Case da sogno…

Una di carne, ossa e sangue, mobile, precaria ma certa, nostra dalla nascita fino all’ultimo respiro; bicocca insalubre o sontuoso palazzo trasmessaci con la vita; di cui abitare i vessilli, le magagne, i segni del cammino di millenni.
L’altra, di cemento, ferro e calce, giunta come dono gaglioffo o da furba o legittima richiesta; o frutto di lavoro e parsimonia. E ne ardono le pareti ogni notte, nei sogni disturbati da mani e da denari, altrui, a caro prezzo; l’invisibile impero su milioni di famiglie, per anni o decenni, fino all’estinzione del vincolo. Continua a leggere→

Francesco Verso è il Premio Urania 2008

Testo di Giovanni Agnoloni

Fonte della notizia: il blog di Urania

Francesco Verso, con il romanzo Il fabbricante di sorrisi, è stato appena nominato Premio Urania 2008. Si tratta, come sappiamo tutti, del più importante riconoscimento per la letteratura fantascientifica in Italia. Francesco, che è anche un esponente di punta del movimento connettivista, diventa così uno scrittore di assoluto spicco sul panorama di un genere letterario che è sempre meno “fuori” dalla realtà, e invece addentro alle pieghe del mondo contemporaneo ipertecnologico e in rapida evoluzione. Continua a leggere→

condamnesia maudite coll’age

… Condamnesìa, coeternità. Plurima e scissa, la scrittura di Giovanni Campi gioca e si tempra anonima – e insieme rivendica, abbraccia tutti, proprio tutti i nomi. Come in un racconto apocrifo di Borges, l’autoritratto chiede ad ogni specchio infiniti i volti del reame, e tutte le proiezioni della propria [in]coscienza. Volteggiante e arcigno, devoto e spergiuro, radicato e in fuga – questo racconto si racconta e si rinnega, si cancella proprio mentre si dice, quasi funzionasse da inchiostro “simpatico”. A noi ripassarlo, leggerlo per riviverlo; e solo allora di nuova luce farlo rinascere, riamarlo al buio: come Amore sempre fa e farà con Psiche. O nell’amore invisibile, etereo][eternato d’un puro angelo di farina.

Nina Maroccolo Continua a leggere→

“Buongiorno Los Angeles” di James Frey. Recensione di FRANCESCO SASSO

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di Francesco Sasso

Il romanzo di James Frey rimanda fin dal titolo al tema principale:

«E così vengono. Per vivere con gli Angeli e inseguire i sogni. Non sono tutti riflettore e cartelloni. Qualcuno sogna un tetto, qualcuno sogna un letto, qualcuno sogna un lavoro, qualcuno sogna soldi sufficienti a mangiare, qualcuno sogna il sogno di dimenticare, partire, nascondersi, trasformarsi, diventare, qualcuno sogna il sogno semplice di arrivare alla fine di una giornata senza aver paura di morire, qualcuno sogna di famiglie qui o lì o dove che sia che sono partiti sogna di farle venire a ricominciare da capo […]» (pag. 548)

Lo scrittore presenta una grandiosa sintesi della civiltà umana a Los Angeles, vista con occhio spregiudicato e straordinariamente moderno, allo stesso tempo romantico e violento. La città di Los Angeles è rappresentata realisticamente come una dura lotta contro un ambiente ostile. Dietro a ogni personaggio un “caso” e la sua storia. Tutti, però, arrivano in questa città inseguendo un sogno.

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PROVOCAZIONE IN FORMA D’APOLOGO 121

In uno dei soliti sogni mi trovo insieme a decine di altri, in un grande spazio chiuso, salone o ascensore che sia; stiamo tutti in piedi, quasi pigiati l’uno contro l’altro. Per colmo di sventura, proprio a me è toccato avere di fronte un tizio poco raccomandabile: testa piccola e rasata sul corpo muscoloso, tatuaggi e piercing, aria da duro. Cerco come posso di mettere qualche distanza tra me e costui, ma questi si fa sotto, preme la sua fronte contro la mia e comincia a parlare,
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Filastrocca del giro-girare. Di Nadia Agustoni

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(giostra con aerei)

Filastrocca del giro-girare.
di Nadia Agustoni

 

Ma non so se a nascere ritorno

se occhi bruni voglio a guardare alti i rami

a circoscrivere il cielo con luce di terra nel cuore

e piantarci i sogni e piantarci parole.

