Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Ricordo 4

Il Ricordo 4   Di chi è la memoria?

 

   Omero, Borges, Nietzsche. Autori dissimili che pescano nello stesso mare, quello della memoria, e a volte, con calcolato disdegno, rigettano in quel mare i pesci presi all’amo. Partiamo da loro. Anzi, no. Partiamo da Proust. Ci sono “ricordi che appaiono improvvisi, come il rumore del campanello del cancello della casa di campagna di Combray, descritto da Proust nelle ultime pagine del Tempo ritrovato. Dove era stato, quel ricordo, per tutto il tempo in cui lo scrittore non se n’era ricordato?”.  Continua a leggere

La poesia prima della fine del (o di un ) mondo, a cura di Rita Pacilio. Gavino Angius

Da un poema intitolato “X”

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Sfilarono gli stivali scalcagnati. Finite le gole da tagliare, un orto e un pozzo, male che vada scale e pennellesse. Reimparavi imprecando gli agi di coperte e materassi. Sfiato di flauti, un sogno. Motivetti, cosce avvinghiate. Accontentati, amico.

Uomini verticali gli eredi, sbarazzeranno cantine e armadi fino all’ultima lametta, e un click nostalgico dell’accendigas. Setta di codificatori bene in carne, dopo aver seminato lo spicciolo ritroso, cifra e talismano, tareranno di nuovo il contrappeso alle bilance. Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

L’ora che volge il disìo»

[Purg. VIII, 1]

 

(monastero di Bose)

 

«In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.» [Lc 9,11b-17] Continua a leggere

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Dall’antologia Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza

a cura di Giselda Pontesilli

Dall’antologia Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, alcuni esempi e frammenti:

29/02/2024
La bambina il cui padre è stato ucciso
mentre portava un sacco di farina
sulla schiena
continuerà a gustare
il sangue di suo padre
in ogni pane.

24/03/2024
E il dolore 
non lascia un affamato
che raccoglie chicchi di riso
dalla terra.
Ricorda come ha raccolto i resti di suo figlio affamato
in una borsa.
Haidar al?Ghazali (2004)

15/10/2023
Il suono che sentiamo è il suono della morte che ci ha
                                           superato per scegliere altri,
siamo ancora vivi e sentiamo il suono della morte di altri che
                                                              conosciamo, diciamo:
grazie a Dio, l’ultimo suono che hanno udito non è stato
                                                              il suono del razzo.
Chi sente il suono del razzo sopravvive.
Siamo ancora vivi fino a nuovo avviso.

18/10/2023
Le nostre foto di famiglia: un sacco di brandelli, un mucchio 
                                                                                 di cenere,
cinque sudari avvolti l’uno accanto all’altro di dimensioni 
                                                                                differenti.
Le foto di famiglia a Gaza non sono come tutte le altre.
Ma erano insieme, e insieme se ne sono andati.

20/10/2023
Noi di Gaza, presso Dio, siamo martiri o testimoni della
                                                                         liberazione.
E tutti noi aspettiamo il luogo in cui saremo.
Tutti noi aspettiamo, o Dio, la tua promessa veritiera.
Heba Abu Nada (1991?uccisa 20/10/2023)

[…] Essere palestinese del ’48 significa
essere il cittadino più strano del mondo,
eccoti a supplicare tutti i paesi del mondo di proteggerti
dal tuo stato
[…]
Marwan Makhoul (1979)

[…]
Rimarrò 
Perché i sentieri qui nella mia patria
Scorrono con una sofferenza simile alla mia
E malgrado il sangue versato
Mi restituiscono la sensazione della vita
[…]
Dareen Tatour (1982)

