Frammenti di un progetto

Caro Morgan,
è un po’ che mi gira un pensiero per la testa e te lo comunico così com’è, senza troppi filtri.
Alcuni di noi sono sinceramente interessati alla scrittura e sbattono ogni giorno la testa contro il muro (si fa per dire) per raffinare gli strumenti relativi.
Ti va di lanciare insieme una grande operazione nel web per raccogliere coloro che navigano sulla nostra stessa linea?
Ovviamente bisognerebbe fare una selezione garbata, ma ne verrebbe fuori una grande scuola di scrittura aperta e democratica, senza gli snobismi insopportabili di certi “maestri” che si danno arie da iniziati.
E’ anche un modo per unire le forze e non lasciare tutto il campo ai Grillo, ai Di Pietro e ai
Blogo.it. Continua a leggere→

A fare tutto il giro della musica

di Alfonso Nannariello

I – II – III – IV

Anche se non fu così per loro, anche al tempo del fidanzamento dei miei, ci si conosceva durante un qualche raro ballo familiare.
In città, per poter allargare le loro conoscenze, far scorgere qualche amore e trovare marito, ogni domenica pomeriggio, le ragazze delle migliori famiglie organizzavano in casa un ballo. Da noi, invece, si ballava da mia zia solo una volta all’anno. Alla fine del corso di taglio e cucito, con la radio o il giradischi. Durante quei balli, gli sguardi si fissavano, e poco a poco ci si scambiava le prime parole, cercando di non farsi notare. Ballando ballando nasceva indichiarato qualche amore. Continua a leggere→

Hong Zicheng. Da: Aforismi sulla radice degli ortaggi.


(La salita)

Hong Zicheng. Da: Aforismi sulla radice degli ortaggi.

Occorre riservarsi uno spazio tanto vasto da non creare ostacoli ad alcuno.
Occorre lasciare dietro di sé un mare di benefici tanto esteso da permettere a tutti di attingervi all’infinito.

Se la strada si fa stretta, bisogna cedere il passo. Se un cibo è saporito bisogna cederne una parte.
E’ questo il modo più sicuro di avere un rapporto felice col mondo. Continua a leggere→

Cominciare dalla fine

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E’ circa un mese che torna nei pensieri, nella predicazione, nei colloqui, un criterio che potrei sintetizzare in questo modo: cominciare dalla fine. Ne lessi la prima volta in un libro che studiava le dinamiche della realizzazione umana. Guardarsi dalla fine della vita, considerare tutto da questa prospettiva: cosa vorrei si dicesse di me, quale memoria lasciare del passaggio sulla terra? Su tali basi, le scelte del presente cambierebbero, apparirebbero i valori autentici, si relativizzerebbero le dipendenze e ogni genere di possessività; saremmo liberi, riscattati dalla morsa della contingenza, lucidi nelle scelte fondamentali della vita. Non so perché, mi viene in mente l’aneddoto riferito intorno a un santo; a chi gli chiedeva, mentre giocava con la palla, che cosa avrebbe fatto se di lì a poco fosse finito il mondo, rispose: continuerei a giocare. Una risposta saggia, l’unica possibile a chi crede in quello che fa, al punto da non essere in grado di pensare ad altro.

Muli di montagna

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Se ci guardiamo allo specchio – quello dell’anima, naturalmente – di difetti ne troviamo tanti. E’ come quando osservi un’auto e poi la guidi: salta fuori la rigidità dei pedali, la legnosità dello sterzo – non vi dico quello della vecchia Micra -, l’angustia di certi abitacoli. Così, a stare dentro se stessi, ci si accorge di ciò che è impossibile notare dall’esterno, ma di cui ci si sobbarca come bestie da soma, muli di montagna. Il segreto lo conosciamo tutti: accettare le mancanze, accogliere le deficienze, amare l’imperfezione che è la pasta stessa della vita. Il male vero è il giudizio, sia nostro sia degli altri, l’occhio cattivo, impietoso, insofferente. Se il mondo precipita nel caos, invece di evolvere in fraternità, è a causa di uno sguardo di traverso, incapace di cogliere il bello della debolezza, la grazia struggente della fragilità.