 

Ma non so se a nascere si è nuovi

o se è un giro che gira sempre uguale

e ti perdi e ti sembra di parlare

ed è com’era stato com’era già sbagliato.

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Di cosa parliamo quando parliamo di editing ?

[youtube= http://www.youtube.com/watch?v=wrlew2G6nvA]Perdonate il carverismo del titolo e considerate benevolmente il mio proporre l’epanalessi in forma interrogativa, dicevo del carverismo nel titolo, mi si propone in automatico dopo aver letto sul Primo Amore un pezzo di Dario Voltolini sull’editing e scrittura, ove si prende a esempio del cattivo editing (anzi, di ciò che mai può essere chiamato “editing”) quanto ha/avrebbe perpetrato Gordon Lish nei confronti di Raymond Carver, uno stupro, a detta di Voltolini, sullo stupro però tornerò dopo, Continua a leggere→

In luce

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=p5NPzC9kYvY]

da qui

E’ una splendida giornata, percorsa a tratti da nuvole chiare. E’ bello correre così, con la luce che sembra stenderti un tappeto di velluto; hai persino il tempo di guardare gli alberi, gli uccelli che decollano e atterrano a ritmo regolare, come in un gioco. Il mondo, a volte, è un paradiso dove nulla può scalfire la tua voglia di vivere. Cosa potrebbe spezzare l’incantesimo, quale oscura mossa del destino dovrebbe eludere la naturale protezione di un’anima serena? In fondo è quello che temiamo: un’epifania del male in forme imprevedibili, una molla d’ammortizzatore, per esempio, che si stacca dalla macchina di fronte, rimbalza senza darti il tempo di capire e ti ha già sfondato il casco, il bulbo oculare: fai in tempo a chiederti se sia volere di Dio, come qualcuno afferma, o solo impotenza dell’uomo, incapace di far stare una molla al posto giusto, impedirle l’assurda iniziativa di colpire a tradimento l’amico che ti segue. Mi ricorda tanto qualcosa, tutto questo: una tragedia, una canzone, la fatalità dell’errore che deve sapersi umano fino in fondo per liberarsi in luce.

Lo sguardo di Antigone

Antigone_Papas

di Anna Maria Curci

Spesso in meriggi pallidi e furenti

assisto muta a sagre di officianti

e colgo prede magre trasudanti

di vaghi vuoti dileggianti commenti.

E volgo altrove lo sguardo che si pente

all’acqua al fango e persino al cielo,

non a squarciar, ma a sollevare il velo

per un istante effimero e insistente.

Mai come in questi giorni, per ragioni pubbliche e private, le parole di Cristina Campo, al secolo Vittoria Guerrini, svelano il loro sguardo profetico, forte della lucida visionarietà così come della pazienza dell’inattuale. A leggere carta stampata, titoli a scorrimento sui notiziari televisivi che riportano dichiarazioni semiufficialperentorie in attesa di smentite, pigolii polverosi di stelle del blog, invettive incontinenti nei post-commenti, scatta immediatamente l’associazione con il significato del detto tedesco Papier ist geduldig, ovvero “Se ne scrivono tante!”, “Si possono scrivere impunemente le più grandi sciocchezze”. Continua a leggere→