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Frammenti di Cinema # 89

 

di Pasquale Vitagliano

Ci sono film come quelli ispirati al Grande sonno, tratto dal romanzo di Raymond Chandler, che sono diventati cult e hanno dato origine anche ad un genere come il cinema Hard Boiled. Sono diventati talmente canonici da aver originato alla fine, per contrasto, numerosi tentativi di decostruzione. Sullo stesso piano, ma con un’operazione diversa, ci muoviamo con una storia che è diventata una vera e propria messa in abisso, a conferma che il cinema, specie quello grande, racconta sempre sé stesso. Anche in questo caso la fonte è un libro, Il talento di Mr. Ripley, romanzo di Patricia Highsmith. Ne esistono, infatti, molte versioni. A far riemergere questa storia è la riuscita mini-serie Netflix, Ripley, diretta da Steven Zaillian. La versione più famosa, tuttavia, resta quella di Anthony Minghella del 1999, con una particina persino per Fiorello. La prima versione al cinema è del 1960. Il film è francese, girato da René Clément e con Alain Delon, col titolo Delitto in pieno sole. Negli anni 2000 sono usciti addirittura due adattamenti: uno nel 2002 Il gioco di Ripley con John Malkovich, diretto dalla nostra Liliana Cavani, e Il ritorno di Mr. Ripley del 2005 con Barry Pepper, di Roger Spottiswoode. Per l’esattezza, si ispira al romanzo Il sepolto vivo, secondo di una saga di cinque romanzi con lo stesso protagonista. Analogamente, a L’amico americano di Wim Wenders del 1977, ispirato ad un altro titolo della stessa serie.

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La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Claudio Moica

La poesia, di fronte all’imminenza di una fine – collettiva o individuale – si trasforma in un atto di resistenza e interrogazione radicale. Non importa se la catastrofe è storica (guerre, estinzioni, pandemie) o intima (la dissoluzione di un amore, il crollo di un’identità): il linguaggio poetico diventa un luogo di condensazione, dove il caos si fa significato e il silenzio trova una forma. È un gesto che attraversa epoche e culture: dai canti funebri delle civiltà antiche, incisi su tavolette per sfidare l’oblio, alle opere di Paul Celan, che trasformano l’orrore della Shoah in ritmo e metafora, fino agli haiku giapponesi, brevi come un respiro prima del vuoto. Continua a leggere

La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 7

La vita senza copione

Ci sono momenti in cui ti rendi conto che le decisioni che cambieranno la tua vita sono già state prese. Non sei stato ascoltato, nessuno ti ha chiesto nulla. Semplicemente, è accaduto. E tu, che pure eri coinvolto in prima persona, non eri lì. Ti manca qualcosa – non solo il potere di decidere, ma anche quello di dire: “Aspetta, io esisto”.
Non è solo questione di essere esclusi. È sentirsi spostati di lato, come se la tua prospettiva non contasse. È quel tipo di invisibilità che non si nota subito, ma che si deposita lentamente e cambia il modo in cui ti guardi allo specchio. Ti chiedi se sei ancora qualcuno che ha voce, oppure se sei diventato soltanto uno a cui le cose accadono.
La filosofia di Ricoeur ci ricorda che raccontarci è una parte essenziale di chi siamo. Eppure, quando la narrazione viene spezzata da scelte altrui – scelte che ti riguardano, ma di cui sei stato spettatore muto – nasce una ferita strana, fatta di rabbia, incredulità e senso di irrealtà. Come se la tua stessa vita avesse preso una piega che non riconosci più.
Serve allora uno sforzo in più: riconoscere che queste esperienze non sono incidenti, ma segnali. E che la domanda “cosa ne pensi?” dovrebbe tornare ad avere valore, anche quando chi abbiamo davanti è fragile, in disaccordo, o semplicemente non allineato. Perché è da lì che si costruisce davvero una comunità: non dal consenso, ma dalla disponibilità a consultarsi.
Ci sono giorni in cui ti sembra di essere il protagonista di una commedia scritta da altri, ma senza nemmeno la cortesia di ricevere il copione in anticipo. Ti accorgi che il tuo ruolo è già stato assegnato, e non l’hai scelto tu. L’applauso finale, se arriva, non ti riguarda.
Viviamo in un’epoca in cui le decisioni sembrano arrivare dall’alto, sempre più lontane. Ma forse proprio per questo dovremmo ricominciare a coltivare il rispetto per chi ha qualcosa da dire. E chiedere, ogni volta che possiamo: “Dimmi la tua”. È lì che si misura, in fondo, la qualità umana di una società.