi ammira si solleva dal proprio egoismo, dalla propria piccolezza: ecco perché apprezzo Emanuele Trevi” di Marco LODOLI

Parlare male degli altri è la cosa più facile del mondo e forse è anche una delle attività dalle quali gli esseri umani traggono maggiori soddisfazioni. Qualcosa di imprecisato ribolle nell’animo, una rabbia, una scontentezza, e come da una pentola a pressione escono sbuffi di maldicenze, calunnie, battutine feroci. Abbiamo un bisogno assoluto e animalesco di deprimere il prossimo, di bastonarlo con la clava dell’insulto o di trapassarlo con il fioretto dell’insinuazione malevola. In questa smania di ferire, gli italiani non sono secondi a nessuno. Continua a leggere→

1. Lo specchio

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Si dà molto da fare, come no: gli ultimi, gli ultimi; gli hanno insegnato che chi conta sono loro, i potenti sono fatti per sfruttare; i poveri,  i mendicanti, gli straccioni, la marmaglia di infelici e disgraziati è fatta per soffrire. Dante è stanco, per la prima volta. Se gli affidano un bambino difficile, avverte una sorta di rifiuto: che può fare per lui? Non è mica Dio. Continua a leggere→

La giusta collera. Scritti e poesie del disincanto. Recensione di Marco Scalabrino.

La giusta collera

 

Scritti e poesie del disincanto

 

a cura di Gianmario Lucini

Èpos Collana di poesia politica e sociale

Edizioni CFR – Piateda (SO) 2011

di Marco Scalabrino

Cade anche oggi il disgusto …

lo raccolgo, a volte …

pregando Dio che …

mi faccia crescere artigli di demenza,

denti di rinuncia e la risata insana

del folle che corre ignudo

a squartare leoni.

(da Il disgusto) Continua a leggere→

99. L’inizio

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Sì, sta per finire. Si fatica a dire addio a una storia: ci hai messo una parte di te stesso, ti resta appiccicata come nebbia al mattino o i fili rossi del cellophane che devi farci a botte per staccartene. Come farai senza più Dalia, che ora guarda con occhi spalancati i corpi ricomposti di Ester e Fawzi, o l’eterna indecisione di Fausto, ritto in piedi con la faccia pallida, che sembra svenire da un momento all’altro, o gli occhi dolci e neri di Rigel, che indovini dietro l’angolo, come se uno sguardo pietoso si posasse su ogni fallimento umano. Ma è proprio un fallimento? Ester è ancora bella: pare finalmente soddisfatta; i bambini della classe si stanno chiedendo perché la maestra non arrivi, stamattina. C’è qualcuno che aspetta, sempre, e non è detto che le attese siano quelle giuste. Fawzi, per esempio, convinto di far saltare un pezzo del sistema: avrà avuto ragione? Per instaurare un mondo nuovo bisogna abbattere violentemente quello vecchio? Qual è il segreto della rivoluzione? La passione più pura non nasconde un’ombra di cinismo che rischia sempre di macchiarla? E la rivoluzione dell’amore? Che armi utilizzare per la riconquista dell’uomo o della donna su cui si è puntato tutto il patrimonio? Ha fatto bene Dalia a passare sopra a tutto, a mettere l’orgoglio sotto i piedi, a rinunciare all’ultimo barlume rimasto di una necessaria dignità? E cosa ha spinto Gilda a prendere di petto le paure, a sfidare la morte, a umiliarsi con la busta di giocattoli pur di far colpo sul suo Arturo? Bisogna morire per rinascere? E’ vero quello che diceva il Nazareno, che non esiste successo che non passi per le forche caudine del dolore? E Rigel, Aldebaran, non sono destinati a esplodere nella catastrofe delle supernovae, nonostante la pazienza e l’attenzione all’altro? A che serve rinunciare a tutto se la fine è comunque bruciare in una luce che non è più il reciproco richiamo dell’amore ma la violenza cieca della morte? E Faust? Che ne sarà del vizio di rubare la felicità, di godere dell’altrui rovina? E Giorgio, Arturo, ancora s’illudono che il romanzo metta ordine nella babele infinita dei pensieri e delle azioni? Ancora si ostinano a cavare una goccia di sangue dalla rapa secca della storia? E Marius? Solo lui ha capito qualcosa del rebus astruso che è la vita? E se il simbolo della condizione universale fossero i due corpi stesi a terra, coperti da un lenzuolo bianco come dal telo prezioso dell’altare, vittime sacrificali di un meccanismo che schiaccia tutti i sogni e abortisce anche l’ultima utopia? Dalia ha le mani sulla bocca, una lacrima attraversa la guancia e finisce sull’asfalto insanguinato. Avverte una mano che si posa sulla spalla, un alito caldo che le sfiora il collo. Non riesce a voltarsi, pietrificata dallo sguardo vitreo di Medusa, che la fissa dal bianco del lenzuolo.
– Dalia.
Chi ti chiama? Sarà l’inseguitore? O l’uomo dal soprabito scuro e la sciarpa chiusa nell’interno? Sei una statua in pietra incapace di parlare e forse di pensare; tocca a qualcun altro pronunciare una parola, spezzare l’incantesimo durato troppo a lungo.
– Ti amo.
Il suo respiro è come l’alito di Dio sul fango delle origini, l’adamà intrisa nel nulla dei millenni. Senti che qualcosa si muove, dentro te: un guizzo, una scintilla, è la luce dei lampioni aggrappati agli argini dell’Arno, mentre il fiume si allunga come un serpente d’acqua fino all’orizzonte. Non sai da dove venga la forza che ti spinge a girarti lentamente, a incrociare il suo sguardo lucido di lacrime, di stelle: Sirio, Antares, Rastabàn.