Carmine Vitale – Inediti per LPELS

foglie di ficus

*Ragù

Agli angoli delle cose

Pensavi mentre giravi il sugo

Un po’ alla volta se ne andava la memoria

Come un geco all’alba nella tana

Ti ricorderò come oggi in vita

E domani vento e fiori di gerani rossi

Impazza la solitudine verso quelle foto

Come quel profumo che fa male ogni domenica mattina

Sono parole in anticipo sulla morte

Che mi vengono da un luogo angusto come il cuore

Da un dolore prematuro da un odore

Con cura asciughi le macchie silenziose

Sul bordo del lavello immacolato

Con cura riponi le stoviglie e

Aggiungi un po’ d’amore

Sai che non mi basterà questa porzione

I pugni stretti nella notte

Di una tachicardia da fumo

Di un cane abbandonato nel giardino

Di come quando ero un ragazzino

Di quando le mosche mangiavano il cortile

E il pallone correva in diagonale verso il sole

Ad ogni pasto profumato

Ad ogni età che se ne è andata

Verso casa ritorno con lo sguardo

E un ultima girata a fuoco lento

Mi dice di sperare che è lontano

Il tempo delle more e degli addii Continua a leggere→

I verbi in ere

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Perché l’infinito dei verbi della seconda coniugazione – quelli che finiscono in “-ere”, per intenderci – si presenta ora in forma piana, cioè con l’accento tonico sulla penultima sillaba (vedere, temere), ora in forma sdrucciola, vale a dire con l’accento tonico sulla terzultima (credere, leggere ecc.)? Il motivo va ricercato risalendo all’origine della nostra lingua, cioè al… latino. Nell’idioma dei nostri padri latini esistevano due coniugazioni in “-ere” di cui una con l’infinito piano (vidère) l’altra con l’infinito sdrucciolo (lègere) che costituivano, nell’ordine, la seconda e la terza coniugazione. Queste due coniugazioni latine che differivano non solo nell’infinito ma anche in altre forme si sono unificate nella “parlata” durante il passaggio dal latino al volgare (l’italiano) mantenendo, però, la distinzione di accentazione dell’infinito, mentre le altre forme sono divenute uniche per entrambe le coniugazioni. Da notare che a questa coniugazione in “-ere” appartengono i verbi “fare” e “dire” che alcune grammatiche classificano rispettivamente ed erroneamente nella prima e terza coniugazione. Fanno parte, invece – come abbiamo visto – della seconda coniugazione essendo le forme sincopate dei verbi latini “fa(ce)re” e “di(ce)re”. La sincope, sarà bene ricordarlo, è la caduta di una o piú lettere nel corpo della parola. La “prova” dell’appartenenza alla seconda coniugazione si ha confrontando alcuni tempi e modi dei verbi “fare” e “dire”con altri della medesima coniugazione: facevo (temevo); dicevo (temevo); facessi (temessi); dicessi (temessi).

Estasi

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di Marta Campi

La mia scelta è stata irremovibile: il fuori ha raggiunto, per me, il massimo della rappresentabilità. Finirò i miei giorni nello squarcio più intimo, ricco di stanze e corridoi, ancora intatti. Ho deciso di percorrerli tutti, senza alcuna distrazione, con il massimo sforzo per conoscere la carezza del disarmo.

In un respiro continuo un grano di voce mi ha avvinto alla lama del silenzio.

La Fede sopravvive al corpo, al suo disfarsi, fragile. Bisogna alimentarlo di canti, imprese colme di passione affinché quella pace possa rivelarsi nell’ assenza.

Solo così conoscerò non la presunzione, non l’ambizione ma la Negazione. Il sogno del disarmo: mani occhi incendiati, senza il loro valore.
*** Continua a leggere→

Il futuro che mi viene incontro

trasfigurazione

C’è un passo del vangelo che parla di un monte. Gesù ci porta tre dei suoi discepoli, una sorta di vacanza estiva, anche se i loro riposi sono poca cosa, per lo più interrotti dalla folla che ne indovina ogni movimento. Per una strana convergenza di fattori positivi, tuttavia, i quattro riescono effettivamente ad appartarsi. L’aria è fresca a quell’altezza, ci si sta da Dio. Pietro, Giacomo e Giovanni si rilassano, respirano a fondo. Gesù è concentrato in qualche suo pensiero, si mette da una parte e scruta l’orizzonte. Continua a leggere→

I morti

 

 di Billy Collins

 

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I morti stanno sempre a guardarci da lassù, si dice,

quando infiliamo le scarpe o facciamo uno spuntino

ci guardano dal fondo trasparente delle loro barche in cielo

mentre remano se stessi lentamente attraverso l’eternità.

