di Carlo Cannella
Quando mi chiedono perché ho sposato Anna, rispondo “per pietà”. Oppure “per avere una buona opinione di me”. Dipende dall’umore del momento. Il fatto è che lei ha un aspetto volgare privo di qualsiasi attrattiva. Inoltre hanno dovuto amputarle una gamba, e questo genera negli altri dapprima una curiosità istintiva, poi un senso di fastidio, infine la paura di contrarre la malattia più intollerabile di tutte: l’infelicità. Ma non è questo il punto. Da quando la conosco, Anna è sempre stata infastidita da una vocina interiore che lei chiama “il mostro”. Se le chiedi quando ha sentito “il mostro” per la prima volta non sa risponderti con precisione. “Da bambina” dice. Le sue parole invece le ricorda bene, perché non è mai stato ricco di fantasia, il mostro, e nemmeno dotato di estrema eleganza nei discorsi. No. Le ripete sempre le stesse cose: “c’è qualcosa di sbagliato in te, sei malriuscita”, questo le dice. Il risultato è un senso di spossatezza che la consuma giorno dopo giorno, come legno sulla fiamma. Continua a leggere