Pro/vocazioni. Dieci domande a scrittori e poeti italiani. 6 # RICCARDO FERRAZZI

a cura di Franz Krauspenhaar

Dieci domande secche (o delle 100 pistole) a scrittori e poeti italiani. Sempre le stesse domande per tutti, non si scappa. Scrittori e poeti giovani e meno giovani, famosi e poco conosciuti. Domande provocatorie (forse) sulla vocazione letteraria. Uno spaccato, un ritratto, un modo di vederci più chiaro, uno spunto per approfondire una conoscenza. Uomini e donne che fanno della loro vita un romanzo non solo da continuare a vivere ma anche da continuare a scrivere. O sotto altre forme della scrittura, come la poesia. Un modo per essere al mondo ed esprimere non solo se stessi ma proprio questo mondo che noi siamo e allo stesso tempo ci contiene.

Sei uno scrittore. Chi te lo fa fare?

Omammamia! Mi tocca raccontarti la storia della mia vita! Fino a quarantacinque anni ho fatto il bravo ragazzo che lavorava e si ulcerava le pareti dello stomaco per la carriera; poi è successo qualcosa (tu sai che cosa) e, guardandomi allo specchio, mi sono detto: ma sai che della carriera non me ne frega un accidente? Ed è stato poco piacevole rendersi conto di aver passato la parte migliore della vita a rincorrere un falso scopo.

Beh, cosa puoi fare quando senti sotto i piedi la botola che si apre? Frughi nel passato per cercare di aggrapparti a una passione sincera colpevolmente messa da parte. E così ho fatto. Sono andato in cerca delle cose che avevo, un po’ troppo frettolosamente, mandato in soffitta. Appena ho aperto la porta del solaio mi è venuta incontro la scrittura.

Oggi per me non c’è niente di più gratificante che imbattermi in uno spunto, lasciare che mi intrida fino a cambiare la percezione della vita, e lavorarci sopra fino a sviluppare una storia. Mi piace, mi fa sentire vivo, mi dà (immagino) lo stesso piacere che provavano gli scultori di una volta (quelli che lavoravano il marmo con martello e scalpello), in tutte le fasi della lavorazione, dall’invenzione fino al limae labor et mora.

Produco relativamente poco proprio perché continuo a lavorare sui miei testi per anni, e probabilmente non lo faccio perché ne abbiano bisogno, ma perché mi piace, perché in quel momento non ho altri spunti, o perché mi sento in the mood per la revisione piuttosto che per la creazione. Continua a leggere→

Una bella domanda

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Chi sono? Una bella domanda. Ricordo la prima volta che mi toccò seriamente, da ragazzo, ma riguardava un altro: un giovane che intraprendeva un percorso di fede personale. Aveva, per lui, il senso di una sobrietà riconquistata, una motivazione più profonda per l’agire. Provai a rispondere, ma mi trovai in difficoltà: mi veniva in mente quello che facevo, i gruppi a cui partecipavo, il modo in cui impiegavo il tempo. Avrei potuto aggiungere qualcosa sul carattere e le inclinazioni, gli interessi potenziali o coltivati, gli ideali, i difetti, le contraddizioni. Oggi mi rendo conto che l’interrogativo ha un altro senso: la ragione per cui mi alzo la mattina, le radici in cui mi riconosco davanti allo specchio della storia, la memoria di essermi sentito, per una volta, veramente amato. So che non si tratta di un deposito di cui disporre, ma di un fuoco da ravvivare ogni momento, mentre infuria il temporale e la notte scioglie il suo mantello oscuro.