 

Osservano le teste muoversi lì sotto sulla terra

e quando ci sdraiamo su di un campo o sul divano

storditi forse dal ronzare di un pomeriggio afoso

concludono che anche noi guardiamo loro

per questo tirano sù i remi e rimangono in silenzio

aspettano, come genitori, che noi chiudiamo gli occhi.

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Lettera dal fronte

Cara mamma,

Stasera sono un po’ euforico e ho pensato a te. Tu eri contenta che andassi in guerra, guadagno bene e ho la possibilità di fare molti allenamenti per buttare giù qualche chilo.
Sono diventato più forte, mamma, sono agile e robusto, capace di affrontare un combattimento con molti uomini contemporaneamente. Ho i riflessi pronti, sono una vera macchina da guerra.
Ricordo che hai pianto quando sono partito. Non piangevi per i pericoli che potevo correre, ma perché eri orgogliosa di me. Sono poche al paese le donne che possono vantare l’appartenenza del proprio figlio ad un corpo scelto, un corpo glorioso, il migliore. Continua a leggere→

Esiste un uso efficace di Facebook o è solo una perdita di tempo?

di Sandrone Dazieri

Non riesco a far funzionare il social network come vorrei e comincio a chiedermi se sia un simpatico imbroglio. A cominciare da Facebook. Sono doverose alcune premesse: sono un buon conoscitore delle reti, che ho cominciato a frequentare dai tempi delle bbs, quindi non ho problemi tecnici o di conoscenza del mezzo. E il “come vorrei” significa che il social network, oltre a a farmi chiacchierare con estranei e lontani conoscenti (potrei riuscirvi ugualmente, visto che la mia Email è pubblica), mi aiuti nella mia professione. Che è quella di far circolare contenuti, a volte di intrattenimento puro, a volte seri, per lo più una sorta di commistione.
Ora, veniamo al caso in questione.
Su Facebook ho circa 650 amici, che è un termine improprio per definire qualcuno che si è linkato a te e mette la sua faccia sulla tua homepage (piu’ o meno) e mette la tua faccia sulla sua homepage. Questo permette all’amico in questione di poter scrivere sulla tua bacheca pubblica, di inviarti simpatici e inutili test, di essere aggiornato su quello che fai attraverso una versione facebookiana di twitter. Oltre ai suddetti amici, mi pregio di avere un fan club (!!) a me intitolato che contiene circa duecento membri (che è poco rispetto a Saviano, ma meglio di quanto mi aspettassi). Continua a leggere→

Gettysburg e dintorni: un viaggio tra Lincoln e Tolkien

Testo di Giovanni Agnoloni
Foto e video Giovanni Agnoloni e Agnieszka Moroz

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Da www.alibionline.it (dove sono disponibili altri video, degli stessi autori, relativi alle conferenze citate nell’articolo e alla città di Gettysburg)

L’America come un sostrato, un livello di base cui via via si sono aggiunti altri piani, coprendoli ma non sotterrandoli. Durante il viaggio in autobus da New York abbiamo visto grattacieli e motel, tralicci anneriti dalla ruggine sopra la ferrovia e campi aperti e spelacchiati. Abbiamo toccato Philadelphia, città della Costituzione, e dato un’occhiata alla sua Chinatown, vicina alla stazione Greyhound. Infine siamo approdati a Harrisburg, capitale della Pennsylvania, e il nostro amico, il Prof. Steven White della Mount St. Mary’s University, è venuto a prenderci. Abbracci, battute in italiano e una chiacchierata sulle nostre ricerche mangiando uno spuntino in un diner. Poi il tratto di strada fino a Gettysburg. Iniziamo a parlare delle conferenze sui miei studi su J.R.R. Tolkien, a cui sono stato invitato da lui e dalla moglie, che lavora nella Biblioteca del campus di Mont Alto della Penn State University. Continua a leggere→