FINE

Donato Salzarulo, Il gatto di Fortini

La parte monografica del prossimo numero nove di Poliscritture sarà dedicato a Franco Fortini. La redazione della rivista ha pubblicato una traccia di lavoro ed aperto un “cantiere” sul grande poeta e saggista, invitando alla collaborazione ed ad inviare materiali relativi alla sua notevole produzione intellettuale, critico-letteraria e poetica.

La traccia di lavoro si può leggere sul sito www.poliscritture.it; gli eventuali materiali vanno inviati al seguente indirizzo email: [email protected]. Il “cantiere” viene avviato con questo testo di Donato Salzarulo, che propongo alla vostra attenzione. Continua a leggere→

Il Tibet fra mito e realtà

Vi segnalo questo interessantissimo appuntamento fiorentino organizzato dal Gabinetto Vieusseux, che prosegue l’interessantissimo filo di riflessioni iniziato ieri a Palazzo Vecchio per celebrare il centenario della nascita di Fosco Maraini.

Si intitola Il Tibet fra mito e realtà, e trovate qui allegato l’invito con il programma della giornata di lavori, che si svolgerà domani 14 marzo a Palazzo Medici Riccardi, nella Sala Luca Giordano (la mattina) e a Palazzo Strozzi, nella Sala Ferri (nel pomeriggio).

98. La mano

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da qui

I nodi vengono al pettine, i grumi si sciolgono, le attese raggiungono il culmine della tensione e trovano uno sbocco: insomma, ognuno lo chiami come vuole, è il punto in cui i fili della storia convergono per dare senso al tutto. Forse qualcuno aveva già intravisto Ester di fronte alla sede dell’azienda, gomito a gomito con Fawzi, intento a compulsare carte piene di sgorbi dove ormai è impossibile distinguere qualcosa, eppure tutto è chiaro: a che è servito perdere il sonno e la salute per coprire il paio di centinaia di metri che lo dividono dal portone da forzare per raggiungere la Presidenza? Continua a leggere→