Canzoni contro la guerra: Grandola vila morena

di Antonio Sparzani

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Grândola, vila morena
Terra da fraternidade
O povo é quem mais ordena
Dentro de ti, ó cidade
Dentro de ti, ó cidade
O povo é quem mais ordena
Terra da fraternidade
Grândola, vila morena.

Em cada esquina um amigo
Em cada rosto igualdade
Grândola, vila morena
Terra da fraternidade
Terra da fraternidade
Grândola, vila morena
Em cada rosto igualdade
O povo é quem mais ordena.

À sombra duma azinheira
Que já não sabia a idade
Jurei ter por companheira
Grândola a tua vontade
Grândola a tua vontade
Jurei ter por companheira
À sombra duma azinheira
Que já não sabia a idade.

Fu la trasmissione di questa canzone di José Afonso (fino ad allora assolutamente proibita) dalle onde di “Limite”, il programma musicale quotidiano notturno di Rádio Renascença, un’emittente cattolica, che diede il segnale d’inizio, alla mezzanotte del 25 aprile 1974, alla Revolução dos cravos, la “Rivoluzione dei garofani” (così chiamata dai fiori che una venditrice ambulante si mise a offrire ai militari di sinistra la mattina del sollevamento, in Praça do Comércio) che mise fine alla dittatura fascista portoghese, che durava da cinquant’anni (António de Oliveira Salazar era morto nel 1970, ma già nel 1968 gli era succeduto, senza sostanziali modifiche del regime, Marcelo Caetano).

25 aprile 1974, cronologia di una rivoluzione: Continua a leggere→

Nessun problema.

Devo acquistare una macchina usata.
“Non dovrebbe essere un problema” penso.
Negli ultimi otto anni mi sono servito di macchine usate senza alcun tipo d’ inconveniente. Ho fatto più di duecentoventimila chilometri, attraversato catene montuose, parcheggiato per ore di fronte all’oceano in burrasca, salito e ridisceso gli infiniti vulcani spenti della città in cui abitavo (Auckland ndr) e mai che un problema mi avesse fatto rimpiangere la scelta.
Macchina usata, in buone condizioni, affidabile, economica. Niente di meglio in questi tempi di crisi, per chi come me è disoccupato e ha bisogno di un’auto. Continua a leggere→

Venti

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Ci sono almeno due modi per vivere la vita: l’opportunità ignorata ti pedina, ti colpevolizza, ti rimbrotta. Il pensiero e l’azione, lo studio e la prassi si inseguono in equilibri difficili e a volte inconciliabili. Se t’immergi nello studio rischi di mummificarti, se ti smarrisci nell’azione non hai più sapore, pronto per essere gettato via senza tanti complimenti. L’altalena dura e ti logora, finché un bel giorno ti rendi conto della soluzione: scegliere rischiando, sordo alle sirene e alle critiche che soffiano come venti  rabbiosi contro la tua barca. Finalmente sei te stesso, ma non dirlo a nessuno: l’invidia è la corrente più terribile, attrezzata per sommergerti quando meno te lo aspetti.

Il Capitano Mario (XI)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X)

PAVIA

Io ero arrivata a Pavia – come dissi – il primo marzo di quell’anno. La città mi era sconosciuta, e poiché mi sentivo estranea ai colleghi e mi trovavo a disagio nei viavai dell’albergo, andai, memore del mio “Sacro Cuore” di Padova, a chiedere provvisoriamente asilo ad un pensionato universitario annesso ad un collegio.

Mi fecero attendere in un salotto, dove mi aspettavo di incontrarmi con un’arcigna, anziana direttrice. Arrivò una giovane, su per giù mia coetanea; “La direttrice?” chiesi. “Sono io” fu la risposta. Immediata simpatia reciproca. Le esposi il mio caso: la conversazione si protrasse per più di due ore, e alla fine eravamo (e restammo) amiche. Oltre a Giuliana – la direttrice – al pensionato incontrai un’altra, ancora più cara amica, una sarda: Carmina, allora assistente del Prof. Jucci di Zoologia, più tardi cattedrattica lei pure, a Sassari. Due amiche, subito: la vita mi sorrise, era come trovare il ramo dorato tra le fronde scure, nell’incerta luce dell’alba.