Quella sera

pane

Chiedono ai credenti spiegazioni e ragioni sugli argomenti più sottili: sarà che ho il mal di testa, ma vedo le cose in altro modo. Forse è la sofferenza che segna ogni giorno la mia vita, quella che sento in me e leggo nelle facce della gente che ha bisogno. E’ da un po’ che digerisco a fatica la teoria e mi aggrappo all’essenziale, che per me, curato di campagna, è questo: portare amore dove non c’è, mettere il bene dove è assente. Gesù è stato avaro di teorie; ha parlato di pecore e campi, semi e figli scapestrati, fame e sete, persecuzioni e afflizioni. Il cristianesimo non ha bisogno di molto di più. L’abbraccio del padre misericordioso basta e avanza per spiegare la fede; mi è sufficiente la faccia dura che fa Gesù quando è messo alle strette ed è il momento di dare la vita, di andare dritto verso la città che uccide i suoi profeti. Finché non si fa la stessa faccia, la fede, semplicemente, non esiste. Voglio lasciarmi convincere dallo straniero che incontro sulla strada per Emmaus, stupirmi di fronte al gesto decisivo dello spezzare il pane; aprire gli occhi sull’unica necessità pensabile: offrire la vita, lasciare che l’altro cresca grazie a questa offerta e accogliere l’offerta che viene fatta a me. Una teoria sola mi interessa, quella della trinità: il Padre è la meta; e arrivo a lui attraverso lo Spirito del Figlio. La trinità articola la fede in un’idea comunitaria, esclude in anticipo qualsiasi pretesto per la solitudine. Nella stanza di Loreto, col mal di testa che non passa, mi chiedo a chi possa servire la mia vita, se continua così. Eppure la fede mi fa dire: continua a dare, il senso della vita è in quest’offerta sbilenca, nel gesto incerto sempre sul punto di spezzarsi, come il pane di Emmaus, quella sera.

Ex

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(radio alice)

di Nadia Agustoni

I puri e duri di sinistra che ho incontrato nella mia vita stanno scomparendo. Si estinguono. Disillusi su tutto se ne vanno e io non ho pensieri lucidi a riguardo. Nei brutti anni ottanta mi guardavano come un animale confuso: l’anarchica che non ha compreso la lezione di Gramsci eccetera; oppure la femminista con troppa ribellione in testa, quella che non sa aspettare che qualcosa si allinei: i tempi, l’idea, le circostanze. Non pretendevo di avere la verità in tasca e facevo infelicemente notare che bisognava calarsi nelle situazioni e non mitizzare le persone e tanto meno certe idee che troppe volte erano solo altri luoghi comuni. Negli anni novanta, ed ero in Toscana, venivo presa in giro perché vivevo in Appennino non tanto nell’attesa che cambiasse il mondo, ma cambiando alcune cose mie, mie proprio mie e impegnandomi in un fare queer che non mi facesse sconti nella scelta tra realtà e desiderio. Infine in un nord senza più nebbia, ma dove è difficile avere gli occhi puliti, mi trovo a domandare a chi mi lavora accanto, ai vecchi conoscenti e ai pochi amici, dove mai stanno andando e nel caso siano fermi che cosa aspettano.  A titolo provocatorio lascio intendere: ditemi qualcosa di sinistra! Di un po’ comunista o sindacalista! Nulla. Mi conoscono e intuiscono dove voglio arrivare e non rispondono. Non dicono: no comment, come in tv, ma sono diplomatici. Certi ideali sono morti, forse pure sepolti, ma non si sa mai, a volte ritornano e allora meglio pattinare sulle domande e lasciare cadere frasi su come la si pensa veramente solo ogni tanto. Del resto in rete leggo interviste a ex ben più prestigiosi di qualche sindacalista di paese e comunista del tempo che fu. Ex che si permettono un coraggio che altri forse vorrebbero avere. Continua a leggere→