Intanto cercavo casa. Quante strade dovetti percorrere, in quel marzo piovoso, nella città sconosciuta! Trovai finalmente la dimora. Era una vecchia casa dall’aspetto civile, ma tanto vecchia e in tali condizioni d’abbandono, che dovetti lavorare molto per rendere accogliente quella che doveva divenire la nostra prima casa di sposi. Due anni dopo ci trasferimmo in un’altra migliore, con le finestre aperte sull’ampia Piazza Ghislieri e sul campanile della Chiesa di S. Francesco, inghirlandato ad ogni primavera dal garrulo stridio delle rondini. E fu questa che ho sempre nel cuore perché accolse per 12 anni le vicende centrali della nostra vita: le più intensamente vissute.
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Hotel ristorante Lo Scoiattolo

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Campo giovani

E’ un edificio vasto, al termine di una salita tutte curve. L’ingresso è invitante: una sala con mattoni in pietra grezza, un camino moderno, sempre acceso, un bar con i tipi di caffè alla moda in questi tempi di ginseng e stimolanti. L’architettura aiuta a predisporre il cuore, o l’anima, o la psiche: sei chiamato a essere accogliente, a riscaldare, a ridare energie a chi le ha perdute lungo l’arrampicata della vita. La sala da pranzo è ampia, attraversata da tavoli destinati a ospitare i novanta elementi della nostra comitiva, dai più anziani, e già segnati dall’alzheimer – ce n’è uno -, ai bambini che armeggiano col trapano giocattolo per penetrare il mondo di cui ogni giorno scoprono un dettaglio. Lo stanzone suggerisce di ascoltare sia chi non sa nulla della vita sia chi ne sa troppo, come se solo nelle testimonianze più diverse, nel collocarle con pazienza sullo sfondo giusto, si potesse trovare la vera identità, che non è il risultato di un’autoaffermazione, ma l’integrazione del lontano e dell’estraneo. In questo albergo c’è la mappa della vita: basta percorrere una sala dopo l’altra e sai qual è il cammino per ottenere la sapienza trafugata dalla follia del mondo.

Giovanni Granatelli

Giovanni Granatelli, Giuramento, Mobydick

POLVERE SOTTILE

Anche l’assenza della neve
trascrive punizioni
sul bordo del diario

sbiadendo gli ideogrammi
– promemoria per l’inverno –
che avevamo ricopiato

su porte e serramenti
ma vi scrivo per ripetere
le formule complete

del nostro giuramento
lustrando gli strumenti
che servono a cercare

nella polvere gelata. Continua a leggere→

Pietro

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Da quando il Movimento aveva sequestrato le chiese e le sedi istituzionali, la situazione era tornata a essere quella dei primi anni, quando le comunità si riunivano clandestinamente nelle case, diramando la notizia che si sarebbe celebrata l’eucaristia alla tal’ora e nel tal luogo. Il papa trasmetteva messaggi tramite internet ma, con la rete controllata, bisognava ricorrere a stratagemmi sempre nuovi. Capernaum era l’ultimo nome con cui si faceva riconoscere, in ricordo della città dove Gesù, ospitato da Pietro, aveva soggiornato. Gli annunci erano sempre gli stessi: resistete, la preghiera aprirà spiragli nuovi, riusciremo a garantire la parola e il pane in ogni centro abitato. A volte si coglieva una stanchezza comprensibile in un uomo braccato quotidianamente: veniva voglia di fargli una carezza, di dirgli: su, coraggio, siamo con te, per noi la morte è una tassa da pagare all’oppressore, ma non ci faremo distogliere dall’obiettivo. Subito dopo si affacciava la domanda: qual è l’obiettivo? Riemergeva il ricordo di una vita libera, una fraternità senza frontiere, e l’immagine del regno promesso tornava a sovrapporsi alle ronde, alle catene, alle corde oscillanti negli angoli delle piazze e delle vie.

Da Sylt – di Franz Krauspenhaar

roma è sopravvalutata milano è un tugurio, prima o poi un albergo pio, ci sarà don verzè, sylt ci sono andato per relax claus dieter paga la noia stava distruggendomi, stavo per fare, cosa, sì,  ubriacarmi di birra, tutto il giorno, in spiaggia
torno più bianco di prima
firenze è una sindrome di stendhal
a berlino si chiacchiera, a salisburgo ruppi rompei rompai bicchieri di cristallo in un ristorante torreggiante, annemarie la zia rideva, a praga mai stato fanculo, new york è hancock basta la parola, nel maine c’era uno squalo di nome roy scheider, roma è una cloaca inventata da victor cavallo, il prezzemolo è la rucola, la rucola è il pomodoro pachino, a sylt speravo di togliermi di dosso l’italia, invece mi sono fatto avvolgere da “persona” di bergman, l’infermiera ventsettenne e l’attrice muta le vedevo tra le dune. una angoscia fulminante, dovete credermi. roma è un cesso, soprattutto il pieno centro, giornalisti, puttane d’alto bordo, caciottari ripuliti. milano è una sagoma, piena di buchi del culo sparati da decenni di malaffare. a kolding ci stetti bene, guardavo derrick in tv doppiato in danese. Continua a leggere→

Se prendi tre acini di sale

di Alfonso Nannariello

Puntate precedenti  I –  II –  III

Ognuna avrebbe potuto sposare ognuno. E, per il volere di un padre, si destinavano i suoi giorni a chi avesse voluto.

Il dolore collettivo delle due guerre del Novecento, cambiò per sempre i rapporti tra le persone e il modo di vivere. Il matrimonio iniziò a essere fatto per amore, non più per dovere.
Non deve essere stato proprio così da noi. Continua a leggere→

Quattro frasi in croce

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Sembra facile decifrare i segnali che arrivano ogni momento dall’esterno: quante volte prendiamo fischi per fiaschi, leggiamo un’espressione attribuendole un significato che nella realtà è il contrario? Siamo tutti lettori, spesso impreparati: ci vorrebbe un traduttore per interpretare il linguaggio della gente, un vocabolario da afferrare nella sua unicità irripetibile. Molte cause di infelicità risiedono nell’incompetenza recidiva con cui ci misuriamo col lessico dell’altro, convinti di avere le chiavi per decodificarlo mentre replichiamo all’infinito lo stampino delle nostre quattro frasi in croce. Ogni dialogo è una celebrazione liturgica in cui si cerca di cogliere un frammento del mistero, una scheggia di eterno in cui trapela la terra promessa della comprensione.

“POETI MISCONOSCIUTI TRA NOI?” di Thomas MANN

Poeti misconosciuti: che significa? Vuol forse dire: poeti ingiustamente ignorati? O immeritatamente noti? O poeti noti, ma fraintesi? Poiché gli sconosciuti, almeno, non corrono il pericolo di venire fraintesi. La menzione che Ella fa di Rilke nella Sua lettera (dove dice che, benché ammiratissimo, egli non è stato capito affatto nella sua fase estrema) dimostra che Lei sa benissimo come la probabilità di venire fraintesi aumenti in proporzione alla notorietà. Certamente ricorderà le parole di Hegel sul letto di morte: “ Di tutti i miei discepoli, uno solo mi ha inteso”. Pausa. “E quello mi ha frainteso.” Ma la “gloria” non è di per sé un malinteso, seppure un malinteso altamente dinamico? Non è un’irradiazione diretta con l’essere capiti, che dell’essere capiti non è in alcun modo la conseguenza? Continua a leggere→